Lasciato il cuore di Friburgo sboccia la paura dentro il cuore del viandante, nel profondo della foresta in una notte senza Luna, per il suono che riecheggia dietro i tronchi e nei cespugli circostante. Come un ringhio ed un lamento, al tempo stesso stridulo e profondo. Ride, grida e si rincorre, prima quieto e quindi garrulo persino più di quanto appaia ragionevole, viste le circostanze. Cos’avrà, da divertirsi tanto? Chi è che cerca di attirare attorno al cupo anfratto della propria casa sotterranea? Meles meles ovverosia nello specifico, il mammifero carnivoro che prende il nome di tasso europeo. Che qui nel cupo cuore ricoperto della schwarzwald in terra di Germania, s’indentifica con soltanto una sillaba: dachs, spesso nota come la radice etimologica di dachshund, il cane bassotto utilizzato per scovarlo nei dintorni degli insediamenti umani. Eppure in campo musicale molti trovano se stessi a ad associare tale termine ad un qualche cosa di concettualmente assai remoto, da ogni spunto d’analisi tranne quello auditivo. Quando quell’archetto da violino si avvicina ad un soggetto senza corde. Simile per certi versi a una posata, se non fosse costruito con un legno in grado di restituire rapide, squillanti vibrazioni. Mentre l’altra mano impugna la versione senza fili di quella che sembra una navetta del telaio, o la versione più simmetrica di un mouse per il computer (altra bestia usata in qualità di analogia) ma qui assume il senso pratico di modulare quel che nasce e cresce col verificarsi delle circostanze presenti. Un battito e un’ottava dopo l’altra, in base ai crismi di un foglio da musica invisibile. Giacché nessuno può riuscire ad imbrigliare il canto sincopato del dachs-ofono, comunemente anglicizzato come daxophone, che imbriglia il suono e lo veicola potentemente sopra e sotto il corso della linea temporale percepita come un unicum da parte di chi ascolta e interpreta le note di un’occulta e inconoscibile sinfonia situazionale.
Come il theremin e come la sega musicale, come lo scacciapensieri e l’Ondes Martenot, qui stiamo parlando di un’estetica del tutto espressionista e priva di formalità, che nasce nel contesto della musica contemporanea e solo in questa può trovare un ruolo cardine al di là di un mero passatempo per strimpellatori delle circostanze occasionali. Nel modo immaginato per la prima volta dal suo improbabile creatore, il chitarrista improvvisatore e creatore di caratteri tipografici Hans Reichel, il quale tra il1983 ed ’84 scelse di fare il passo successivo dalla propria collezione di cordofoni pesantemente modificati. Così da spingere le proprie mani, ed apparato sensoriale, in una terra incognita che in pochi avevano già avuto l’occasione di visitare. Là dove il senso della musica non può essere semplicemente discusso e in qualche modo ereditato. Bensì soltanto nato per il tramite di una brezza effimera, che ricorda l’argomentazione dello striato essere con la sua maschera accidentalmente furtiva…
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La virtuosa del cemento che riesce a trasportare in una stanza la Grande Muraglia Cinese
Il concetto percepito in modo trasversale dal senso comune, che vede la preponderante maggioranza della popolazione mondiale concentrata in un’area che racchiude Cina, India e le regioni monsoniche dell’Asia Meridionale, può tendere ad avere un chiaro effetto nella diffusione dei contenuti lungo i fiumi digitalizzati dell’informazione internettiana. Là dove i numeri contano e non solo da un punto di vista metaforico, quanto nel funzionamento di algoritmi matematici capaci di decidere cosa debba essere visto, e da chi. Ecco la maniera in cui determinati gesti creativi, compiuti da rappresentanti della nuova generazione degli artisti procedurali, tendono a fuoriuscire dal recinto limitato dei confini nazionali, trascendendo il semplice contesto che ne aveva consentito i natali. Così tecniche fortemente collegate ad un particolare aspetto dell’estetica