Nomadi del nettare: l’incomparabile impero motorizzato degli apicoltori rumeni

Le auto potenti ruggiscono, quelle attempate rombano. Soltanto i veicoli elettrici, nella maggior parte delle condizioni… Producono un ronzio costante. E se ora vi spiegassi che sussiste un luogo, nella parte orientale del continente europeo, dove viaggiando sulle strade è possibile udire tutti e tre i rumori allo stesso tempo, provenire da un singolo veicolo di grandi dimensioni? Da ogni punto di vista osservabile, una vettura itinerante. Da ogni punto sostanziale, più che altro, una colonia. Astronave dell’asfalto che migrando insegue un’unica importante missione: perseguire ad ogni costo il necessario vitto e alloggio per i suoi abitanti. Molte centinaia, o migliaia, di familiile come le chiamano da queste parti, gruppi di creature imparentate per il tramite di una singola madre che regna, incontrastata, sul Trono di Propoli, ovvero il dominio sacrosanto dell’alveare. Tutti ben conoscono, d’altronde, gli impliciti vantaggi offerti dai sistemi dell’apicoltura contemporanea. Molto meno risultano al corrente, fuori dal settore, dell’importanza che può avere una collocazione strategica ricerca per il proprio allevamento, giorno dopo giorno, in base alla natura stagionale di quegli stessi fiori che costituiscono, in aggiunta alla benzina, il sacrosanto carburante delle moltitudini eusociali asservite ai desideri della collettività umana. Nozione di suo conto largamente messa a frutto, fin dai tempi dell’antico Egitto, quando i praticanti con i propri hotel in miniatura erano soliti seguire la rinascita primaverile delle piante lungo il fiume Nilo, scatenando le api lungo gli argini del fiume fornitore di vita. Approccio noto anche ai Romani, che di loro conto utilizzavano carri trainati lungo strade il più possibile prive di asperità, così come fatto, in modo più difficile, per l’intero estendersi dell’epoca medievale. Questo perché ciò che i praticanti apicoli potevano impiegare, a tal fine, erano sempre stati dei semplici recipienti costruiti in terracotta, la cui resistenza implicita era inversamente proporzionale al valore del proprio insostituibile contenuto. Almeno fino alla rivoluzione lignea e modulare, raggiunta tramite l’approccio concepito dall’ucraino Petro Prokopovych nel 1806, di strutture mobili che permettono l’accurata ispezione, prelievo e pulizia della api nella loro sacrosanta dimora. Un punto di partenza totalmente naturale, per gli eredi di quei possessori, al fine di congiungere il sistema con quello dei nascenti veicoli a motore. Dotati di sospensioni, ruote gommate ed una propensione importante: quella di poter raggiungere qualsiasi luogo, in ogni momento. Fu questo l’inizio, in molti paesi allo stesso tempo, del concetto odierno dell’apicoltura mobile o motorizzata. Sebbene sia possibile affermare che in alcuno di essi, nonostante la più rapida ed al tempo stesso sistematica industrializzazione, esso abbia raggiunto lo stesso livello d’integrazione con la cultura popolare che si può individuare nella storia moderna della Romania. Un luogo dove le api sono una parte della vita stessa. Sia questa condotta in luoghi stabili, o lungo la strada delle valide opportunità future…

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Ucronia e cemento a Bucarest: quattro milioni di tonnellate per il domicilio di una nazione

