Dopo il grande evento cosmico noto come agitazione dell’Oceano, messo in atto da Dei e Demoni alla ricerca del nettare sacro dell’immortalità, numerosi tesori emersero dalle acque senza tempo dello Kṣīra Sāgara. Tra questi, due di estrema importanza per la sopravvivenza dell’umanità: la mucca dell’abbondanza Kamadhenu, e l’albero dei desideri esauditi, Kalpavriksha. Entità figlie della natura capaci di provvedere, in assoluta autonomia, all’intero fabbisogno di cibo e riparo dei discendenti di Manu, il primo abitante della Terra, costituendo in ottima sostanza i due fattori originari di un ecosistema autosufficiente. Così il grande bovino accudiva e nutriva ogni creatura in grado di muoversi su quattro o due zampe, mentre l’arbusto accoglieva in mezzo alle sue fronde uccelli, insetti e serpi striscianti. Se d’altra parte in merito all’identità biologica del primo abbiamo poche informazioni, a parte il possesso forse metaforico di ali ed una grande coda di pavone, in merito al secondo le credenze popolari hanno puntato il dito nel corso dei secoli verso una grande varietà di piante. Presenze verdeggianti come la palma tala (Borassus flabellifer) in Tamil Nadu o il baobab (gen. Adansonia) nello Harivansh Puraan, sebbene il credo induista in senso trasversale abbia da sempre coltivato l’effettiva associazione di quel tronco all’impressionante arbusto del banyan, alias Ficus del sub-genere Urostigma, detentore in epoca moderna di una larga quantità di record nei cataloghi del Guinness dei primati. Il più ampio, il più pesante, il più longevo, il più coprente, vista la capacità di coprire una superficie pari a 4-5 ettari, sovrastata da una chioma da diametro di 400 metri nel caso eminente dell’esemplare custodito presso i giardini botanici di Acharya Jagadish, vicino Calcutta. Non propriamente un caso unico ed irripetibile, quando si prende atto di svariati esemplari notevoli disseminati entro ed oltre i confini nazionali, di un tale arbusto pluri-secolare eletto non a caso come simbolo nazionale sia dell’India che dell’Indonesia. Costituendo nei fatti uno degli alberi maggiormente imponenti e significativi delle regioni tropicali interessate, soprattutto per la sua capacità di fornire cibo e riparo per un periodo stimato di fino a 600 anni (benché la scienza ne abbia dimostrati al massimo 250-300) contribuendo nel contempo alla stabilizzazione del suolo umido sottoposto alle devastazioni dei monsoni stagionali. Destino di benevolenza, nei fatti, che giunge a palesarsi dall’esecuzione di un principio generativo non propriamente altruista. Potrebbe stupire a tal proposito l’associazione dell’albero alla nozione fondamentale nelle religioni Buddhista ed Induista di non nuocere ad altri esseri viventi, quando si considera la sua origine di pianta parassita: rappresentando il bayan, nei fatti, un esempio tipico di Ficus strangolatore, capace di trarre giovamento nelle prime fasi della sua esistenza dall’appoggio al tronco solido di una pianta ospite e del tutto inconsapevole. Finché crescendo ed espandendosi, non la sovrascrive in modo pressoché totale, un destino simile a quello riservato alla stragrande maggioranza dei propri rigogliosi vicini…
Chiamato talvolta “l’albero che genera un’intera foresta” il banyan riesce a perseguire un simile obiettivo tramite l’impiego di un approccio biologicamente raro. Sono i suoi stessi rami in effetti, nell’estendersi a raggera dal tronco centrale, a generare ad intervalli regolari diramazioni verso il basso in grado di trasformarsi in vere e proprie radici, in corrispondenza delle quali nuovi fusti sorgeranno verso l’alto, iniziando in tempi relativamente rapidi a beneficiare dello stesso processo. Un sistema tanto efficace al fine di garantirsi la sopravvivenza che sussistono casistiche documentate in cui tronchi centrali siano stati devastati da una piena o altro disastro naturale, permettendo nonostante ciò alla pianta di continuare agevolmente a propagarsi, riparando gradualmente il nucleo temporaneamente vuoto della propria piazza forestale. Comparativamente complicato il processo di riproduzione propriamente detta, che l’albero monoico (con fiori di entrambi i sessi) può riuscire a perseguire solamente tramite l’ingresso nel siconio dei suoi frutti della vespa impollinatrice Eupristina masoni, e particolarmente le femmine di tale specie, che trasportano il polline sui propri ovopositori dopo averli utilizzati al fine di perforare la buccia dei frutti rossi globulari che costituiscono l’offerta della pianta colossale. Lungamente venerato ed impiegato come sito per la costruzione di templi e comunità induiste, come nel caso del celebre esemplare Thimmamma Marrimanu di Anantapur o il Kabirvad sull’isola omonima del fiume Narmada, questi Ficus hanno nei fatti un’utilizzo relativamente limitato dal punto di vista pratico ed economico delle popolazioni locali. Essendo il frutto in questione poco saporito ed ancor più scarsamente apprezzato, sebbene possieda un’importanza tradizionale nella medicina ayurvedica che lo vedrebbe in grado di allontanare l’infiammazione e curare varie tipologie di afflizioni. Decisamente utile al confronto la coriacea fibra della sua corteccia, funzionale alla creazione di un tipo pregevole di carta, sebbene la raccolta sistematica risulti essere rara in funzione dello status sacro dell’albero nella maggior parte del suo areale di diffusione. Tenuto in alta considerazione fin dal 1.500 a.C. in base a fonti letterarie, la versione tangibile del mitico Kalpavriksha viene infatti ancora oggi riverito come simbolo plurimo della divina Trimurti, con le radici rappresentative di Brahma il Creatore, il tronco di Vishnu il Preservatore e i rami di Shiva il Distruttore. Altrettanto importante la sua funzione simbolica nel Buddhismo, avendo nei fatti rappresentato il luogo ed ispirazione verso la trascendenza di Kassapa, il 24° Illuminato in base al canone della dottrina Theravada.
Ancorché nessuno possa nuocere intenzionalmente alla stabilità del sacro albero, quest’ultimo e cionondimeno incline ad essere coinvolto nelle logiche dell’odierna e inarrestabile espansione dello sfruttamento del territorio. Con intere popolazioni locali minacciate dall’urbanizzazione galoppante delle periferie indiane, nonché il mutamento climatico capace di compromettere la dispersione dei semi entro le zone d’interesse storiche della propria ancestrale zona d’influenza vegetativa. Considerato nel contempo una pianta invasiva nei luoghi in cui la mano umana ha contribuito a trapiantarlo, il Ficus costituisce ad oggi un problema in Florida e nelle isole del Pacifico, dove si è dimostrato un aggressivo, distruttivo colonizzatore. Eventualità di contro non capace di verificarsi in territorio europeo, vista l’incapacità del banyan di resistere a gelate occasionali, nonché l’esigenza di poter disporre di un’umidità e calore sufficientemente elevati, onde favorire l’occorrenza delle radici decentrate e conseguente nascita dei sopra menzionati tronchi secondari. Vero simbolo effettivo e imprescindibile di una creatura che può salvaguardare la sua stessa esistenza. Purché, s’intende, esistano degli effetti presupposti conduttivi alla prosperità ulteriore. Senza una ragione per esistere, perché mai un essere dovrebbe perseguire l’immortalità? Piuttosto che lasciarsi dietro il mondo inospitale, sperando in un miglior prossimo capitolo nell’impietoso ciclo di morti e rinascite che prende il nome di samsara.