territoriale, giunte sugli schermi più distanti, assumono significati totalmente nuovi e avveniristici, persino rivoluzionari. Questo il sentimento e tale il tono dei commenti relativi all’opera dell’autrice di murales Xiao Qi, nome che potrebbe costituire uno pseudonimo, originaria della città cinese di Chongqing, famosa per i propri alti grattacieli e il dislivello che la porta a svilupparsi su molteplici livelli sovrapposti. Meraviglia dell’architettura ed urbanistica contemporanea, nonché possibilmente il punto di partenza per una passione in grado di riempire, in senso pratico, gli spazi vuoti. Avete presente? Le ampie pareti bianche, scarne e impersonali, nelle grandi residenze o negli atri delle sedi aziendali, dove la mancanza di calore può suscitare un momentaneo senso di smarrimento nel cuore inquieto dei visitatori. Ed è proprio qui che operano i produttori di 浮雕壁画 (fúdiāo bìhuà) ovvero “murales a rilievo” concetto solo in apparenza vago, in grado di assumere alla confluenza dei fiumi Azzurro e Jialing un significato estremamente particolare. Oltre ad un costo, s’intende, in grado di raggiungere l’equivalente di migliaia di euro per i pezzi di maggiori dimensioni e pregio. Facendone di tale attività un campo di specializzazione proficuo, come desumibile dal canale ufficiale su DouYin (TikTok) dell’artista dove i primi tre video campeggiano con i thumbnail che offrono specifiche di contatto, per prenotare opere o lezioni della titolare. Esperta ed attrezzata praticante, non per niente incensata da letterali milioni di follower, di quella che può essere soltanto descritta come la perfetta unione tra cemento, pittura e scultura di finestre virtuali sulle meraviglie paesaggistiche ed architettoniche del suo vasto paese…
Cerchi di pietra in terra cipriota: fango e ricordi nel misterioso villaggio di Choirokoitia
Il momento giunge, in genere, a metà del secondo o terzo giorno che i turisti passano sull’isola di Cipro. Dopo essersi bagnati sulle spiagge dalle acque cristalline di Nissi o Coral Bay ed avendo visitato le Tombe dei Re a 20 minuti di distanza dall’aeroporto di Pafo e le affascinanti rovine residuali dell’antica città greco-romana che portava quell’antico nome, non è insolito seguire il vento indagatore della curiosità storica prendendo posto sul trasporto pubblico, se non noleggiando in modo ancora più diretto un auto o motociclo elettrico tra i molti a disposizione. Così da spingersi più avanti, sulla costa meridionale di questa repubblica mediterranea, tenendosi comunque a ragionevole distanza dal confine con la parte militarizzata a seguito della lunga disputa territoriale con la Turchia. Qui dove al termine di un lungo ed arzigogolato sentiero, costruito con i ciottoli disposti in una lunga scalinata, ci si trova innanzi a un terrapieno il cui contenimento sembra garantito da un muro di pietra costruito a secco, ragionevolmente conforme all’impiego di una qualche tecnica tradizionale. Ciò che colpisce ancor di più, sul profilo di un simile paesaggio, è d’altronde la presenza soprastante di una breve serie di casupole, il cui aspetto sembra quello di piccoli edifici del tutto contemporanei, assemblati tramite copiose quantità di cemento armato. Il che non può trare in inganno, comunque, il visitatore armato di scheda informativa o guida acquistata al duty free, immediatamente incline a porre in relazione tale assembramento di elementi a un’epoca ed un tempo particolarmente remoto: circa 9 millenni a questa parte, nel Neolitico remoto, quando antichi gruppi culturali precorrevano le terre e gesti delle civiltà che ormai ci sono familiari. Giacché Χοιροκοιτία, o Khirokitia che dir si voglia, costituisce il chiaro e distintivo segno di uno stile di vita dimenticato; quello di un perduto popolo di costruttori, avvezzi all’uso di terra battuta dal riconoscibile color grigio spento, capace di confondere le attuali generazioni, inclini a collegarla con altre tipologie di approcci strutturali contemporanei.