Nelle torbide stagioni di un passato dove il sangue non scorreva come acqua, bensì lava del vulcano della sofferenza condivisa dalle moltitudini, la creatura fuoriusciva dalla veste rigida della propria strisciante fase larvale. Dissepolta di recente, del colore della primavera, la cicala che gestisce l’esercizio del potere emerse dunque con l’intento dichiarato di cambiare in meglio il mondo, il suo paese, le persone. Ma furono soltanto i giudici della prosperità, ed il popolo col sacrosanto compito di nutrirla e mantenerla in salute, a possedere le ragioni per esprimere un giudizio in materia. Quando questo essere, sinonimo dell’esercizio del potere, concluso il grido riecheggiante della sua mansione, dovette confrontarsi con le conseguenze delle proprie dispendiose decisioni. Eppur parecchi anni dopo il suo decesso, il magnifico splendore di quell’esoscheletro tutt’ora spicca sopra la corteccia del contorto albero della Storia. Non è forse magnifica visione, quell’esuvia, persino per le schiere d’imenotteri che furono costrette a venerarla? Non è una memoria di grandezza, sebbene costruita sulle schiene di coloro che dovettero lasciare indietro ogni diritto, ogni proposito d’umanità residua?
Come molte altre zone d’Europa in tempi sorprendentemente prossimi all’epoca contemporanea, anche il principale paese comunista non-sovietico dell’Est dovette fare i conti con un’approssimazione del Faraone. Già oltre un decennio e mezzo era durata, tra feroci repressioni e un culto della personalità d’inusitata ferocia, il predominio di Nicolae Ceaușescu, erede di una Rivoluzione che non aveva mai direttamente conosciuto. O almeno, non ancora. È tuttavia indubbio come la particolare convergenza di fattori storici e sociali, uniti ad una mano ferrea nell’impugnare e sventolare i magnifici colori del vessillo nazionale, avessero permesso alla sua cricca di offuscare il vero stato delle cose, nascondendo la miseria dietro alla munificenza di un paese che credeva veramente ai meriti del predominio ininterrotto. Fu a questo punto una comune conseguenza dello spirito comune, la reazione indotta da Colui che Aveva il Compito nell’ora più terribile vissuta dalla capitale: quando il 4 marzo del 1977, non troppo lontano dalla città di Bucarest ebbe luogo un grave terremoto della magnitudine di 7,5, destinato ad uccidere 1.578 persone e demolire o danneggiare un gran totale di 32.900 edifici. Ponendo le basi in essere, in via collaterale, per il più grande progetto di ricostruzione edilizia nella storia recente di quel paese. Un’occasione irripetibile, avrebbero detto alcuni, per fare le cose in maniera migliore. “Costruite una piramide più alta”, disse allora il Faraone. E che sia magnifica alla vista e in ogni modo, priva di difetti! Questo il nocciolo della questione per la costruzione del nuovo centro cittadino, dominato dall’alta collina di Dealul Spirii, in passato un luogo di venerazione e il sito dell’arsenale. Che fosse in quel fatidico momento, il punto di partenza per un nuovo simbolo di riconoscimento nonché utile ad ognuno, in quanto utile a colui che aveva dato l’ordine di farlo in quel particolare modo. Il potere assoluto, dopo tutto, non è un cuscino…

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La conica incombenza per l’iconica presenza, di torri costruite sulla costa in cerca dell’eccellenza

Bisogna essere onesti: la sensazione dominante che si concretizza all’esperienza diretta della grande maggioranza dei distretti ad alta densità residenziale è un senso profondissimo di noia ed una certa malinconia situazionale. Dopo tutto è vero che la maggior parte dei palazzi è poco più che un parallelepipedo disposto in modo perpendicolare, l’incombente quanto pratica realizzazione di un pesante orpello in grado di ostruire la linea dell’orizzonte. Utile a suo modo, se si crede agli arbitrari meriti di vivere in un luogo piuttosto che un altro, dominando con lo sguardo la collettività dei meno abbienti nell’umano schieramento delle moltitudini nei luoghi bassi che circondano quel nucleo di assoluta preminenza. Togli d’altra parte il labirintico contesto urbano, cosa resta? Poco più che un monumento per la hubris, l’efficace manifestazione del più tracotante desiderio, ancor prima del semplice bisogno pratico, risolutivo. Chi abbia detto, in quel fatidico frangente, che le ali di un gabbiano si palesano sopra la Costa Blanca del sud-est spagnolo con la forma di una “M” sostenuta da due lunghe e squadratissime candele, forse non pensava di essere preso alla lettera da un architetto come Pérez-Guerras, già creatore della sede geometricamente prevedibile dell’IFEMA di Madrid e il più ambizioso Neguri Gane, grattacielo di 145 metri che riprende il Brutalismo nello skyline di questa città di Benidorm, luogo turistico chiamato in certi àmbiti “la New York del Mediterraneo”. Ma poiché ogni approssimazione di Manhattan è per sua natura candidata alla creazione di una coppia di torri gemelle, fu presto chiaro attorno ai primi anni del 2000 che la sua opera non era ancora conclusa. Quando entro una mezza decade, lo sviluppatore Olga Urbana chiese ed ottenne dalla banca Caixa un prestito di 92 milioni di euro. Ed al sindaco della città, il permesso di costruire la più alta torre residenziale d’Europa. Da cui ebbe inizio, con le migliori aspirazioni, l’apertura di un cantiere le cui sfortune avrebbero in qualche maniera impressionato, e appassionato, molti immaginifici discorsi sulla stampa nazionale e non solo. Sulla via di ciò che avrebbe ricevuto il nome programmatico di Intempo, ecco allora il sopraggiungere della crisi economica globale del 2008; subito seguita dallo scoppio della bolla immobiliare spagnola; e l’anno dopo, il fallimento della (prima) ditta costruttrice; e nel 2013 le dimissioni del progettista; e poi l’asta pubblica, le modifiche in corso d’opera per diverse difficoltà tecniche nel corso degli anni 2010… Quando le lavorazioni furono lasciate intonse per moltissimi mesi. E infine nel 2018, l’acquisto da parte dell’americana SVP Global, fermamente intenzionata a portare a termine la costruzione senza ulteriori contrattempi. Almeno fino all’inizio di quel catartico momento storico, in cui il mondo tratteneva il fiato per l’insorgere della grande pandemia da Covid! Tanto che soltanto il miracolo della fenice, uccello mitico capace di risorgere dai propri resti fumiganti, sembrava poter consentire a quelle ali di spiegarsi come prospettato da principio…

