Da millenni tra gli abissi dell’Atlantico, il brulicante paradigma della vita nel castello di Poseidone

Nel gruppo di latenti condizioni reputate indispensabili per l’occorrenza di forme di vita biologiche, sussistono elementi come luce, ossigeno, e nei casi più complessi il tipico consorzio di creature interdipendenti noto con il termine di ecosistema. Convergenza di fattori normalmente utilizzati per escludere la potenziale attestazione di elementi nel campo dell’astrobiologia, dove scarseggiano pianeti caratterizzati da una simile serie di aspetti simili alle nostre conoscenze pregresse. Se c’è un ambiente d’altra parte in cui le regole sembrano mutevoli in base ad oblique convergenze, tale può essere la provincia oceanica di luoghi lungamente inaccessibili per l’occhio e le speculazioni umane. A profondità notevoli, in zone remote, oscure e misteriose. Dove l’energia deriva dai sistemi stessi dell’immenso sottosuolo planetario. Favorendo schiere di microrganismi, al posto dei più rari ma comunque reperibili pesci e crostacei dei recessi marini. Uno dei più singolari essendo in tali casi rappresentato dalla circostanza ricorrente delle tipiche sorgenti idrotermali, luoghi d’assottigliamento della crosta, ove il calore del magma vulcanico produce quantità copiose d’anidride carbonica, alla base della chemiosintesi che rende percorribile l’ininterrotta e plurima riproduzione dei batteri. Il che lasciava presupporre, in linea di principio, l’effettiva possibilità di ambienti in cui un diverso tipo di sostanze, nondimeno funzionali, potessero dare una spinta alla replicazione ad infinitum di corrispondenti forme di vita. Basate sul metano, l’idrogeno ed altre sostanze funzionali a divergenti applicazioni dell’eterotrofia.
Scoperto nell’anno 2000 da una spedizione oceanografica, organizzata dalla National Science Foundation e guidata dai biologi Deborah Kelley e Gary Karson, il campo idrotermale presso il fianco meridionale del grande rilievo montuoso sottomarino dell’Atlantis Massif rappresenta la più significativa manifestazione di una tale convergenza di elementi. Data la sua origine di un tipo totalmente opposto a quanto poco sopra menzionato; in assenza di calore filtrante, qui sostituito da una serie di processi geologici riuniti sotto il termine ad ombrello di serpentinizzazione. Ovvero, in altri termini, l’ossidazione di rocce mafiche e ultramafiche a basso contenuto di silice, trasformate nel trascorrere dei secoli in serpentino, brucite e magnetite. Tutto questo liberando fluidi alcalini che al contatto con l’acqua di mare, piuttosto che esser neri si presentano come lattiginosi e opalescenti. Il primo e maggiormente significativo indizio di ciò che può annidarsi nel paesaggio risultante delle superfici corrugate della faglia sottostante. A loro volta dominate da contorte torri e oniriche strutture carbonatiche, tali da giustificare il nome a suo tempo coniato ed in seguito diventato celebre di Lost City. Assieme all’immagine quasi memetica della sua guglia più alta, la torre di Poseidone che sovrasta silenziosamente la Città Perduta…

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Due monete da un colle gallese rilanciano la narrazione dell’uomo che tenne in scacco l’Impero Romano

