Il volto assente della brotula, presenza occulta di un abisso senza sguardo

Progetto intrapreso grazie all’influenza dell’influente naturalista scozzese Charles Wyville Thomson, benché sotto l’egida della Royal Society di Londra, la spedizione della HMS Challenger, corvetta militare tolta dal servizio attivo nel 1872, lasciò le coste inglesi con lo scopo di studiare, catalogare e mettere in prospettiva le nozioni oceanografiche lungo un tragitto di oltre 68.000 miglia nautiche. Portando a bordo una squadra di studiosi estremamente determinati nelle proprie operazioni di prelievo e conservazione dei campioni sotto formalina, in particolari tratti del suo tour globale l’equipaggio dispiegò le reti a strascico, col collaudato intento di raggiungere profondità letteralmente inesplorate fino a quel fatidico momento. Fu così nell’estate del 1874, mentre il vascello si trovava nel Mar dei Coralli, lungo un tratto di profondità pari a 4.460 metri, che i marinai tirarono a bordo qualcosa d’inusitato. Creatura senza dubbio ittica, in quanto dotata di pinne, un corpo affusolato ed una coda rastremata fino ad una punta sottilissima, l’essere della lunghezza di 46 centimetri presentava tuttavia un’anomalia innegabile nella sua parte frontale. Allorché spostandosi per indagare la conformazione della testa, il pesce appariva totalmente privo di un qualsiasi tratto rilevante fatta eccezione per le narici, presentando al mondo un qualche cosa di più simile nel suo complesso ad un cuneo bitorzoluto. Almeno finché rovesciandolo di 180 gradi, non si scorgeva la sua bocca a imbuto occultata nella parte sottostante. Ancorché di occhi, sia pur come strutture vestigiali, non vi fosse neanche l’ombra degna di essere annotata nella tassonomia coéva. Relegato in seguito ai cataloghi di un mondo misterioso e non generalmente facile da contestualizzare, l’animale fu identificato nel 1878 da Albert Günther col binomio di Typhlonus nasus, dal greco τυφλός (cieco) + ὄνος (asino o in contesto marino, nasello/Phycidae) pur essendo fin da subito inserito nella famiglia delle Ophidiidae, famiglia anguilliforme oblunga e compressa ai bordi, con pinne dorsali e anali che continuano per l’intero senso longitudinale. Anche detta, in lingua italiana, delle “donzelle” o “brotule”. E non dovette sembrare improbabile, in quel particolare momento nella storia della scienza, che l’esemplare descritto ed illustrato dai suoi scopritori vittoriani sarebbe rimasto un unicum del tutto isolato, vista l’evidente rarità e innegabile profondità del suo ambiente di provenienza. Previsione destinata a rivelarsi corretta per oltre un secolo e mezzo, almeno finché gli avanzamenti contemporanei in termini di sonar, ecoscandaglio e mezzi ROV comandati a distanza non avrebbe spalancato nuove porte verso l’approfondimento di quel territorio inesplorato, la zona batipelagica situata a migliaia di metri di distanza dalla superficie marina. In un frangente destinato a imprimere un effetto significativo non soltanto nel mondo accademico propriamente detto, bensì anche tra gli strati sovrapposti del sistema di collegamento digitale condiviso, in mezzo ai gruppi di discussioni, siti specialistici e altri hub memetici dall’impostazione prettamente virale. Un diverso tipo d’oceano, in cui non è sempre il pesce più grande, scaltro o agile, a prevalere…

