“Intendete dire QUESTO prisma?” Il compunto ed elegante professor Prosper-René Blondlot, il rinomato fisico Prosper-René Blondlot, primo misuratore della velocità delle onde radio, Prosper-René Blondlot, stimata personalità dell’intero mondo accademico europeo, smise pressoché immediatamente di muoversi, guardarsi attorno e per qualche attimo, persino respirare. Di fronte a lui questo “scienziato” americano di vent’anni più giovane, apparentemente esperto di ottica e fotografia ultravioletta, che fino a poco fa si era espresso unicamente nelle lingue inglese e tedesco. Ed ora sembrava sfidarlo al diniego in un perfetto francese. Un certo… Woods, o Wool, giunto presso il suo laboratorio con una lettera di presentazione della rivista scientifica a revisione paritaria Nature e tutti ben sapevano, persino nella celebrata Università di Nancy, che rifiutare questo tipo di visitatori poteva avere conseguenze nefaste sulla percezione internazionale delle proprie scoperte dell’ultima ora. “Notevole, esimio… Collega. Vi siete procurato un componente quasi identico al mio apparato per scorporare la luce! Immagino ora vogliate mettere alla prova le mie annotazioni sullo spettro della luce appena misurato, sostituendolo nell’apparato come se stesse tentando di sfatare un gioco di prestigio?” Nella penombra della situazione, i due sembravano quasi due statue di cera, allorché si udì una porta che sbatteva in corridoio quasi ad aumentare la necessità di dare seguito alla sfida. Fu allora che Robert W. Wood, senza dare nessun cenno di reazione emotiva, poggiò molto lentamente il prisma sul piano della stanza, osservando molto attentamente l’espressione della controparte. Blondlot che passava gradualmente dall’offesa all’inquietudine, all’ansia e infine, l’ombra di un orribile sospetto. Mentre la sua mano cercava a tentoni il macchinario semovente sulla slitta con il pezzo d’alluminio trapezoidale. Incontrando unicamente un grande, orrendo, tragico spazio vuoto. “Inaccettabile, tutto questo non dimostra nulla! È così che voialtri gestite le cose, quando non riuscite a…a…” Ora il fisico francese, gesticolando in modo scoordinato, bloccò sul nascere l’oltraggio percepito. Era chiaro che al momento, il meglio che potesse fare era tacere. La sua platea, il pubblico che lo aveva acclamato accettando a chiare lettere la scoperta di un nuovo tipo di luce non era certo quella di uno scettico. Ma l’universo.
Lo scenario si svolge nel 1905, due anni dopo l’entusiastica scoperta da parte di questo importante personaggio di un qualcosa in grado di ripristinare l’ordine corretto delle cose, ponendo la nazione dei Francesi al vertice delle scoperte scientifiche del nuovo secolo, grazie a un cambiamento sostanziale nel modo disponibile di percepire e interpretare la natura. “Osservate, guardate con i vostri occhi, non potrete più negarlo.” Sembrò che egli dicesse, al seguito del primo studio del 1903, Sur une nouvelle espèce de lumière, esplicitamente creato sulla falsariga e come contrappunto a quello del 1895 di Wilhelm Conrad Röntgen, per una forma di radiazione dimostratasi capace di attraversare alcuni materiali opachi e impressionare lastre fotografiche vario tipo. Eppure in molti concordarono, in quel fatidico momento, che persino i raggi X, per quanto utili, non fossero importanti al pari di questa ennesima, persino maggiormente pervasiva aggiunta al già ricco catalogo dei primi del Novecento. I raggi catodici, i raggi gamma, le ipotesi sui raggi cosmici, la scoperta dell’elettrone… E adesso i raggi N(ancy) così chiamati dal loro scopritore in onore della città in cui aveva la sua cattedra, ed il ricco quanto diversificato sostegno di cui egli avrebbe avuto bisogno da principio al fine di promuovere una simile rivoluzione nella scienza applicata…
Leggendaria è la criniera del guardiano che sorveglia la falesia dell’Alsazia fortificata