Primo punto che merita di essere sottolineato, a tal fine: le tre capanne sopraelevate costituiscono una ricostruzione moderna, tuttavia fedele per aspetto e materiali a ciò che qui è stato possibile contestualizzare, grazie a scavi approfonditi per la prima volta nel 1934 ad opera dell’archeologo Porphyrios Dikaios, quindi proseguiti all’inizio del 1970 e fino all’invasione da parte dei Turchi, verificatosi al culmine delle tensioni politiche di quattro anni dopo. Pochi sono i metri da percorrere, d’altro canto, per poter scrutare con i propri stessi occhi le fondamenta delle originali abitazioni, i muri parzialmente crollati e lo scheletro di strade e sentieri per un insediamento di medie dimensioni, probabilmente in grado di estendersi entro un’area pari 2,5-3 ettari complessivi. Caratterizzato dai suoi ritmi e tradizioni, che tutt’ora vengono costantemente sottoposte a revisioni sulla base dei nuovi studi scientifici pubblicati in materia…
Anoa, il bufalo furtivo che riemerge dai primordi dell’Indo-Pacifico centrale
Dopo la formula di rito pronunciata sull’imboccatura della caverna, l’artista di Leang Tedongnge si lasciò alle spalle i membri della sua comunità impugnando saldamente il ramo e il cesto con la polvere impiegati per il suo importante lavoro. Così procedendo lungo la fila di torce, posizionate preventivamente prima di quel rito evocativo, raggiunse la camera interna dove schiere dei suoi insigni predecessori avevano tracciato i propri contributi degni di essere commemorati: soprattutto la figura familiare del babi hutan, suino di foresta, il muso appuntito e il corpo sovradimensionato simbolo di pregio ed abbondanza, ripetuto molte volte in varie forme e atteggiamenti. Ragion per cui in quel giorno fatidico, egli aveva già deciso di non essere da meno. Simili sarebbero sembrate le pregiate proporzioni del suo dipinto, mirato a celebrare un altro tipo di creatura catturata e consumata tanto spesso dal gruppo umano di Maros-Pangkep. Immersa la sua mano destra nel pigmento d’ocra, fabbricato dalle pietre d’ematite della valle, cominciò quindi con l’apposizione della propria firma elettiva, consistente nella serie plurima d’impronte a cinque dita. Prima d’iniziare, nella luce tenue, l’impressione delle corna sottili da cui avrebbe avuto il suo disegno del sapiutan, demone bovino della foresta. Scaltra ed agile creatura, nonostante l’altezza al garrese .pari al massimo ad un’ottantina di centimetri, capace di sparire tra i cespugli del fitto sottobosco del Sulawesi. Allorché l’artista, se non altro, di una cosa era sicuro: nel clima controllato e con l’assenza delle precipitazioni nella grotta, il suo tributo avrebbe attraversato intatto gli anni e le generazioni. Forse addirittura il ripetersi per 45.000 volte, di quello che i sapienti erano soliti chiamare il ciclo delle stagioni.
Così diffuso in ogni luogo di quell’isola facente parte dell’arcipelago indonesiano, gli zoccoli fessi a un alto e l’altro della linea ideale dell’Equatore, il bufalo nano appartenente al sotto-genere Anoa trova l’effettiva ed innegabile conferma di un’ininterrotta discendenza, fin da quando i primi uomini iniziarono a cacciarlo come fonte di sostentamento comunitario. Non che tal proposito fosse generalmente o particolarmente semplice, nonostante l’assenza sostanziale di predatori. Essendo le due specie rilevanti degli A. quarlesi e depressicornis, sorprendentemente abili nel mimetismo e nello spostamento rapido tra i rami bassi, grazie alla forma compatta e le corna rivolte all’indietro, onde minimizzare il rischio d’impigliarsi negli ostacoli presenti sul proprio cammino elettivo. Erbivori diurni tutt’altro che schizzinosi, capaci di nutrirsi di germogli, felci, palme, radici e frutti caduti, questo animale normalmente schivo mostra un’efficace propensione alla flessibilità stagionale, spostandosi frequentemente da una zona all’altra dell’isola in base all’effettiva disponibilità di cibo. Il che non toglie l’esistenza di una propria indole territoriale latente, che lo porta ad essere aggressivamente protettivo di quello che percepisce come spazio vitale inalienabile, particolarmente quando il soggetto è una femmina accompagnata dal suo piccolo, potenzialmente vulnerabile in natura all’attacco di coccodrilli o grossi serpenti. Non che una carica a testa bassa di quel paio di corna sottili e robuste possa costituire un rischio facile da sopravvalutare, per quanto concerne l’esperienza di un’eventuale ed ipotetica minaccia umana…



