Non è del tutto chiara l’origine del tradizionale blasone appartenuto un tempo al comune francese di Le Locle, borgo svizzero risalente almeno al XIV secolo, situato al confine con la Francia nel cantone di Neuchâtel. Molto più semplice riesce determinare, d’altro canto, la sua origine topografica. Giacché sotto lo scaglione triangolare rosso e il quadrettato giallo e nero, avente come sfondo un cielo azzurro, figura il tratto di paesaggio assai riconoscibile di una cascata. Il salto scrosciante alto 27 metri, in mezzo ai pini sulle rocce alpine, del tortuoso fiume Doubs. Sorprende allora il fatto, in questo caldo autunno del 2026, che camminare fino al punto nato da una frana risalente a 12.000 anni fa restituisca unicamente il senso di un assordante silenzio. Immobile il paesaggio e secche le ruvide rocce, accanto a cui il visitatore potrà facilmente risalire fino in cima. Per scorgere coi propri occhi la portata della strana contingenza in essere, del tutto degna di un dipinto surreale creato come monito per i pericoli del clima odierno e futuro. Poiché l’acqua, in questa depressione lungo il corso degli eventi, ormai da tempo sembra essere sparita. Laddove il florido fondale, essendo stato transitato dall’ittica genia d’Europa, appare adesso di un colore verde intenso. Presentandosi in maniera totalmente indistinguibile da un pascolo in attesa della transumanza stagionale, ad almeno 14 metri più in basso della consuetudine bagnata. Visione in molti modi evocativa del problema della siccità climatica, strettamente interconnessa alla deriva incrementale verso il caldo anomalo del nostro tempo. Che altresì deriva in parte dalle circostanze geodinamiche di questo luogo noto fin dai tempi antichi per la sua inerente inclinazione a scomparire. Costituendo in questo modo una metafora dell’umida impermanenza, a vantaggio di coloro che consultano aùguri e premonizioni lungo il dipanarsi degli eventi fluviali.
Assurto in questi giorni all’attenzione dei media internazionali, causa l’iniziativa localmente autogestita di tracciare sull’ammasso di fogliame la cospicua scritta HELP (Aiuto!) visibile dagli argini e dal cielo, il lago serpeggiante e dunque diventato una simbolica evenienza. Fin troppo credibile per il contenuto del messaggio che presenta, ovvero un rischio di decadimento della fonte di guadagno principale per l’industria del turismo locale. Che trova sempre più difficile, anno dopo anno, progettare la continuazione dei programmi crocieristici, le escursioni ripariali ed attività di pesca sulle rive di uno specchio non più così ameno…
La prima questione necessaria a comprendere la portata ed origine del fenomeno è una doverosa nota storica per quanto concerne la sua ricorrenza. Di questo bacino parzialmente imbrifero, situato a 750 metri di altitudine sopra un suolo caratterizzato da erosione per dissoluzione carbonatica, ovvero carsico nella misura tipica di dedali sepolti e labirintiche caverne non sempre accessibili o annotate sulle mappe dei nostri giorni. Il che significa che per ogni ettolitro d’acqua veicolata dalla sommità montana, una certa percentuale tende ad essere instradata in piccole fessure del paesaggio da cui filtra verso faglie inusitate, minacciando ad ogni ora di sfuggire allo sguardo. Per un totale di fino a 5 metri cubi al secondo. Da cui l’eventualità segnata per la prima volta nella documentazione risalente a inizio Novecento, della grande siccità del 1906, citata dai quotidiani dell’epoca come capace di abbassare il livello delle acque fino alla cifra limite di 20,25 metri, risultando quindi addirittura superiore alla circostanza che stiamo vivendo. Ciò sebbene proprio la storicità di tale estremo frangente, paragonabile soltanto ad un secondo caso simile del 1947, sia giunta nei fatti a costituire un caso raro, utile a testimoniarne l’effettiva rarità esiziale. Mentre appare più frequente nel corso degli ultimi tempi, una totale cessazione dell’alta cascata al termine del lago, già osservabile negli anni 2018, 2020 e 2022 verso la metà del mese di luglio. Tanto prevedibile da essere giunta a costituire un’attrazione turistica essa stessa, per quanto lesiva allo stato di salute faunistico del lago in quanto tale. Difficile in tal senso immaginare il prato, senza l’eminente distruzione del suo stesso lago. Il che non toglie l’opportunità dell’osservabile prosciugamento come ritorno di un diverso tipo di biodiversità eccedente: quello interconnesso, in via specifica, alla flora ritornante dei fondali fangosi. Vista l’occorrenza oggetto di disquisizioni sul piano scientifico nella verdeggiante conca di talune varietà pioniere, tra cui l’epatica talloide Riccia cavernosa o la spettinata Limosella Acquatica, con precedenti attestazioni alquanto rare negli ambienti alpini. Una tendenza reiterata grazie all’esistenza dei semi sepolti, capaci di sopravvivere nel sostrato sommerso anche per decenni, aspettando l’opportunità di ritornare nuovamente a svilupparsi e raggiungere la fase riproduttiva.
Il che ci porta, completata la disanima del danno, al paragrafo in cui si fa menzione dei possibili sistemi di contromisura o apposizione di paletti alla ritornante anomalia lacustre. Con obbligatoria menzione della task force franco-svizzera istituita ufficialmente nel 2022, fin da subito intenzionata ad operare per ridurre l’incessante prelievo dell’acqua da parte delle falde, possibilmente tramite l’impiego di materiale geotessile, come fibre di cocco, carichi di ghiaia o copiose quantità d’argilla. All’interno di un progetto definito gergalmente come colmazione, che nonostante l’intervento diretto dell’Istituto svizzero di speleologia e carsologia, nella persona del suo direttore Pierre-Yves Jeannin, non è mai andato oltre la fase di studio, mancando anche l’accantonamento dei fondi da parte del comune di Locle. Vigendo la calzante quanto macabra similitudine, creata proprio da quest’ultimo, secondo cui una procedura condotta senza i crismi più avanzati equivarrebbe a “Mettere un cerotto su una grave emorragia”. Affermazione che chiarisce le difficoltà inerenti, persino con l’ausilio dell’odierna tecnologia, nel frapporre limiti ai processi naturali che incessantemente aspirano alla singolarità finale. Come la scomparsa pressoché totale dell’anima di un luogo, anticipata dal suo sfruttamento avìto. E tutto ciò che questo comporta, sul piano dell’ambiente e le persistenti aspirazioni dei suoi moderni frequentatori umani.