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Strano viaggio nel bosco che inghiotte il tempo: cosa sappiamo davvero di Hoia-Baciu?

La paura è spesso l’espressione fuori dal controllo di sinapsi che acquisiscono le informazioni fuori dall’anello della razionalità inerente. Si possono temere molte cose: concetti labili, presenze percepite, cognizioni collettive derivanti da fattori non del tutto acclarati. Certe volte può bastare l’atmosfera. In casi alternativi, sono le ragioni di contesto. Come la reputazione folkloristica di un punto nello spazio, alla precisa convergenza di un gruppo di numeri: 46°46′26″N 23°31′19″E. Questo il centro sulla mappa delle leylines, linee che taluni chiamerebbero arbitrarie, proprio qui in Europa, paese dalla lunga storia in merito a superstizioni ereditate ed ingrandite col trascorrere dei secoli dall’orlo esterno del Neolitico fino alla data odierna. Ma è un mito più moderno quello del denso agglomerato di alberi noto come Hoia-Baciu, situato in mezzo a un gruppo di piccole cittadine a nord di Cluj-Napoca, capitale non ufficiale della regione della Transilvania. Zona celebre per i castelli un tempo posseduti dai nobili non propriamente integerrimi dei tempi avìti, incluso il Principe di Valacchia passato alla storia come Vlad l’Impalatore. Storie di vampiri frutto di sapienza popolare ed interpretazione letteraria di vari autori, un po’ come succede per il ricco repertorio di criptidi e mostruosità di vario tipo nelle terre anglofone al di là del vasto mare. Laddove questo è il caso di un fattore alternativo, derivante da precise suggestioni individuali, ingigantite per l’effetto dei media contemporanei, tra cui radio, televisione ed Internet stessa, trasformata per fattori convergenti nel profondo pozzo da cui attingere, cercando storie in grado di attirare un qualche tipo di reazione dalla collettività senza nome. Narrano “le storie” a tal proposito, qualunque sia la loro origine, che in un momento imprecisato un pastore della zona avesse fatto il proprio ingresso nello spazio ombroso con il proprio gregge di 200 pecore, per poi sparire assieme ad esse nell’assenza di alcun tipo di evidenza. Un’impresa davvero inspiegabile, se è vero che Hoia-Baciu nella sua interezza ha la misura di circa 3 Km quadrati, decisamente troppo pochi perché anche un singolo individuo possa sfuggire a una ricerca organizzata di un collettivo anche di media grandezza. Ora non è chiaro lungo l’asse temporale a quando sia databile un tale diceria, contrariamente a quella che costituisce con ampia probabilità l’origine della fama internazionale a cui ascese quel frangente in abbinamento alla foto scattata il 18 agosto del 1968 dal tecnico militare Emil Barnea, durante una normalissima passeggiata notturna tra gli alberi (?) di una luce rossa stabilmente posta sopra l’orizzonte, difficilmente attribuibile a null’altro che un disco volante. O almeno ciò affermò costui, con gravi conseguenze personali. Vuole il corso della storia, infatti, che all’epoca la Romania costituisse parte dell’Unione Sovietica, paese comunista e totalitario dove un qualsivoglia accenno a fenomeni paranormali era equiparabile a manifestazioni di follia o religione, entrambi tendenze discordanti relativamente al regime di stato. Così che egli perse, per sua sfortuna, immediatamente il lavoro ed ogni tipo di credibilità pubblica residuale. Pur permettendo a una vera leggenda del suo popolo, da lungo tempo accantonata, di mettere radici e crescere potente come oscurità che avvolge e soverchia l’essenziale ragionevolezza del senso comune…

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