Ritornare con la mente agli anni del lockdown, che tanto profondamente compromisero gli abituali meccanismi nell’incedere dei nostri giorni, può evocare il ricordo di taluni atipici traguardi, collaborazioni virtuali o singoli momenti che soltanto in quel periodo avrebbero trovato la ragione, nonché il metodo di palesarsi. Progetti singoli ed irripetibili, realizzazioni artistiche o creative. E per figure di spessore nel preciso ambito del proprio ambiente, l’opportunità di mitigare, per quanto possibile, una parte degli ostacoli frapposti innanzi ai propri simili da multiple ed interminabili generazioni. Così l’architetto Marina Tabassum con sede operativa a Dacca, capitale del Bangladesh, forse motivata dai plurimi discorsi ricorrenti al volgere di questa decade sui concetti di “congiunti” e “dimora” si trovò a tornare con la mente al periodo della propria infanzia, che la vide crescere all’interno di un paese sottoposto agli sconvolgimenti civili da una parte, per la recentemente guadagnata indipendenza dallo stato indiano del Bengala, e quelli climatici, dovuti al periodo di frequenti straripamenti e conseguenti inondazioni causate dai monsoni nell’intera e vasta zona del delta del Gange. Esperienza formativa almeno in parte interconnessa, dopo l’acquisizione della fama internazionale per la sua firma della moschea di Bait Ur Rouf, alla costituzione della Fondazione per l’Equità Comunitaria ed Architettonica (F.A.C.E.) mirata ad aiutare i suoi connazionali con la significativa quantità di mancanze normative o soluzioni pratiche al problema nazionale dell’ottenimento di una soddisfacente dimora. Fu sfruttando quel periodo nella riduzione delle collaborazioni ed appalti, che Tabassum concepì quello che oggi viene considerato uno dei suoi massimi capolavori: la Khudi Bari, o in lingua locale, “Piccola Casa”. Più capanna che opera monumentale, più Ikea che Frank Gehry, più un canovaccio operativo che un preciso e replicabile progetto. Nonostante il suo destino di essere prodotto in serie e replicato, per quanto possibile, ovunque ce ne fosse bisogno. Grazie all’attenta calibrazione dei fattori in essere, concepiti come valide contromisure allo speciale e distintivo contesto dei bassopiani bengalesi. Là dove oltre 700 fiumi s’intrecciano all’interno di una rete tutt’altro che stabile, vedendo i propri corsi sovrapporsi e modificarsi annualmente, a seguito delle intense piogge tra i mesi di giugno ed ottobre. Andando a generare il fenomeno delle pianure alluvionali note come chars, forse il più fertile, nonché instabile, tra tutti gli ambienti dell’Asia Meridionale. Là dove la presenza crea il diritto, grazie a un retaggio normativo dell’epoca coloniale, e affollati villaggi tornano a venire costruiti annualmente, pur conoscendo il probabile destino di annichilimento al palesarsi della prossima, inevitabile inondazione. Il che avrebbe dato ispirazione al quesito fondamentale ai margini della proposta rivoluzionaria: e se tali genti disagiate dal preciso corso degli eventi, piuttosto che soccombere, avessero iniziato a prendere e spostare l’intero assemblaggio delle proprie abitazioni comunitarie?
