6 luglio 1907: era una calda mattina d’estate in quel di Dublino, quando il personale addetto della principale roccaforte cittadina venne chiamato a rassegna, istituendo squadre di ricerca con il compito di setacciare il vasto dedalo di corridoi ed ambienti circondati dalle sue alte mura. Lassù nella biblioteca della Bedford Tower, tradizionalmente incorporata nei locali dell’ormai largamente rappresentativo Office of Arms, una massiccia porta blindata era stata trovata aperta. Ed il contenuto della relativa cassaforte rivelatosi troppo grande per i locali sotterranei tradizionalmente dedicatogli, un avanzato modello della Ratner certificato come “a prova di ladro” era scomparso. Promessa commerciale a dire il vero pienamente mantenuta, poiché nessun tipo d’infrazione aveva avuto luogo in quel frangente. Semplicemente qualcuno aveva aperto l’imponente serratura con una delle due chiavi esistenti, o in qualche modo ne aveva ottenuto una copia. Sottraendo conseguentemente, tra diversi altri monili ed oggetti di pregio, i due oggetti più preziosi posseduti dalle istituzioni d’Irlanda, utilizzati ormai da quasi un secolo nelle nomine e le cerimonie del suo principale ordine cavalleresco: un distintivo ed una stella, contenenti lo stemma a quadrifoglio di San Patrizio realizzato con smeraldi circondato da rubini e diamanti provenienti dal Brasile, per un gran totale di 394 pietre preziose ed un valore stimato di 16.000 sterline, all’incirca equivalenti ad 1.600.000 dei nostri giorni. In qualche modo simbolica l’iscrizione biblica nonché motto dell’Ordine in latino riportata su entrambi: Quis separabit? “Chi potrà separarci?” Riferita nella Lettera ai Romani di Paolo all’amore di Cristo. La stessa reazione immediata del principale responsabile di tali oggetti, l’ufficiale capo degli araldi nonché castellano addetto ai locali preposti, potrebbe in verità indurre ad uno stato sostanziale di perplessità. Per il modo in cui fin dal primissimo momento della grave scoperto, egli pensò potesse trattarsi semplicemente di uno scherzo. Come quando mesi prima, ubriacandosi durante un ricevimento, si era visto sottrarre le chiavi da parte dei sui amici, utilizzate quindi per farlo svegliare, il giorno dopo, coi gioielli addosso. Condizione d’imbarazzo transitorio destinata a rimanere, curiosamente, priva di conseguenze.
Il fatto da considerare a tal proposito è che in base alle preziose tradizioni del Regno Unito, almeno fino all’inizio del XX secolo gli appartenenti al mondo della nobiltà semplicemente non potevano macchiarsi di alcun tipo d’incompetenza o malefatta. Allorché ogni evento di quel tipo, inevitabilmente, avrebbe avuto conseguenze sul decoro stesso del popolo e della Nazione. Un furto di tale portata, tuttavia, soprattutto pochi giorni prima della visita prevista del sovrano Edoardo VII in occasione dell’Esposizione Internazionale, non poteva in alcun modo essere fatto passare sotto silenzio. Ed in breve tempo, i quotidiani del paese rilanciarono la storia di quello che venne chiamato in modo altisonante “Il furto dei gioielli della Corona Irlandese”. Benché nessuna corona facesse parte del corredo, essi non fossero connessi ad utilizzi diretti del sovrano, né materialmente collegati in senso storico alla regnante casata degli Hannover. Fatta eccezione per l’iniziativa risalente al 1831 di Guglielmo IV, che su imitazione del britannico Ordine della Giarrettiera aveva dato ordine di rimpiazzare la ben più sobria dotazione delle controparti dell’Isola Verde ai gioiellieri reali Rundell & Bridge, utilizzando i fondi dell’erario di stato. Una scelta comparativa riferita, con piglio facilmente riferibile, all’audace episodio del tentato furto effettuato dal Colonnello Thomas Blood nel 1671 all’interno della Torre di Londra. Episodio spesso raccontato per il pregio intrinseco della cattura del famoso malfattore. Un epilogo che in quel frangente di epoca moderna, appariva in quel momento assai lontano…
Con la rapida reazione del sovrano indispettito, ed il coinvolgimento delle autorità locali ad ogni livello rilevante inclusa la polizia cittadina, molto presto il castello di Dublino ricevette la visita più attesa. Allorché le sue porte vennero aperte, innanzi allo sguardo consumato dell’ispettore John Kane di Scotland Yard. Dopo aver condotto una pedissequa ricerca nei più angusti e tenebrosi recessi del castello, per il comprensibile sospetto che la refurtiva fosse stata nascosta all’interno in attesa di una valida opportunità per prenderne possesso, egli procedette quindi con l’immancabile capitolo di ogni buon romanzo: l’interrogazione sistematica dei principali sospetti e testimoni. Due gruppi di persone che, almeno per questa volta, sembravabiF in larga parte corrispondere agli stessi individui. Famoso per la sua giovialità e liberalità nel mostrare il pregiato tesoro ai propri ospiti, sebbene