Molti sono i brani in grado d’imprimere stupore mentre si acquisisce familiarità con l’imponente tomo risalente al XII secolo del Codice Wiesbaden, anche detto “libro gigante”, scritto a mano dalle monache benedettine del convento di Rupertsberg vicino Bingen sulla riva sinistra del fiume Nahe, alla sua confluenza col Reno. Ultimo scritto sopravvissuto che riporta sulle proprie pagine miniate inestimabile testimonianza della vita, le visioni, le opere e le profezie della badessa Ildegarda, personaggio mantenuto lungamente in alta considerazione intellettuale e al tempo stesso a ragionevole distanza dalle autorità ecclesiastiche, fin quando nel 2012, con provvedimento assai tardivo, venne dichiarata santa e dottore della Chiesa a esattamente 8 secoli dalla sua dipartita. Non è difficile, d’altronde, individuare come punto cardine nella sezione dedicata agli inni mistici da lei composti, il singolo paragrafo in latino e inframezzato dall’uso di termini apparentemente privi di significato, traducibile in: “O Chiesa orzchis, cinta con le armi divine, e ornata di giacinto, tu sei la caldemia delle ferite della loifol, e la città delle scienze. O, O, tu sei il crizanta, e tu sei il chorzta gioiello”. Enunciazione alquanto enigmatica, finché proseguendo nello studio dei capitoli ed altri test interconnessi, non si giunge ai brani dedicati alla più atipica delle attività condotte dalla religiosa nel corso dei suoi oltre 80 di vita: la glossopoietìa, ovvero invenzione di una lingua dotata di 23 caratteri e soprattutto un lessico ragionevolmente compiuto. Con ben 1011 vocaboli, per essere precisi, inclusi quelli usati poco sopra, corrispondenti rispettivamente alle parole “sconfinata”, “balsamo”, “popoli”, “consacrata” e “splendente”. Cui meritano aggiungersi corrispondenze come Aigonz per il concetto di Dio e Diueliz per il Diavolo, mostrando priorità al repertorio linguistico che ci si aspetterebbe di trovare all’interno di un’istituto sacro, come quelli dove, per l’appunto, ella trascorse la maggior parte della propria lunghissima esistenza medievale. Un tempo d’altra parte non propriamente inaudito, per gli appartenenti alla sua privilegiata classe sociale in quanto nata nel 1098 in qualità di decima figlia di un nobile minore, il cavaliere Hildebert, al servizio della famiglia comitale di Spanheim. Ed in quanto tale inviata, all’età di tredici anni, a crescere all’interno del monastero doppio di Disibodenberg, residenza consacrata rigorosamente suddivisa tra sezioni maschile e femminile. Un luogo all’interno del quale, sotto la supervisione delle due fondamentali figure della magistra Jutta von Spanheim e il monaco Volmar, mostrò fin da subito una significativa inclinazione alle arti umanistiche e lo studio del latino. Ma soprattutto, la condizione potenzialmente preziosissima di sperimentare, sia in condizioni di sonno che di veglia, brevi e nitide visioni dell’Altissimo, il quale gli compariva innanzi per fornirgli indicazioni di tipo morale, suggerimenti autorali e occasionali previsioni degli eventi futuri. Episodi in base ad alcune interpretazioni storiografiche direttamente interconnessi alla sua condizione clinica, che la vide affetta per il corso dell’intera vita da frequenti emicranie, condizione potenzialmente debilitante la quale non le impedì d’altronde, assieme al fatto di essere nelle sue stesse parole una paupercula foeminea forma, un poverissimo essere femminile, di assumere ben presto una posizione di assoluta preminenza all’interno del suo quadro di riferimento situazionale. Arrivando a sfidare addirittura, in un celebre caso, l’autorità del Papa in persona…
Nove passi verso il vuoto e l’aritmetica di Miyajima, scultore tecnologico della suprema impermanenza generativa
Una galassia di puntini che si affollano ordinatamente, impressa contro le pareti di una stanza scarsamente illuminata. La colorazione dominante: azzurro, una delle più accessibili tonalità del diodo a emissione di luce, più comunemente definito con l’acronimo internazionale, LED. Soltanto con i pochi secondi necessari per l’abituarsi dello sguardo alla bizzarra prospettiva, e almeno un paio di passi compiuti all’interno della stanza/installazione facente parte della Biennale di Venezia del 1999, il visitatore cominciava a scorgere la verità di siffatti e giustapposti punti di luce: non immagini infinitesimali, bensì dei caratteri numerici, perennemente intenti ad un conteggio dal numero 9 ad 1. E poi… Il nulla. Al compiersi di ciascun ciclo un pregno attimo di oscurità, ancora e ancora e ancora. E ad un tratto, tutti assieme! Il buio più totale presso l’annichilimento della loro condivisa brillantezza, la MORTE in quanto tale di scintille che, per loro implicita natura, riescono a simboleggiare il nostro breve tempo da trascorrere su questa Terra imperfetta. Al compiersi di ciascun antropico disastro, la guerra, Auschwitz, Hiroshima, in quello che nell’opera Mega Death voleva essere, in maniera esplicita, un commento acritico agli eventi e le tragedie del Novecento. Così come documentato, e in tale modo messo in evidenza, dall’artista allora già famoso Tatsuo Miyajima, autore di creazioni in cui l’impiego di quelli che lui stesso chiama meri “gadget” luminosi tende superficialmente a sconfinare nel pessimismo. Per lo meno nel fugace attimo, prima che il ciclo ricominci, dai margini del sincretismo e fino al nugolo della precipua convergenza. Dimostrando come l’uomo possa uccidersi, frequentemente, ma poi ritornare alla rinascita che ne consegue. Per continuare, nonostante tutto, ad essere un parte imprescindibile del Tutto.