Le più grandi verità si annidano nei piccoli dettagli, affioramenti di portata poco significativa che individuati dalla giusta persona, nel giusto momento, rivelano di essere la punta di qualcosa di eccezionalmente significativo. Così Mark Merrony, membro aggiunto del College di Wolfson, Università di Oxford nonché editore capo della rivista Antiquus si trovava per un’escursione in bicicletta a Pembrokeshire nel 2024 sulle colline di Preseli, in prossimità di un rilevo noto come Frenni Fawr, per godersi la campagna vicino ai luoghi di origine della sua famiglia ma soprattutto in seguito all’individuazione su foto satellitari di una certa regolarità nella topografia del paesaggio, in cui il suo occhio esperto individuò la presenza di quello che poteva solamente essere il segno inconfondibile di una strada romana. Seguendola per questo come il mitico sentiero del mago di Oz, giunse quindi pedalando fino a una radura, dove colto da un’ispirazione scese dal sellino e raccolse da terra un pezzo di pietra d’ardesia dall’aspetto stranamente triangolare. Allorché scrutandone la forma, esclamò con voce sommessa: “Eureka! Non v’è dubbio di sorta. Quest’oggetto è il segno di una vasta costruzione posta in essere da mano umana.” Accompagnato dunque in tale luogo un gruppo informale dei suoi assistenti e colleghi, il Dr Merrony riuscì a disporre di un preciso elenco di altri frammenti di opere murarie, dotati di caratteri diagnostici oggettivamente compatibili con l’architettura del Mondo Antico. Ed in particolare quella di un capiente accampamento, con la tipica forma di un supercerchio (o squircle) semi-rettangolare, utilizzato durante le campagne del formidabile esercito dei legionari. Inserendo dunque il risultato della sua ricerca sulla rivista gestita da lui medesimo, per definizione in assenza di alcuna valutazione indipendente, gli riuscì di sollevare l’interesse di una certa parte dell’Accademia. Ma anche critiche in determinati ambienti, riassumibili nella scherzosa notazione di suo fratello Nick: “Se davvero credi che Carlo Magno sia passato per il Galles, trova un paio di monete col suo volto sopra. Allora nessuno potrà più davvero confutare la credibilità della tua idea.”
Ancorché la scienza sia la mera risultanza, in determinate circostanze, d’intuizioni personali e irripetibili frangenti d’occasione. Ragion per cui il Merrony minore, cavalcando il proprio monociclo fino alla radura, forse con un ruolo ufficiale nel team di ricerca, se non per puro svago, si mise sul finire dell’autunno a smuovere la terra con le nude mani. Riconoscendo l’improvviso e inconfondibile brillare di due piccoli dischetti di metallo. Le cui iscrizioni in lingua latina non identificavano il profilo del ritratto come quello di alcun Carolus, bensì di Magnus Maximus, Imperatore Romano. In maniera sufficiente a collocarle cronologicamente come risalenti al IV secolo d.C, datando nel contempo l’intero sito al periodo della vita, nonché le imprese, di un tale significativo personaggio della tarda storia imperiale. Colui che in forza della sua perizia militare, ebbe l’arroganza di farsi chiamare il supremo signore dell’Occidente. Prima di seguire la promessa di un sogno fino alle province del più remoto settentrione. Dove avrebbe perso tutto, tranne l’amore di una donna leggendaria e la stima dei suoi discendenti futuri…

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Il più piccolo topo statunitense, ospite discreto sotto il passo dei marines californiani

La recluta di prima classe Stephenson si fermò improvvisamente mentre alzava in avanti il piede destro per la quintilionesima volta, essendo a questo punto prossimo alle 27 ore di fervida sopravvivenza tra le brulle pianure costiere del Pleistocene. Là dove la California incontra il sole, non lontano dal punto in cui si bagna con le acque del Pacifico, sotto lo sguardo dei guerrieri che singolarmente ambiscono a fare qualcosa d’importante della propria limitata esperienza terrena. Innanzi l’epico miraggio, della ripida collina definita Reaper (il “Mietitore”) sulla cui zona sommitale lo aspettavano gli onori dell’aquila, del globo e dell’àncora, simboli sul distintivo in grado di qualificare il suo percorso di vita. Sotto la propria ombra, l’inconfondibile profilo di una piccola buchetta, inconfondibilmente situata sul sentiero da intraprendere per risalire un pendio roccioso. Allorché Stephenson pensò di nuovo alle parole del sergente la mattina dell’esame, mentre camminava per la camerata con l’illustrazione incorniciata di un roditore: “Questo, giovani aspiranti, è il Perognathus longimembris pacificus. È piccolo, debole, all’apparenza privo di significato. Avete molto in comune con lui! Ma come voi ce ne sono molti…” Con fiero cipiglio, l’espressione intensa, il sottufficiale aveva guardato nella sua direzione. “Anche troppi. Mentre quelli come lui, è stato determinato da persone altamente qualificati, sono a rischio d’ESTINZIONE. Nel corso del vostro servizio ne potreste incontrare uno. Se lo calpestate, disturbate o danneggiate in qualsivoglia modo, allora conoscerete la portata della mia ira!” Tornato nel presente e come nello svolgersi al rallentatore di una scena del National Geographic, la recluta scorse allora un movimento in corrispondenza del calcio del suo M27 Infantry Automatic Rifle. Ciò che si agitava tra la polvere, della lunghezza approssimativa di una penna biro, coda inclusa, era senz’ombra di dubbio un appartenente alla genìa dei topi tascabili del Pacifico. Il suo cervello stanco elaborò a quel punto una sorta di reazione a scoppio ritardato, entrando nel modus operandi consigliato dagli istruttori in prossimità di una mina Claymore chiaramente prossima all’incipiente deflagrazione. Con un gemito istintivo, si gettò di lato, rovinando a terra con i circa 42 Kg di equipaggiamento che rimbombavano nell’acuto silenzio della pianura. Gli occhi fissi all’indirizzo del silente roditore, a questo punto, gli restituirono una sensazione inusitata. Meno spaventato del previsto, il suo profilo si stagliava in controluce sul pendio. Esattamente allora egli capì la singola, effettiva ragione, per cui un gruppo di queste creature rispondeva al nome collettivo di orda, colonia o mischief.
È un dato acclarato che la base militare di Camp Pendleton della contea di San Diego abbia deciso, negli ultimi anni, di spostare l’esatto itinerario a ostacoli del famoso percorso di addestramento denominato il Crucible (Crogiolo) dal Generale Charles C. Krulak, 31° Comandante del Corpo dei Marines statunitensi. Questo causa l’osservanza, niente meno che primaria in questo caso, di una direttiva ecologica: mantenere al sicuro una delle tre popolazioni residue di un essere semplicemente inestimabile, per la biodiversità della Nazione. Qualcosa che meritava di essere protetto, al pari delle stelle e strisce di una bandiera…

