L’ombra mimetica del caprimulgide di palude si apprestava sulla punta estrema del ramo d’acacia, per meglio scrutare il tiepido bagliore di quel fuoco, ed i due uomini che si trovavano attorno ad esso. Uno più giovane, l’altro prossimo alla mezza età, entrambi abbigliati in modo tanto simile da ricordare dei soldati di un singolo esercito, o impiegati della stessa azienda. Pantaloni lunghi alla zuava, con ghette rigide per proteggere i polpacci. Scarpe veldschoen resistenti, di fattura sudafricana. Giacche color kaki con grandi tasche a soffietto, l’ultima moda del 1908. E in testa, l’immancabile casco coloniale a tesa larga, in se stesso sufficiente ad identificarli come visitatori provenienti dai paesi facoltosi dell’uomo bianco. Spalancando leggermente il grande becco e voltando verso il basso gli occhi sferoidali, il furtivo uccello notò quindi le oblunghe forme dei grossi fucili a cordite con canna rigata ed otturatore scorrevole. Senza alcuna ombra di dubbio, costoro erano dei cacciatori. “E poi c’è l’okapi, vecchio mio. Lo conosci? Una chimera degna dei più remoti lidi del regno dei sogni, in parte zebra, in parte gazzella e per il resto simile ad una giraffa. Ne presi una sul confine con il Kenya, sparando un colpo fortunato da quasi cento metri di distanza. Ho venduto la sua pelle ad un collezionista. Ci comprai un cavallo migliore…” Sorridendo ed annuendo nel modo previsto dal contesto, il cinquantaduenne proprietario di ranch americani, autore letterario e appassionato di safari Edgar Beecher Bronson iniziava a chiedersi se il giovane collega e connazionale John Alfred Jordan fosse incline a esagerare alquanto il dipanarsi e punto cardine dei suoi racconti. Ma l’opportunità di poter disporre di una tale fonte addizionale, per il suo diario di viaggio che aveva intenzione, nei prossimi anni, di trasformare nella propria biografia era semplicemente troppo valida per lasciarsela sfuggire. “Ma in città mi hanno parlato della vostra esperienza con le bestie feroci, in particolare un certa creatura dei fiumi, che vivrebbe in prossimità del lago Vittoria…” In quel mentre, il suo interlocutore all’incirca trentenne si fece d’un tratto serio e scrutò verso il lieve gorgolìo del vicino torrente. “Oh, si. Sfiderei chiunque a non darsela a gambe. Non puoi trovarsi innanzi alla mostruosa e indistruttibile forma del dingonek, e rimanere indifferente!”
Molte sono le leggende vaporose nei bestiari dei primi zoologi, non ancora totalmente avvezzi al metodo scientifico, capaci di evocare mostri ed misteriosi esseri famelici, tentando di dargli una forma riconoscibile per le generazioni a venire. Ogni qual volta proporzioni, caratteristiche o prerogative paiono esulare dai dati di massima, tuttavia, è sempre possibile trovare come ispirazione più o meno diretta una specifica leggenda, ripresa dagli studiosi dell’Occidente sulla base di qualche antica storia dei villaggi o insediamenti locali. Atipico in tal senso, oltre che molti altri a seguire, il rettile dai denti a sciabola del territorio facente parte dell’odierna provincia kenyota di Migori, fu di suo contro incontrato e descritto inizialmente da un’unica persona, le cui note biografiche, effettiva provenienza e storia di carriera appaiono in larga parte nebulose. A differenza dell’autore il quale, a un solo anno di distanza, avrebbe immortalato in un libro la sua vicenda. “Nel territorio chiuso” di E.B. Bronson parla dunque del frangente singolare, in cui un visitatore statunitense sarebbe stato chiamato dalle sue guide indigene per la comparsa di un qualcosa oltre la fitta boscaglia ripariale. Superata la quale, egli si sarebbe ritrovato innanzi alle realistiche difficoltà di mantenere un contengo razionale, e saldo il mirino del suo fucile…
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L’insolito guardiano con la cresta che vi osserva dalla cima del vischio africano
