Uno dei criteri dominanti nella percezione del valore di una macchina creata per assolvere a uno scopo, al giorno d’oggi, è la dimensione dei suoi componenti. Per cui l’infinitamente piccolo, iperbole creata dalla miniaturizzazione tecnologica contemporanea, costituisce il sinonimo di avveniristici calcolatori, dispostivi per la comunicazione o la riproduzione di sentieri immaginifici all’interno di sistemi di realtà virtuale. Qualsiasi nozionistico trasferimento dello stesso tipo di ambizioni ai tempi antichi, come imprescindibili prerogative del funzionamento della mente umana, non può d’altronde fare a meno d’individuare un tendenza diametralmente contrapposta; quella di cercare soluzioni nell’imporre un certo tipo di confini alla natura. Instradando l’imponenza la pratico servizio di pensieri o idee del tutto immateriali. Immaginiamo, per esempio, il calendario. Strumento primario sia da un punto di riferimento religioso che anche, e soprattutto, quello di organizzazione dei momenti critici di una società fondata sulla pastorizia: accoppiamento, nascita, transumanza, ritorno e macellazione; nonché l’agricoltura: aratura, semina, raccolto. Quale miglior modo per tenere conto di una tale serie di scadenze, allora? Che trasferire il macroscopico, ovvero lo scorrere del tempo, nel megalitico. Inteso come approfondita modifica di uno svettante luogo. Da cui ogni cosa poteva essere osservata. Ciascun dettaglio trasferito al gesto riecheggiante di una singola parola.
Benvenuti a Kokino, complesso archeologico dell’Età del Bronzo situato nei dintorni di Kumanovo, Macedonia del Nord. Precedentemente identificato col rilievo di origine vulcanica di 1.013 metri Tatićev Kamen (“pietra di Tatić”) la cui rilevanza, fino al 2001, era stata per lo più di un tipo geologico e talvolta paesaggistico, grazie alla sua capacità di dominare in modo preminente le vaste pianure circostanti. Finché lo studioso ed escursionista Jovica Stankovski, giungendo sulla piattaforma sommitale, non scelse finalmente di guardarsi attorno in modo approfondito. Scorgendo allora il chiaro intento della mano umana, offuscata da processi d’erosione millenaria, nella disposizione di talune pietre, la loro forma e soprattutto le incisioni strategicamente collocate innanzi. Affinché un totale di quattro mistiche figure, i re o sciamani di quell’epoca, potessero sedersi ad osservare i movimenti dei corpi celesti. Dettando ai propri sottoposti i ritmi esatti della loro vita e tutto quello che tendeva a derivarne…
Chiamata in certi ambienti “la Stonehenge dei Balcani” sebbene più recente e meno architettonicamente spettacolare, la costruzione scultorea dell’ampiezza complessiva di 5000 m² di Kokino appare non di meno significativa nel comprendere l’alto grado di sofisticazione raggiunto nello studio naturale e concezione matematica del tempo all’apice del Neolitico Europeo. Dato il ritrovamento sotto e attorno alle massicce pietre laboriosamente scolpite nell’andesite di origine vulcanica di un’ampia varietà di oggetti votivi tra cui statue della Dea Madre, databile a un periodo tra il XIX e VII secolo a.C, tali da rendere evidente l’utilizzo continuativo del sito, possibilmente proprio con i presupposti individuati dallo stesso Stankovski e il suo collega astrofisico Gjore Cenev, in larga parte responsabile di aver individuato e sottolineato i molti allineamenti del sito. A partire dalla linea retta ideale che si concretizza dalla postazione dei quattro troni ad una serie di segnacoli e fessure nella roccia, geometricamente corrispondente all’insorgenza dei lunistizi, momenti in cui l’astro notturno raggiunge il suo valore massimo o minimo rispetto all’equatore celeste, per poi invertire la sua rotta. Una delle osservazioni più facilmente annotabili in un contesto privo di strumenti, a patto di condurre osservazioni continuative lungo l’intero estendersi di un ciclo, della durata complessiva di 18,6 anni. Laddove una seconda piattaforma, situata a mezza altezza lungo le pendici collinari, presenta invece simboli ed allineamenti dedicati alle posizioni estreme del Sole lungo l’orizzonte orientale. Tali da riuscire a prevedere, idealmente, il preciso sopraggiungere degli equinozi e del solstizio d’estate, assai probabilmente interconnessi ad importanti ricorrenze per le misteriose popolazioni di quel mondo. Mentre una terza piattaforma, situata in posizione settentrionale, ospitava ulteriori marcatori nella pietra mirati secondo le teorie dei due studiosi alla misurazione del trascorrere dei giorni, fino al preciso periodo di 29 per ciascun mese invernale e 30 d’estate, permettendo di definire l’esistenza probabile di un calendario basato sul ciclo Mesonico con sette anni intercalari dotati un ulteriore mese oltre ai 12 canonici, determinati proprio grazie all’osservazione dei segnacoli del Tatićev Kamen.
I cui frequentatori assidui avrebbero potuto mantenere una precisa percezione della propria collocazione universale e sul piano che ne consegue, il senso di uno scopo ultimo per l’incessante progressione delle proprie esistenze. E magari, perché no, una metafora possibile tra il funzionamento dell’universo e il locus trascendente del grembo materno, così simboleggiato da fessure intagliate nella pietra in base a schemi preventivamente definiti dai sapienti.
Difficile, a questo punto, trarre ulteriori conclusioni dalle complicate ipotesi di Stankovski e Cenev, in larga parte responsabili dell’iscrizione dell’osservatorio megalitico tra i patrimoni sottoposti a valutazione dall’UNESCO nell’ormai remoto 2009, essendo stato inoltre menzionato alcuni anni prima da parte della NASA in un elenco di siti archeologici dedicato ai più antichi luoghi di studio del cielo notturno. E tutto questo nonostante la comprensibile mancanza di nozioni inconfutabili sull’effettivo impiego di Kokino, la sua importanza ritualistica e l’effettiva organizzazione sociale della regione nell’epoca della sua presunta costruzione. Al di là di trascurabili informazioni comparative, desumibili per inferenza dal culto del Sole attestato tramite reperti provenienti dai luoghi di sepoltura e santuari dell’area tracio-illirica ed il resto dell’Oriente europeo. Il simbolo delle ruote, i motivi a disco, la radiazione di linee poste in essere sulle ceramiche, allusioni ai raggi luminosi in grado di raggiungere il reame degli umani… Tutti segni relativi all’esistenza di un processo d’interscambio e reciprocità, tra il mondo del divino e ciò che occupa le nostre tiepide giornate terrene. Per cui ogni incapsulamento pratico procedurale passa per l’applicazione pratica di conoscenze ereditate. Molto più antiche dell’odierna filosofia. Forse, persino antecedenti alla scrittura stessa.