C’è dello Zen, senz’altro, assieme al suo preciso opposto, nella poetica affinata fino ad una forma di scienza nel corso degli ultimi 40 anni dal creativo di Edogawa laureatosi nel 1984 alla Tōkyō Geijutsu Daigaku, con curriculum centrato sulla pittura ad olio, prima di giungere alla conclusione che una tale forma d’arte fosse fin troppo convenzionale per il tipo di messaggio e canone stilistico che aveva la missione d’interpretare. Il che lo avrebbe portato inizialmente a esprimersi mediante brevi excursus di arte performativa, incluso mettersi a gridare il suo disagio in pubblico, mentre un collega riprendeva le sue gesta per il beneficio ultimo della prosperità. Un modus operandi destinato ad essere rapidamente accantonato, quando tre anni dopo venne a conoscenza dell’innovativo sistema elettronico per mostrare un numero cangiante su parete o come parte dei suoi validi costrutti situazionali. Quadri e installazioni, forme o acute metafore, di segmenti temporali o spazi nell’inarrestabile progresso dei momenti. In cui le nove cifre si susseguono all’inverso, senza mai ricorrere a quel cerchio vuoto che dovrebbe chiudere la ragionevole sequenza ininterrotta. Perché “Lo zero è un concetto occidentale” è solito ripetere Miyajima. “Non fa parte della realtà tangibile. Non valorizza il quantum sostanziale della mancata sussistenza…”
Tre sedie vuote ed un mistero senza tempo: ultimo tragico turno al faro di Eilean Mòr
“A.A.A. Cercasi tre guardiani per faro recentemente costruito, facente parte del programma di navigazione sicura della Northern Lighthouse Board. Il posto di lavoro essendo collocato in cima a un promontorio, con splendida vista sul tratto di mare che circonda il piccolo arcipelago di Flannan. Indirizzo esatto: Scozia, Ebridi Esterne, Eilean Mòr. “L’Isola Maggiore” con il suo prato circondato da svettanti insenature, la moderna funicolare dal punto di approdo e il caratteristico edificio in pietra della piccola cappella medievale, per nulla infestata dagli spiriti residui degli antichi marinai. Si richiede affidabilità, precisione, esperienza nella vita di mare. Capacità di utilizzare il telegrafo e competenze tecniche di base. Disponibilità a restare in isolamento dalla civiltà per periodi di almeno due o tre mesi, con periodico approvvigionamento di vettovaglie.”
Non è noto, esattamente, quante persone risposero all’annuncio pubblicato in seguito al completamento del moderno edificio ad opera della famosa ditta d’ingegneria civile della famiglia Stevenson, sebbene sul finire del 1899 il processo di selezione fosse stato essenzialmente completato da parte del sovrintendente locale della NLB, Robert Muirhead. Con due nomi scelti in base alla validità curricolare: James Ducat, 43 anni di età, capo responsabile con oltre vent’anni di servizio all’interno della stessa organizzazione. Assieme al suo assistente Thomas Marshal, giovane apprendista ventottenne con reputazione di essere tranquillo ed affidabile nei momenti di crisi. Cui nel corso del fatidico ultimo inverno del 1900 si sarebbe aggiunta l’ulteriore figura di assistente occasionale, nella persona dell’ex lupo di mare Donald McArthur, quarantenne con vasta esperienza ma notoriamente incline all’irritabilità. Non che fosse particolarmente instabile, o pericoloso.
