Fu un momento storico per la piccola nazione insulare di Tonga, situata nel bel mezzo del Pacifico Meridionale sulla linea ideale tra le Hawaii e la Nuova Zelanda, quando il 19 dicembre del 1953 la regina Elisabetta II d’Inghilterra, meno di un’anno dopo la sua incoronazione in pompa magna, giunse per visitare un territorio che dall’ultimo passaggio del capitano ed esploratore James Cook, nel 1777, aveva formalmente fatto parte dei territori d’oltremare del Regno Unito. Occasione per vedere nuovamente la sovrana locale Sālote Tupou III, rimasta celebre nel mondo quando nel corso della sopracitata cerimonia fece aprire il tetto della sua carrozza durante la pioggia, per bagnarsi in modo solidale con la propria omologa dell’emisfero settentrionale. Fu allora che, una volta messo piede a terra dall’idrovolante proveniente dall’arcipelago delle Fiji, le due sovrane s’incontrarono al cospetto della corte, le guardie di palazzo ed un nutrito gruppo di donne locali abbigliate col tradizionale abito ta’ovala. Le quali col contegno e l’economia dei gesti di un vero e proprio picchetto d’onore, tenevano sollevato ai bordi e in posizione un vasto telo simile a una stoffa della larghezza di 4,5 metri e una lunghezza di 30. Ciò affinché allo sventolare dei reciproci vessilli, esse potessero impiegarla a guisa di una formidabile scacchiera. Avviandosi verso gli onori ed il banchetto allestito nel palazzo reale a Nukuʻalofa, ma non prima di essersi di aver messo i piedi tra i riquadri raffiguranti schemi geometrici, soggetti figurativi come uccelli, alberi e animali nonché diversi esempi degli stemmi delle rispettive casate. Questo il compito, d’altronde, dello ‘Ngatu launima, creazione venerabile frutto di un lunga tradizione dei popoli, in genere associato al concetto di una fibra tessile benché abbia tutt’altro tipo di origine. E una storia strettamente interconnessa alle pregresse migrazioni a bordo delle agili canoe della Preistoria.
Tutto ebbe inizio a tal proposito con un particolare arbusto, il Broussonetia papyrifera o gelso da carta, il cui areale endemico è stato lungamente determinato appartenere in via esclusiva all’ecozona della Cina meridionale. Il che ha lungamente supportato l’ipotesi plausibile di un pregresso intervento umano, considerata la sua ampia diffusione tra la Nuova Guinea e il triangolo di terre emerse (Hawaiʻi, Nuova Zelanda, Rapa Nui) pur vigendo condizioni climatiche avverse alla riproduzione naturale, richiedendo un intervento pressoché costante per il prelievo e la piantumazione di talee. In una linea temporale ininterrotta che agisce a supporto non soltanto dell’ipotesi più a lungo paventata di un’origine taiwanese per almeno parte della diaspora polinesiana, ma evidenzia soprattutto l’importanza rivestita da tale coltivazione per l’identità collettiva delle genti protagoniste di quell’antica espansione. Giunta fino ai giorni nostri, diversamente da altre originali usanze condivise, proprio per la sua scalabilità, l’importanza economica ed il primario ruolo avuto in termini spirituali per il senso del sacro geograficamente adiacente. È tra diverse iterazioni non del tutto identiche, dunque, che si colloca la manifattura specificamente tongana dello ‘ngatu, la corteccia battuta che nelle Fiji è detta masi, a Samoa siapo e in territorio inglese prende il nome meramente descrittivo di barkcloth. Realizzata mediante un processo fatto risalire dagli archeologi all’interno dell’area asiatica della regione del Guangxi ed otto millenni a questa parte, tramite il ritrovamento di specifici martelli a doppia spalla non così dissimili da quelli ancora oggi utilizzati nel territorio tongano…
La realizzazione dello ‘ngatu, così come gli altri tipi di stoffa citati, trae dunque origine dallo scortecciamento sostenibile di specifiche coltivazioni di gelso, praticato in modo tale da rimuovere lo strato esterno di un solo lato di ciascuna pianta. Operazione cui fa seguito l’essicazione del materiale prelevato sotto il sole sole per alcuni giorni, prima d’immergerlo all’interno di acqua dolce, salata o una combinazione di entrambe. Affinché essendo stato ammorbidito fino allo stadio intermedio nominato con il termine di tutu, si possa procedere alla battitura su di un lungo tronco cavo e convesso, così da assottigliare, allargare e rendere lavorabile la fibra legnosa. Un processo ripetuto più volte al fine di ottenere vari strati, che vengono successivamente incollati l’uno all’altro tramite l’impiego di una