Chiedete a chiunque quale sia la caratteristica che rende il piccione meno attraente, ed egli vi risponderà senza particolari esitazioni “il colore”. Sognando e disegnando fin da giovani gli arcobaleni cromatici dei pennuti tropicali, magnifici pappagalli, uccelli del paradiso, anatre mandarine, guardiamo i nostri cieli con l’ardente bramosia, di scorgere coi nostri occhi un giorno gli esseri viventi che più d’ogni altro sanno ricordare i fiori o gli arcobaleni. D’altra parte il grigio, come il nero di sapienti corvi colti e meditativi, è un colore anonimo che può riuscire ad evocare l’eleganza. E c’è ben altro, come la forma e la modalità di porsi, che può determinare l’implicita grazia di un’animale. Quella che in molti sembrerebbero aver individuato, dall’eccezionale quantità di foto, video ed altra documentazione, creata in loco nei paesi sub-sahariani di Kenya, Malawi, Burundi, Tanzania, Uganda, Zambia… Ove l’ombra che si staglia contro il cielo è spesso non soltanto la diretta risultanza di un riverbero creato dalla luce. Bensì la sagoma riconoscibile, di uno dei tre alati Crinifer, il cui nome in lingua afrikaans di kwêvoëls trova la corrispondenza più internazionale e traducibile di “uccello vai-via”. Di suono e di fatto, vista l’assonanza del chiassoso verso grosso modo trascrivibile con l’espressione kei-kei, ewey, ewey (go-away) assieme all’indole territoriale che lo porta a prendere di mira le teste dei passanti accidentali, sfortunatamente avvicinatosi a quello che considera il suo nido segreto. In quanto avendo in comune con i colombi europei l’abitudine a costruire piattaforme a malapena stabili, con rami secchi e semplici sterpaglie, è ben cosciente di quanto sia facile scorgere da terra le sue due o tre uova. Eppur difficile riesce portargli un qualsivoglia tipo di rancore, se si apprezza l’abito che indossa, ovvero quell’aspetto distintivo in grado di distinguerlo con assoluta evidenza da qualsiasi merlo, corvide o passeriforme, l’alta cresta che si agita nel vento, la lunga coda a ventaglio. Ciò in quanto il genere delle tre specie a cui mi riferisco, che incidentalmente include anche gli ulteriori due “mangiatori di platani” C. zonurus e C. piscator, non appartiene a nessuna di queste famiglie bensì quella tipicamente africana dei musofagidi o turaco, uccelli arboricoli che vantano comunemente sfumature verde acceso ed ali rosso splendente, tanto da ricordare vagamente dei pappagalli. Ma anche Il caro Cocorito, si sa, può presentarsi, qualche volta in abito da sera…
Terrore o senso d’inquietudine non impediranno d’incontrare il leggendario plantigrado africano
Nella tenebra incipiente del crespuscolo kenyota, il gruppo familiare del capo villaggio si trovava momentaneamente riunito nella grande capanna circolare, sotto il tetto di paglia e rami intrecciati. Non si usciva mai di sera, nell’aspro territorio di Kapsabet. Così dopo una giornata di lavoro intenso e caccia ai margini della savana, gli uomini del gruppo si trovavano nel centro dell’ambiente, discutendo sottovoce poco prima di coricarsi per il meritato riposo. Se non che un suono insistente, presso i margini della radura, destò di nuovo l’attenzione dei presenti all’indirizzo della zareba, l’ispessito, invalicabile recinto fatto con i rampicanti spinosi dell’Africa Orientale. Dove qualcuno, o qualcosa, pareva stesse penetrando in una sorta di battaglia, scardinando e schiacciando ai lati quell’impressionante barriera coltivata dall’uomo. Con alito tremante, una voce fuori dal silenzio “Possibile che…” Qualcuno diede voce all’impressione collettiva: “…Si tratti di lui?” Disse Aluoch il figlio dello stregone, con la mano già portata sull’impugnatura della lancia, la lama a foglia innestata sopra un lungo manico di legno. “Chemosit, Kerit, Ngoloko…” Si sentì ripetere il sussurro, dal capannello separato delle donne e gli anziani del gruppo, già inclini a stringersi l’un l’altro come bestie al macello. Mentre il battito dei singoli secondi sembrò prolungarsi all’infinito, tornò momentaneamente la pace. Appena il tempo necessario per un falso attimo di sicurezza, subito seguìto dal temuto suono rimbombante, di un’imponente creatura giunta sopra il tetto della casa lunga. “State pronti!” Disse allora il giovane condottiero, all’indirizzo dei cinque guerrieri armati adesso di mazze, clave ed altri simili implementi di battaglia. Qualcuno aveva addirittura un arco, apparentemente destinato a rivelarsi inutile nello spazio angusto dell’abitazione affollata. Ma Aluoch aveva un piano. Cinque, dodici secondi ancora, e con un tonfo impressionante, la copertura del tetto sembrò spalancarsi, mentre la forma di una zampa estremamente massiccia penetrava nello spazio fiocamente illuminato. Lui era qui: il terrore delle donne che andavano a lavare i panni al fiume. Lo spauracchio dei bambini in carne ed ossa. Il divoratore di… Cervelli, ogni qual volta gli riuscisse di afferrare un cranio da spezzare grazie all’uso dei suoi denti ed artigli. L’orso Nandi, come amavano