Avvenne infatti nel 2017, a largo della costa australiana della baia di Jarvis, nel Nuovo Galles del Sud, che un gruppo di eredi professionali del gruppo di Thomson si trovò a gestire un dilemma di comparabile portata. Mentre si trovavano a bordo della spedizione Sampling the Abyss, organizzata dal Museo di Vittoria con l’ausilio del vascello RV Investigator, tra il novero delle imbarcazioni oceanografiche avvezze a registrare le riprese dei propri droni sottomarini, per pubblicarle su Internet accompagnate dal commento audio degli studiosi a bordo. Figure del calibro di John Pogonoski, ittiologo dell’Australian National Fish Collection del CSIRO, il quale trovandosi tra i primi osservatori della forma indefinibile comparsa innanzi ai fari del ROV inviato a 3.900 metri in basso verso le profondità marine, ne identificò correttamente la sagoma come appartenente ad tipico esempio di brotula, anche detta in lingua inglese cunk. Se non che l’assenza di lineamenti prospettata poco sopra avrebbe contribuito all’immediata sensazione di trovarsi innanzi ad una specie mai vista prima. Procedendo quindi al recupero dell’esemplare ben presto seguìto da altri tre esempi di varie dimensioni, mediante il tipo d’approccio inevitabilmente risultante nella loro dipartita per l’effetto della rapida decompressione, l’equipaggio studiò in maniera approfondita tale anatomia intrigante. Fino all’elaborazione di un quadro generale tanto apparentemente privo di precedenti, da trovarsi presto a mettere da parte idee per il nome scientifico da attribuire all’esanime famigliola di scagliose creature. Almeno finché Pogonoski stesso, consultando la fornita biblioteca di bordo, non scorse i disegni originali effettuati nell’Ottocento da Günther, riconoscendo al di là di ogni ragionevole dubbio la forma oblunga del Typhlonus nasus. Il che qualificava l’intera operazione come il secondo caso di un video del pesce in questione nel suo ambiente naturale dopo la registrazione effettuata nell’area delle Marianne l’anno precedente, con l’unico altro avvistamento nello stesso secolo di un pescaggio in Giappone nel 2005, il quale aveva portato alla sua identificazione a Capo Muroto, a largo dell’isola di Shikoku. Di un esemplare già morto ma comunque utile a confermare per quanto possibile l’areale cosmopolita del pesce, potenzialmente diffuso sia negli oceani del meridione che del settentrione. Nozione preziosa, nello sparuto novero di quelle a nostra effettiva disposizione, per una specie assai difficile da sottoporre ad effettiva contestualizzazione.
Il che ci lascia ai limitati chiarimenti desumibili, in larga parte, per inferenza o tramite l’impiego di latenti termini di paragone. Vigendo tra questi, soprattutto, le altre brotule di profondità meno estreme, la cui dieta appare principalmente composta di crostacei, catturati sui fondali grazie alle loro bocche dalla forte capacità di suzione e successiva masticazione. Sfruttando principalmente l’input chemiocettivo delle loro grandi nari e muovendosi a velocità rallentata, come altri pesci abissali, al fine di conservare le limitate risorse energetiche. Mentre sul piano riproduttivo, tutto ciò che ci è dato immaginare è la deposizione, probabilmente stagionale, di uova pelagiche dalla forma ovale nello stile di quelle altre cunk, disperse in una massa gelatinosa incline al semi-galleggiamento lungo le oscure province della colonna marina.

A suo modo inquietante e totalmente priva di termini di paragone, l’anguilla senza volto rappresenta a questo punto una presenza pseudo-onirica degna d’incrementare il fascino di luoghi infinitamente irraggiungibili e altrettanto remoti. Non soltanto dal punto di vista geografico, bensì soprattutto per le logiche conformi alla sopravvivenza delle specie, dotate di un’anatomia capace di competere con l’inaccessibilità stessa, piuttosto che altre specie concorrenti inclini a prendere il possesso di particolari nicchie evolutive. In attesa sulla sabbia, mentre all’altro capo del pianeta s’immaginano ostinati approcci in grado di chiarire l’effettiva diffusione di una simile categoria vivente. La cui esistenza, per quanto ne sappiamo, potrebbe avere un ruolo di primaria importanza nell’ecosistema della zona afotica (oltre i 1.000 metri di profondità) o ben oltre i confini normalmente esplorabili di tali occulti lidi. Gelosamente intenta a custodire i propri presupposti logici. O l’effettiva negazione dei loro stessi princìpi, alludendo in modo implicito all’inconoscibile profilo di mostruose divinità aliene.

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