colla proveniente dall’amido di tapioca, più e più volte, fino all’ottenimento del foglio grezzo detto fetaʻaki, pronto alla decorazione ulteriore. Ciò che viene dopo, una fase collettivamente condivisa definita localmente koka’anga, è di per se l’aspetto caratterizzato da una vasta gamma di variazioni regionali, ciascuna utilizzata al fine d’imprimere le caratteristiche figurazioni che caratterizzano, immancabilmente, il tessuto di corteccia polinesiano. Allorché in quel di Tonga, specificamente, la stoffa viene fissata attentamente ad un’intelaiatura in legno di pandano dal nome di kupesi, che incorpora a rilievo la matrice del disegno finale desiderato. Allorché le artigiane incaricate della manifattura, tradizionalmente tutte donne, procedono allo strofinio di un apposito tampone intriso di un pigmento rossiccio proveniente dall’albero di koka (Bischofia javanica). Passaggio al termine del quale, per un principio non dissimile dalla tecnica pittorica del frottage o il tipico calco di una superficie a rilievo, la figura viene trasferita, con buoni presupposti di chiarezza e resistenza all’utilizzo futuro. Che può risultare di un tipo decorativo o per l’arredo di prestigiose residenze, benché il ruolo tipico dello ‘ngatu si configuri, in base all’usanza tongana, come addobbo per grandi occasioni e al termine di esse, dono formalmente riservato all’ospite di onore di ciascun caso. Il che ha visto la categoria d’oggetti in questione lungamente associata alla stirpe della dinastia reale dei Tupou, ma anche i loro occasionali, stimati visitatori provenienti da porti lontani. Con lo stesso Cook citato frequentemente, nella storiografia associata a tale ambito, per la collezione raccolta e catalogata nel 1787 con l’importante pubblicazione a Londra del volume Catalogue of the Different Specimens of Cloth Collected in the Three Voyages of Captain Cook, oggi considerato la singola fonte più precisa e puntuale delle numerose varianti regionali della pratica, che vedeva ad esempio la rifinitura dei disegni in uso nelle Fiji portata a termine mediante l’uso di un pennello a mano libera, rendendo ciascun pezzo un esemplare unico ed irripetibile, nonostante la ricorrenza di particolari soggetti figurativi. Tra cui già citati simboli della monarchia, ma anche particolari elementi esteriori del progresso tecnologico, come l’introduzione della bicicletta o dei pali della luce per l’illuminazione elettrica del territorio isolano.
Lungamente realizzato sia con finalità interne che finalizzate all’esportazione, avendo lo ‘ngatu rappresentato per molti anni una sorta di valuta di scambio, associabile alla pratica del baratto primitivo, tale stoffa è dunque diventata in epoca moderna un prezioso elemento identitario, utilizzato come punto d’orgoglio dalla comunità isolana. Fino al caso particolarmente celebre del pezzo monumentale Ngatu Me’a’ofa (letteralmente: Tessuto di Corteccia Donato) offerto dallo stato di Tonga nel 1973, ancora una volta ad Elisabetta II, in occasione della cerimonia d’inaugurazione della Sydney Opera House. Evento a seguito del quale la colossale stoffa, della misura di 29 x 15 metri, è stata accuratamente custodita nel museo della città, mancando la possibilità di esporlo al pubblico in alcuna forma fino alla precisa digitalizzazione effettuata nell’estate del 2023. Il che evidenzia una problematica effettivamente insuperabile per gli esemplari più imponenti, nei fatti condivisa dal già citato e proporzionalmente paragonabile ‘Ngatu launima della visita del ’53, utilizzato 11 anni dopo per avvolgere il feretro di Sālote Tupou III, nel suo ultimo viaggio di ritorno in patria dalla città neozelandese di Auckland. Frangente a seguito del quale, il tessuto venne donato dal pilota al museo di tale luogo d’adozione, che tuttavia lo tiene ancora oggi in magazzino, nell’attesa di un’improbabile espansione significativa delle sue già spaziose sale.
Il che pone una cesura netta tra gli ‘ngatu realizzati per la vendita, generalmente della grandezza approssimativa di un arazzo o tappeto, e quelli derivanti dall’effettivo impiego per cui, originariamente, erano stati concepiti. Un momento condiviso su piano fisico e spirituale, dall’intera comunità di quel mondo a parte dove la bellezza era una cognizione autonoma. Del tutto scevra dai pesanti condizionamenti dell’epoca globalizzata. E soprattutto, utile a tradurre in forma comprensibile, e una dimensione umana, gli illimitati presupposti generativi della natura.