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L’incomprensibile leggenda dei verdi figli del crepuscolo nella Fossa dei Lupi

“Era un principe degno di questo nome, un vero eroe del popolo, tutto considerato!” Padre Guglielmo seduto alla sua scrivania, negli alloggi del canonico all’interno del convento agostiniano del villaggio di Newburgh nello Yorkshire, scrutò attentamente gli occhi del suo interlocutore. Straniero della zona interna del Suffolk, giunto fin lì da un luogo noto come Woolpit, che gli era precedentemente stato menzionato dai suoi confratelli ed altre conoscenze professionali. L’individuo di nome Roger, con un aspetto benestante, l’eloquio colto ed una spada al fianco, che lo aveva avvicinato durante il giro dei fittavoli nel borgo, con un documento rilevante all’ormai rinomata redazione della Historia rerum Anglicarum, un’approfondita storia enciclopedica degli eventi storici degli ultimi 100 anni. “Tutti da noi conoscevano la storia del suo ritorno in barca presso il luogo del naufragio, nella speranza di salvare la sua sorellastra Matilda, che immaginava fosse ancora intrappolata nel relitto della Nave Bianca incagliata a largo di Cotentin. E del modo in cui alla fine, per le ragioni avverse del destino, annegò assieme a tanti altri nomi illustri della corte normanna.” Naturalmente l’ecclesiastico ben conosceva, ed aveva già estensivamente trattato la vicenda del decesso a soli 17 anni del suo omonimo Guglielmo Adelin, figlio di Enrico I. L’episodio che aveva dato inizio nel 1135 alla crisi di successione e conseguente guerra civile nota come l’Anarchia. “Gli anni a venire furono crudeli per la gente della nostra piccola comunità.” Proseguì Roger, che si era presentato come figlio del capo d’armi del cavaliere Richard de Calne, un nobile minore che era stato al servizio di Hugh Bigod, conte di Norfolk. Ora la sua espressione si fece indecifrabile, mentre nonostante i risvolti tragici del suo racconto, si apprestava a rivelare il più intrigante dei segreti. “In mancanza delle fonti di guadagno provenienti dal commercio, la gente lavorava nei campi fino a tarda sera. E fu in uno di quei faticosi momenti che uno tra gli umili servitori del mio sire, li trovò che riemergevano in un prato, perfettamente silenti.” A questo punto Guglielmo guardò il foglio in carta bollata poggiato sulla scrivania, il certificato del battesimo di una certa Agnes Barre, in fovea reperta (trovata nella buca) e fece la sua prima domanda. “Quindi voi affermate di essere il nipote di quest’uomo… Un certo… Richard, corretto?” Roger annuì con enfasi. “Esatto. Mio padre presenziò alla loro unione. Dell’arcidiacono e giudice di Ely, con colei che all’epoca chiamavano la donna verde. Ma già allora in molti ne avevano dimenticato l’esatta ragione.”
Ora l’ecclesiastico prese la penna d’oca per iniziare ad affidare alla parola scritta il suo lungo colloquio. Naturalmente, egli già conosceva la vicenda dei due bambini di Woolpit, che aveva brevemente menzionato nelle proprie cronache. Mai avrebbe immaginato, tuttavia, di poterne incontrare un testimone, seppur indiretto, potendo in questo modo aggiungere dettagli ad una delle vicende maggiormente sorprendenti dell’Anglia Orientale. “Tutto questo è molto interessante, figliolo. Parlatemi del loro abbigliamento. È vero che parlavano una lingua sconosciuta? Di che colore era la loro… Pelle?”

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