chiamarlo i loro occasionali ospiti europei, cosiddetti “studiosi” della natura, penetrò dunque con la testa e le spalle, poco prima di cadere rovinosamente al suolo dal soffitto, ribaltandosi immediatamente sulle quattro zampe muscolose. Era alto, adesso, almeno due metri e benché non potesse alzarsi in piedi in quello spazio, lo riempiva come un’imponente immagine che preannunciava la fine del mondo. Occhi di brace, una bocca spalancata che sembrava emettere un tenuo lucore. E con un lampo appena percettibile, un gesto distratto, sufficiente a separare la testa dal collo del primo membro del gruppo coraggioso dei suoi oppositori. Aluoch sollevò allora l’arma, pronto a trattenere il mostro tutto il tempo necessario. Mentre il suo braccio destro, già lanciatosi fuori dalla finestra, già accendeva il fuoco purificatore che ardendo tutto quanto, avrebbe posto fine alla sanguinaria leggenda del gigante assassino…
Imprenditrice immagina un futuro in cui le strade di Nairobi saranno ricoperte di plastica riciclata
In una memorabile puntata del cartoon fantascientifico Futurama, veniva mostrata una possibile modalità del tutto priva di difetti per riuscire a smaltire la spazzatura: una gigantesca sfera, che qualcuno potrebbe chiamare katamari, spinta oltre l’atmosfera terrestre mediante l’utilizzo di un razzo, nella rotta attentamente calibrata per andare a schiantarsi, ed essere del tutto obliterata, sull’incandescente superficie dell’astro solare. Soluzione drastica, anche senza considerare il dispendio in termini di tecnologia e carburante, che in contesti maggiormente razionali avrebbe dovuto essere subordinata ad un approccio maggiormente reversibile. Poiché ogni cosa di cui dovessimo in futuro liberarci in modo definitivo, andrà effettivamente a sparire dal carnet di possibili risorse un giorno adatte allo sfruttamento. Poiché tutta la materia, in qualche maniera, può pur sempre essere riutilizzata previa l’accettazione di un giusto numero di compromessi. Assunto in qualche forma sostenuto, e indubbiamente divulgato, grazie all’opera continuativa di Nzambi Matee, fondatrice e titolare dell’azienda kenyota Gjenje Makers, diventata celebre negli ultimi anni per una tecnica proprietaria di trasformazione dei rifiuti in materiale da costruzione, particolarmente solidi mattoni da impiegare per costruire delle strade e forse, un giorno, anche interi e svettanti edifici. Plastica, per esser maggiormente specifici, veementemente raccolta e selezionata dalle circa 500 tonnellate giornaliere prodotte dalla sua natìa capitale, Nairobi, e comunemente destinate unicamente a discariche come quella di Dandora, la letterale “città nella città” gradualmente espansa fino all’attuale misura di 30 acri, utili a diffondere in ogni direzione le sue malattie e i suoi veleni. Portati ad ad accrescere l’ammasso da camion della spazzatura costretti a circolare frequentemente lungo strade sterrate, ed è forse questa, in ultima analisi, l’idea di partenza dell’ingegnosa procedura di riciclo messa in atto nell’officina dell’ormai ben conosciuta azienda. Poiché la processazione dei materiali al termine della propria vita utile comporta sempre dei costi, e non c’è slogan migliore agli occhi degli investitori di quello pronunciato dall’autrice della mission e vision aziendale di “Let’s turn trash, into cash” (Trasformiamo la spazzatura, in denaro!) Ben più che una semplice vuota promessa, per quanto possiamo apprezzare nei materiali a supporto dell’ingegnosa venture in cui si parla delle caratteristiche strutturali dei suoi mattoni. Fino al doppio di resistenza alla compressione, per non parlare di quella molte volte superiore in tensione, dei comuni mattoni per pavimentazioni di cemento, ad un costo significativamente inferiore: circa 7 euro al metro quadro, contro gli almeno 20 delle soluzioni prodotte mediante metodologie tradizionali. Un’offerta possibile grazie ad una filiera di fornitura delle materie prime risultata capace di produrre posti di lavoro per 110 persone in modo diretto ed indiretto nel corso degli ultimi due anni, ovvero da quando Matee è stata nominata dal Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) “giovane eroina del pianeta”, massimizzando la sua capacità di trovare imprenditori localmente e grazie ad Internet da ogni altra possibile parte del mondo. Un riconoscimento certamente meritato, come potrete desumere prendendo atto delle sue esternazioni attuali e precedenti…



