Tanto stretto ed omnicomprensivo è il legame tra la civiltà umana ed il suo persistente compagno biologico, l’amico cane, che ogni essere quadrupede di dimensioni ragionevolmente simili finisce per venire rapportato a quest’ultimo, ad un qualche livello filosofico, visuale o persino creativo. Una considerazione che riemerge nella tipica rappresentazione artistica del Triassico, all’origine dell’Era Mesozoica, creata per film animati, videogiochi o documentari in computer graphic, ogni qual volta si desidera far comparire sullo schermo un’approssimazione ragionevole del clade di terapsidi collettivamente noti come dicinodonti, o più nello specifico la varietà maggiormente nota in senso paleontologico, il genere Lystrosaurus, Creatura lunga circa un metro il cui nome discende in senso etimologico dall’espressione in lingua greca “Lucertola Pala” sebbene abbia ben poco a che vedere con il rilevante ramo dell’albero della vita, non qualificandosi neppure come un rettile, bensì nel novero degli antenati del concetto stesso di mammiferi. Così diventato una visione relativamente familiare, grazie all’indole speculativa di quel mondo delle immagini contemporanee, viene raffigurato mentre agisce, deambula e scava le sue buche in modo non dissimile da un canide dei nostri giorni, sebbene ciò abbia un fondamento estremamente labile da un punto di vista propriamente divulgativo. Contrapposta angolazione, d’altra parte, destinata a ritrovare spazio nelle prossime occasioni, vista la scoperta approfondita nel recente studio di di J. Benoit, J. Botha, V. Fernandez dell’Università di Witwatersrand, Sud Africa, relativo ad un fossile dell’animale ritrovato nel 2008 nel bacino del Karoo, Sudafrica. Concrezione pietrosa con l’impronta chiaramente definita, per l’appunto, di un’embrione rannicchiato in posizione fetale di un dicinodonte, probabilmente della specie Lystrosaurus murrayi. Lungamente ipotizzato come proveniente dall’interno di un uovo, sebbene fossero mancati, fino ad oggi, gli strumenti necessari a comprendere che fine avesse fatto il guscio di quest’ultimo, comunemente immortalato in condizioni simili per via della sua composizione cristallina dovuta alla calcite che ne costituisce la materia prima. Mistero ad oggi risolto, tramite l’impiego di tecniche d’ingrandimento fondate sulla tomografia computerizzata ed il sincrotone ad alta risoluzione, capaci di raggiungere il nocciolo della questione senza danneggiare conseguentemente la fragile composizione del prezioso reperto. Così da aprirci finalmente gli occhi non tanto in merito alla natura ovipara dei terapsidi, che comunque sopravvive tra i mammiferi contemporanei nell’ornitorinco e nell’echidna, quanto in merito all’effettivo funzionamento di tale metodologia riproduttiva. Innegabilmente basilare, nella preponderante proliferazione di queste creature in seguito all’evento di estinzione del Permiano, che portò alla scomparsa dell’83% di ogni genere, mentre i dicinodonti aumentavano di numero fino a costituire circa il 95% dell’intero patrimonio fossile all’interno di particolari sostrati terrestri. Una delle anomalie ambientali forse più stupefacenti nella storia evolutiva dell’intera Preistoria…
embrioni
L’oblungo anfiosso, antesignano di ogni essere dotato di un DNA complesso
Ed in fondo quale tipo di sofonte, essere pensante del conosciuto universo, mancherebbe di guardare una creatura dall’anelito leggiadro e definirla “fratello”? Pensate a tal proposito alla mosca, insetto volatore con due occhi, arti simmetrici, un cervello. Persino le ali utili a spostarsi tra la tana e i luoghi usati per il suo foraggiamento. Benché proprio gli esseri corrispondenti alla categoria fondamentale degli insetti siano, per quanto concerne le proprie intrinseche caratteristiche, qualcosa di effettivamente ed indiscutibilmente alieno. Da contrapporre alla maniera in cui ogni animale vertebrato possieda, di contro, una fase del proprio sviluppo embrionale detta gergalmente filotipica, al raggiungimento della quale si presenta dal punto di vista morfologico del tutto indistinguibile da qualsiasi altro. Dopo quattro settimane per gli umani, dieci giorni per un topo, uno solo per un pesce. Ed altrettanto per quest’ultimo… Protagonista della scena nonostante sia del tutto privo di uno scheletro e con esso la caratteristica colonna e non soltanto quella. Semi-rigido pezzo di tubo lungo dai 2,5 agli 8 cm a seconda della specie (ce ne sono 35) senza occhi, senza nessun tipo di concentrazione neuronale. Il che significa che il suo pensiero, se così possiamo chiamarlo, sembrerebbe scaturire da un