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L’alga, la falena e la piccola foresta semovente che rinasce da milioni anni, grazie al bradipo che scende per defecare
Volendo riordinare una completa antologia dei mammiferi terrestri in base al colore dominante delle creature che si trovano tra quelle pagine, apparirà palese un singolo segmento dello spettro totalmente privo di rappresentanza: il quarto in base all’ordine canonico della luce visibile, che comunemente prende il nome di “verde”. Persino le scimmie più vivaci, come il mandrillo e lo uacari, possono aspirare al rosso, al viola e al blu ma non possiedono il segreto per sembrare simili alla tipica tonalità del sottobosco che chiamano casa. Il che, a pensarci, è una questione sorprendente: non è forse vero che confondere se stessi in mezzo alla vegetazione, come ausilio alla difesa o per la caccia nel quotidiano, costituisce uno dei più formidabili strumenti offerti dall’evoluzione? Non per niente, praticato con trasporto da una pletora di pesci, rettili ed uccelli di questo pianeta. Ed è giusto a tal proposito scegliere di sottolineare come, sebbene sembri esistere la più canonica delle eccezioni, del lento ma mimetico arrampicatore sudamericano, essa costituisca più che altro l’indiretta risultanza di una serie di processi interconnessi tra loro. Menzionati per la prima volta già verso la metà del XIX secolo, ma effettivamente compresi soltanto una decina d’anni a questa parte, grazie all’opera maestra del naturalista del Wisconsin, Jonathan N. Pauli. Per il tramite di un’intuizione dall’origine televisiva, riferita ad un segmento dei moltissimi documentari di e con il britannico David Attenborough, intento in quei momenti a descrivere il nutrito bioma d’insetti che notoriamente vivono all’interno del fitto groviglio coprente il dorso del sottordine dei folivori, con particolare riferimento al bradipo tridattilo (gen. Bradypus). Ogni lampadina che si accende dunque, per il tramite del metodo scientifico richiede senza falla l’utilizzo di precisi dati da supporto. Quelli raccolti, per l’appunto, da precise osservazioni e l’inventario di creature che Pauli ed il suo team stavano compilando già nella prima metà degli anni 2010. Tali da riuscire a riscontare una presenza preponderante nel manto di oltre il 73% degli esemplari analizzati dell’alga pluricellulare Trichophilus welckeri, principale responsabile della tonalità verderame di quel tappeto. Ed in ciascun esempio rilevante, senza falla, una colonia ragionevolmente nutrita di falene adulte appartenenti ai generi di Bradypodicola e/o Cryptoses, per quella che negli anni era stata considerata una mera coincidenza situazionale. Lepidotteri il cui ciclo vitale, come condizione imprescindibile, prevede una fase larvale da trascorrere all’interno del supremo nascondiglio e fonte di alimentazione, lo sterco lasciato da una creatura molto più grande di loro. Che potesse esserci un collegamento tra bradipo e falena, in quei momenti, era una questione lungamente nota agli scienziati. Laddove li aveva elusi, almeno fino a quel fatidico momento, l’effettiva possibilità che potesse esistere una terza componente vegetale, all’interno di questa insolita e complessa equazione…
La luna impressa mille volte nella torba per la salvaguardia e il nutrimento della natura
Ci sono luoghi, su negli altopiani dei Pennini britannici, dove la brughiera lascia il posto a un tipo di paesaggio particolarmente raro. Fatto di dolci declivi e contrapposte risalite, ricoperte da un manto verdeggiante dal colore tipicamente uniforme. Senza un albero o cespuglio e cosa ancor più strana, nessun manto d’erba in senso “convenzionale”. Non è classica vegetazione, questa, bensì un mare ininterrotto di muschio misto ed indiviso, il cosiddetto Sphagnum che concentra in un singolo ambiente diverse dozzine, se non centinaia di specie. Camminarci sopra è un’esperienza di un certo spessore; metafisico e del tutto tangibile, allo stesso tempo. Con i piedi che sprofondano in modo apprezzabile, nel sostrato di quel tipo di pianura che è anche una palude, al tempo stesso. Torbiera “a materasso” o “letto di piume”, questo il nome tecnico di un simile paesaggio, frutto di equilibri delicati che, ormai da plurime generazioni, appaiono incapaci di perpetrare la propria sussistenza ulteriore. Eppur se c’è un barlume di speranza, questo assume un singolare aspetto. Nel momento in cui si supera la linea di quell’orizzonte, aprendo la vigente prospettiva verso una distesa di figure replicate in modo regolare da quella stessa mano umana, responsabile dei mutamenti di quel clima che risente del progresso e le sue multiformi implicazioni. Un aspetto lunare per due valide ragioni: in primis perché assume l’effettiva guisa di un preciso susseguirsi di crateri. E poi in quanto ciascuno di essi, ad uno sguardo concentrato, appare con la chiara geometria di un ventaglio, simile a uno spicchio dell’astro delle nostre notti di primavera. O capasanta (scallop, come le chiamano da queste parti) scavata grazie all’uso di una ruspa con il fine di riuscire a incamerare, e far filtrare nel profondo le cospicue quantità d’acqua piovana. Con vantaggi impliciti per le grandi quantità di sfagno che circondano ciascun emblema.