poco sospettabile data l’ovvietà e le conseguenze sulla sua reputazione, Vicars aveva infatti alle proprie dipendenze dirette due aiutanti: suo nipote Pierce Gun Mahony, con la qualifica di Araldo di Cork; Francis Richard Shackleton, fratello del famoso esploratore, in qualità di Araldo di Dublino. Le stesse sale venivano inoltre frequentate spesso da Francis Bennett-Goldney, Ufficiale d’Armi nonché sindaco di Canterbury. I sospetti, fin da subito, ricaddero su Shackleton, essendo quest’ultimo noto per le sue attività socialite ed i debiti di gioco contratti, se non che l’alibi a suo titolo appariva ferreo: nel periodo del furto, databile successivamente all’ultima ispezione dei gioielli il 6 giugno, egli si trovava infatti all’estero, incontrando persone terze la cui veridicità non aveva ragione di venire messa in dubbio. Un altra persona interrogata, mentre le indagini degeneravano, fu Lord Haddo, figlio del Lord Luogotenente, una delle figure connesse all’originale scherzo a carico di Vicars, ma nessuno riuscì a trovare dei validi riscontri. Maggiormente instabile la posizione del capitano delle guardie Richard Gorges, il cui coinvolgimento appariva in qualche misura necessario, affinché il ladro potesse aggirare le nutrite pattuglie di guardia del castello. Alcune interpretazioni degli eventi lo ponevano in effetti nella posizione di esecutore materiale, trovandosi sul luogo per la maggior parte dei giorni possibili per il furto. Fattore d’ulteriore interesse alle indagini, fu la scoperta delle voci relative ad una presumibile omosessualità, crimine punibile col carcere a quei tempi, sia di Shackleton che Gorges, oltre ad altri personaggi che ruotavano attorno all’orbita del castello. Le storie, ben presto, filtrarono fino alla stampa, che si affrettò nel romanzare e complicare le cose. Lo stesso autore di romanzi Arthur Conan Doyle, cugino alla lontana di Vicars, venne coinvolto nelle indagini per la presunta esperienza in materia d’indagini, senza tuttavia fornire alcun apporto di pregio. Si parlò nel frattempo di sedute spiritiche, amanti tradite, confessioni in verità mai pronunciate. Qualcuno ipotizzò un viaggio in Olanda, compiuto dalla coppia sopracitata, al fine di vendere le insegne in segreto. Altri ritennero che l’intera vicenda avesse motivazioni politiche, con accuse reciproche tra Unionisti e Nazionalisti. Lo stesso Vicars avrebbe finito, negli anni successivi, per fare causa al London Mail, che gli dovette pagare un compenso di 5.000 sterline per i danni alla propria reputazione. Le stesse indagini, del resto, furono costantemente rallentate dal sempre vigente bisogno di riservatezza, tanto che chiunque avesse un qualche grado di parentela con figure di pregio venne sospettato soltanto in modo sommario, e sottoposto a un vaglio parziale da parte delle autorità. Vigeva il senso di uno scandalo più grande il quale, da un momento all’altro, avrebbe potuto filtrare dal fondale degli eventi, offuscando addirittura la pessima figura fatta fino a quel momento.
La prima e incontrovertibile misura, controfirmata dallo stesso Edoardo VII, fu quella di attribuire l’intera responsabilità ad un gesto di negligenza. Quello compiuto per l’appunto da Vicars, che venne immediatamente deposto e sostituito da Neville Rodwell Wilkinson. I gioielli, come apparirà ormai fin troppo palese, non vennero mai ritrovati ed egli si portò la propria amarezza nella tomba, con una dura accusa a carico del governo inglese riportata nel testamento. Letto per di più in circostanze tutt’altro che limpide, per il suo assassinio a carico delle forze rivoluzionarie dell’IRA, che lo uccisero nel 1921 in qualità di spia britannica. Evento da inserire nel quadro di una serie di altre morti oggettivamente sospette, toccate in sorta ad altre persone che avrebbero potuto ipoteticamente rivelare la verità: l’araldo Pierce Gun Mahony, colpito da un proiettile di fucile durante una caccia all’età di 36 anni, nel 1914. Francis Bennett-Goldney, perito in un incidente automobilistico nel 1918. E la stessa domestica del castello, Mary Robinson, passata a miglior vita già nel 1907, per apparenti ragioni di salute che non furono annotate a vantaggio della posterità.
Completando il quadro generale di una storica vicenda il cui effettivo significato resta ad oggi opaco. Ed altresì connesso, in modo assai probabile, a quel massiccio deposito di segreti che alberga silenziosamente dietro al paravento della sacrosanta nobiltà. Composta di singoli esseri umani, il cui sangue scorre nello stesso modo, e le cui pulsioni albergano all’interno della stessa dimensione, dei loro sottoposti commoners. Con una sola, significativa differenza: la portata e gravità degli errori commessi. Nonostante il tentativo, tanto spesso fatto a più livelli dalle autorità civili ed istituzionali, di offuscarli con la densa nebbia della guerra sociale.