sistema decentrato di gangli nervosi. Ma così non è, trovandosi in effetti concentrato nella punta della parte che potremmo definire maggiormente simile a una corda. O noto-corda, per andare in fondo alla questione, forma primigenia di quello stesso complesso di segmenti in assenza del quale ogni orgoglioso essere sarebbe solamente uno strisciante verme. Ed un qualcosa di concettualmente simile a quest’ultimo diventa, invece, un anfiosso. Oppure lancelet, come lo chiamano gli anglofoni, a voler alludere a una sorta di piccola lancetta, chiaramente appartenente al segnatempo delle Ere geologiche e tutto ciò che è stato in grado di derivarne. Essendo rimasto sostanzialmente invariato per un periodo di circa 100 milioni di anni, fin dall’epoca dello strato di argillite di Burgess risalente al Cambriano medio, giacimento fossilifero di una pletora di esseri periti al cambio generazionale dei fenotipi evolutivi marini. Tutti tranne il misterioso Pikaia gracilens, primo tra i cordati ad essere sopravvissuto al famelico contegno dei primi nuotatori dell’Oceano indiviso. Un filtratore, nient’altro che questo, ma in potenza l’essenziale punto di partenza per creature come mammiferi, cetacei, persino rettili ed uccelli! Poiché caratterizzato dal potere, totalmente senza precedenti, di dividere le proprie cellule in maniera strategicamente rilevante. Grazie al sistema della metilazione…
La straordinaria scena di una cellula che crea la vita
Tra il dire e il fare, è usanza dirlo, s’interpone una distesa di acqua blu cobalto, più profonda di una Valle nel bel mezzo del deserto del Nevada per l’appunto definita (non è un caso) della Morte. E lo stesso vale, d’altra parte, per il cambiamento che intraprende tra chi sente così a lungo discutere di un qualcosa, quando finalmente, riceve l’occasione di vederlo coi suoi stessi occhi. E sia chiaro che non stiamo qui parlando, come lascerebbe presagire il tema, di semplici illustrazioni su un libro di scuola, o l’animazione disegnata di un documentario esplicativo. Bensì la ripresa diretta, senza nessun tipo d’intermediario, di uno dei fenomeni più importanti di questo intero vasto pianeta: la creazione, a partire dal vuoto di un fondale totalmente nero, di quella cosa che potremmo definire in via sommaria un “essere vivente”. O volendo entrare nel particolare, l’anfibio del Centro Europa e Nord Italia noto come Ichthyosaura alpestris o volgarmente, il simpatico tritone alpino. Verso cui aveva puntato la telecamera, nelle primissime ore della sua esistenza, il regista olandese Jan van IJken, nella creazione del suo pluripremiato documentario Becoming. Ed ora che sono trascorsi alcuni mesi, finalmente, tale opera creativa è stata resa pubblica anche fuori dai circuiti privati, mediante il sito di divulgazione tecnica e scientifica Aeon Magazine a cui si riferisce il mio collegamento d’apertura. Offrendoci l’occasione di vedere qui un qualcosa che probabilmente, in molti, non ci saremmo mai immaginato in tale veste.
Al principio c’è una cellula in un uovo. Il cui colore giallo pallido, forse volutamente, è già simile a quello della forma neonata dell’animale, che trascorrerà un tempo variabile come creatura acquatica in pozze, stagni e piccoli ruscelli del suo areale di appartenenza. Quindi quasi subito, su di essa inizia a figurare un taglio verticale. In molti saprete già di che si tratta: è la mitosi, ovvero divisione, seguita dalla crescita, del più basilare componente della vita. Tale opera viene immediatamente replicata, quindi, perpendicolarmente, creando gli altri due quadranti di una forma più che mai simmetrica, immediatamente intenta a crescere nelle sue dimensioni. Un processo che si ripete ancora, e ancora, finché finalmente, qualcosa di diverso inizia ad avvenire sullo schermo. Sto parlando di quando, verso il minuto di video, l’azione accelera d’un tratto (si tratta di un time-lapse) mentre la materia interna al guscio gelatinoso & trasparente inizia a rapprendersi, per non dire concentrarsi, creando la ragionevole approssimazione di un “buco”. Sarebbe questo in effetti, il fondamentale momento alla generazione della vita noto come gastrulazione, durante il quale lo strato unidimensionale di cellule della blastula si piega su se stesso, riorganizzandosi nella struttura più complessa entro cui troveranno modo di formarsi gli organi interni della neonata creatura. Ed è allora che un poco alla volta, ciò che era una massa informe inizia a mutare, assomigliando finalmente a ciò che abbiamo, poco sopra, già identificato con il termine latino: un animale. E che creatura, signori…