È un progetto diventato sessennale dall’ormai remoto 2020, quello perseguito dall’associazione Moors for the Future in collaborazione con la Global Peatlands Intiative patrocinata dalle Nazioni Unite, qui nella regione di Holcombe così come nell’Africa Centrale ed altri luoghi disseminati nei continenti, con il fine pratico di rivitalizzare ciò che in molti avevano ormai dato per spacciato. A seguito del prolungato sfruttamento all’inizio dell’epoca industriale, con finalità di combustibile, e poi con l’obiettivo assai risibile di sostenere il giardinaggio ricreativo in qualità di concime, di una delle sostanze più rare e preziose nel controllo ad ampio spettro dell’anidride carbonica. Laddove l’effettiva superficie della Terra che si trova ricoperta da uno strato di torba corrisponde a poco meno del 3%. Ma si stima che essa possa essere effettivamente responsabile d’immagazzinare circa un terzo del carbonio organico esistente. Più dell’Amazzonia e tutto il resto delle foreste del nostro azzurro e sovrasfruttato pianeta…
La dedalea casa interdimensionale situata nella città simbolo dell’elettronica cinese
In base all’ancestrale disciplina del Feng Shui (“Vento ed Acqua”) l’equilibrio geomantico tra gli elementi può costituire un fattore da tenere in alta considerazione quando si costruisce un edificio, per poter allontanare l’accumulo di energia negativa, attirare la buona sorta e tenere lontani gli spiriti avversi del regno sovrannaturale. Ancora oggi utilizzata nella costruzione di palazzi di ogni foggia e dimensione, essa è una delle ragioni per cui l’architettura asiatica tende ad essere precisa e rigorosa, straordinariamente razionale nell’applicazione delle proporzioni predominanti. Perciò colpisce come una cultura che tanto profondamente comprende la matematica applicata all’utilizzo degli spazi umani, possa scegliere di superare i suoi modelli in modo pressoché totale, fino ad un sovvertimento dei vigenti presupposti in grado di raggiungere l’estremità finale. Ne persiste, in tal senso, uno svettante esempio all’interno del principale nucleo urbano che collega l’isola di Hong Kong alla terraferma: il futuribile, policromo scenario di Shenzen. Città nella città, o per meglio dire una sfaccettatura particolarmente rinomata della principale megalopoli della Cina meridionale e del mondo, dove ogni metro cubico è precisa risultanza di un progetto assai specifico di pianificazione attenta o misurata. Osserva dunque, viaggiatore virtuale, la sagoma del tutto inconfondibile della Longgang Guailou (龙岗怪楼) o “Casa Strana di Longgang” massiccio edificio alto l’equivalente di 9 piani più 2 interrati e terrazza per un totale di 600 metri quadrati, dall’aspetto vagamente brutalista per la propria facciata cementizia ed una forma irregolare con multiple sovrastrutture a sbalzo. Almeno, nella misura in cui possa essere evocata l’aderenza ad una qualsivoglia scuola architettonica esistente, per ciò che appare stranamente privo di finestre per la maggior parte del proprio involucro esterno, non fosse per la presenza di una serie di sottili fessure del tutto simili a feritoie di epoca medievale. Laddove l’intera creazione, nei fatti, possiede un vago aspetto impenetrabile, giungendo a ricordare vagamente i famosi bunker verticali delle otto Flaktürme (Torri Antiaree) costruite in Germania durante la seconda guerra mondiale. Se non che nulla, in questa insolita presenza, rientri nello sforzo sanzionato di un progetto tecnico e precisamente definito. Esattamente come avviene, qui ed altrove nel vasto Regno di Mezzo, all’interno dei problematici chéngzhōngcūn (城中村) o “villaggi urbani”, spazi abitativi auto-gestiti fuori da ogni norma o piano regolatore, dove le strade diventano talmente strette che la luce riesce a illuminarle soltanto per un’ora o due ogni giorno. Eppure, nonostante questo, riecheggianti del vociò diffuso di multiple generazioni della brulicante e collettivamente inseparabile umanità. Non il sibilo del vento o quella voce indefinibile, di spettri rari nati dalle circostanze eternamente prive di un nome…