Quello che sappiamo per certo è invece che le operazioni d’illuminazione, necessarie alla navigazione sicura in quel tratto di mare infido e particolarmente movimentato, si svolsero senza problemi o interruzioni fino al 15 dicembre di quell’anno, finché al passaggio del piroscafo transatlantico SS Archtor, le vedette notarono un’oscurità imprevista proveniente dalla direzione della landa emersa oggetto della nostra disquisizione. Al che il capitano, fortunatamente in grado d’evitare pericolosi incidenti, inviò un messaggio tramite telegrafo alle autorità portuali della vicina isola di Lewis e Harris, che tuttavia tardarono nell’attivarsi in modo puntale per gli accertamenti di rito, probabilmente immaginando un temporaneo problema tecnico, o un qualche tipo di ostacolo meteorologico all’avvistamento della luce del faro. La mancanza di risposte alle reiterate richieste di rapporto inviate a carico dei tre guardiani, tuttavia, indusse la commissione a formare una squadra di soccorso a una settimana di distanza dicembre a bordo della nave di rifornimento Hesperus, capitanata da James Harvie e con a bordo lo stesso Robert Muirhead, preoccupato per l’incolumità dell’equipaggio che lui stesso aveva designato come parte delle sue mansioni preposte. Il momento dello sbarco ebbe dunque modo di palesarsi in quel drammatico 26 dicembre. Nel più assoluto e comprensibile sbigottimento, mentre i richiami all’indirizzo della bianca torre rimanevano del tutto privi di risposta. Preannunciano l’assoluta e più totale assenza di coloro che, in base alla logica, avrebbero dovuto trovarsi all’interno…
Lo schermoplano al secolo del volo elettrico, alata imbarcazione intenzionata a rivoluzionare la mobilità costiera
Un’ombra insolita si è sollevata, all’inizio della scorsa settimana, sulle onde calme dell’oceano nello stretto di Rhode Island, sul confine acquatico di Narragansett Bay. Non troppo lontano da dove nel 1524 l’esploratore Giovanni da Verrazzano ebbe il primo contatto con le tribù native della costa atlantica, e due secoli e mezzo dopo agenti delle Tredici Colonie affondarono la nave di sorveglianza britannica Gaspee, facendo un ulteriore quanto significativo passo per accendere le fiamme della rivoluzione. Operazione che sarebbe risultata certamente più difficile, se detta imbarcazione avesse avuto la capacità di muoversi a 290 Km/h, sollevandosi fino a 10 metri dal suolo. Chiaramente ciascun epoca è condizionata dalle proprie fisime, e nessuna meno della nostra può sembrare spinta innanzi dalle onde formidabili della tecnologia marina. Con vascelli che congiungono le lande emerse, tra reciproci emisferi contrapposti, trasportando grandi quantità di merci ed utili rifornimenti a perpetuare il mito dell’eterna globalizzazione. Laddove il viaggio largamente più gestibile di semplici individui, la cui massa individuale si aggira tra i 60 e i 100 Kg, vede più frequentemente l’uso di velivoli a motore limitati unicamente dal bisogno di una pista di decollo e un’altra, al termine del proprio lungo viaggio. O tratto di mare sufficientemente lungo e non troppo agitato, nel caso dei più classici idrovolanti. Presupposto in alcun modo scevro, d’altro canto, delle implicazioni significative relative al tipo di consumi, costi di manutenzione e laboriose certificazioni imposte a questo tipo di apparecchi, particolarmente negli Stati Uniti sotto la supervisione della notoriamente draconica Federal Aviation Administration (FAA). Un presupposto tale da permettere, al volgere della seconda decade del nuovo millennio, l’ipotesi pianificata dall’ennesima startup venuta da una costola del Massachusetts Institute of Technology, per iniziativa dei co-fondatori Billy Thalheimer e Mike Klinker. Rispettivamente CEO e CTO della Regional Electric Ground Effect Nautical Transport, in breve detta REGENT, il cui primo prodotto si avvicina ormai all’ottenimento delle certificazioni e conseguente, imprescindibile produzione seriale. Creazione che pur possedendo una carlinga, non è un aereo. E nonostante la presenza uno scafo, neppure una nave. Scartando anche l’ipotesi di un aliscafo, nonostante la presenza di vistose idroali situate in posizione retrattile sotto il tozzo corpo centrale. Rientrando per svariati aspetti in ciascuna di queste tre caratteristiche, riunite nei materiali di marketing sotto il termine piuttosto vago di sea glider o “aliante di mare”. Che potrebbe anche venire sostituito con binomi quali balena dei sogni o aerodina metafisica, per quanto risulta essere effettivamente rilevante al principio di funzionamento dell’oggetto in questione. Rientrante a pieno titolo all’interno di una categoria piuttosto scomoda, non soltanto dal punto di vista normativo, ma anche e soprattutto quello della provenienza nazionale universalmente riconosciuta…