Dal suo plinto di arenaria rossa egli si erge, affranto eppur capace di far echeggiare la sua voce roboante nella valle del Savoureuse, unico tragitto tra il massiccio del Jura al confine con la Svizzera ed i Vosgi, monti che si estendono fino alla regione del Bruche. Sentiero strategico fin dall’epoca del Medioevo, quando le potenze politiche d’Europa cominciarono a condurre un tipo di battaglie indotte dal bisogno di cambiare i termini di mappe condivise dalle oggettive schiere dei geografi del tempo. Sotto alla sua zampa anteriore destra la freccia spezzata di un nemico. La cui punta, volta a oriente, lascia intendere il soggetto di una tale acredine, così potentemente espressa. “Che la Forza (di questo leone) sia con voi, francesi!” esclama la sua audace antonomasia, per il massimo vantaggio di una collettività sconfitta già da tempo sulla carta dell’imprescindibile armistizio. Che tuttavia non riuscì a piegare il soggiacente piglio dei difensori, allora come adesso, nel mondo fisico come lo spazio delle narrazioni popolari contemporanee. Allorché Guerre Stellari rappresenta, come ben sappiamo, il titolo precisamente riferito ad una delle serie immaginifiche più popolari dell’ultimo mezzo secolo, in cui personaggi variegati spendono le proprie forze al ricerca di un valore universale che potremmo facilmente riferire agli ideali professati a gran voce dai capi della Révolution del 1789: libertà, uguaglianza e solidarietà reciproca, coadiuvati dalla forza d’animo che serve a soverchiare in un conflitto i propri oppositori sul sentiero della Storia. Ciò che molto spesso noi tendiamo a tralasciare, d’altro canto, è il mondo in cui la stessa natura degli assedi nell’Europa dell’epoca Moderna avrebbe potuto trovarsi descritta con la stessa tipica espressione. Di una serie di città e fortini la cui dislocazione prevedeva, come singola nozione principale, una pianta dislocata in cinque punte simmetricamente radiali. Altresì detto, in modo maggiormente descrittivo, il pentagono stellato delle fortificazioni coeve. Emblema non così palese nell’epoca prima del volo, entro cui il nemico avvicinatosi si ritrovava intrappolato come fosse un labirinto, mentre l’artiglieria difensiva lo colpiva da quasi ogni lato allo stesso tempo. Ed a poco poteva servire, in quegli anni fatidici di cambiamento, persino la precisa scienza dell’assedio “alla moderna” come in modo tanto fatidico ebbero ancora una volta modo di scoprire i comandanti prussiani August von Werder ed Udo von Tresckow, sul finire dell’anno 1870. Figure incaricate di accerchiare, quindi conquistare per la gloria di un nascente Impero, l’invincibile barriera di Belfort, città murata con le più avanzate soluzioni difensive, a partire dalle controguardie della cittadella medievale e fino agli ultimi interventi del celebre ingegnere al servizio del Re Sole, Sébastien Le Prestre de Vauban. Il quale deviò il corso del fiume, costruì caserme lungo le cortine, regolarizzò il tessuto urbano con una maglia ortogonale di dimensioni uniformi, a suo dire in grado di resistere a qualsiasi assalto immaginabile mediante i mezzi bellici di sua effettiva conoscenza. Auspicio pienamente dimostrabile per gli oltre due secoli a venire, così come chiarito dai 73 atroci giorni di bombardamenti, la fame e le privazioni di quel capitolo finale della guerra franco-prussiana. In cui tante fiere vite di orgogliosi giovani vennero impiegate, per far guadagnare il merito delle armi a una bandiera. Da portare via fuligginosa, lasciando scie di sangue, oltre l’inizio di un sentiero di rinascita ulteriore. Poiché da cose orribili possono venire singole scintille degne di essere commemorate. Ed opere d’arte senza tempo, iscritte a lettere di fuoco nelle antologie del mondo…
Impossibile J1832, il metronomo stellare che riorienta le nozioni possedute dalla conoscenza umana sull’Infinito
Un mercoledì di lavoro come molti altri presso il radiotelescopio ASKAP, grande antenna situata nel Midwest dello stato dell’Australia Occidentale. Se non che al concludersi del turno, una chiamata giunse all’improvviso dal centro di controllo Chandra a Cambridge, Massachusetts. Qualcosa d’imprevisto era stato scoperto in una zona del cielo corrispondente alla costellazione dello Scudo, a una distanza dalla Terra quantificabile approssimativamente sui 15.000 anni luce. “È una fonte a impulsi di radiazioni a raggi-X” Annunciò l’ufficiale di collegamento. “Con un tempo di lampeggiamento… Insolito. Ma è la posizione che vorremmo fosse analizzata con il vostro riscontro. Potreste controllare la sigla di riferimento J1832−0911?” L’eccitazione attraverso le ore successive, presso la moderna installazione completata nel 2019 in una delle zone più disabitate dell’entroterra semi-desertico del continente, crebbe in modo lento ma costante. Mentre l’ipotesi in origine soltanto vagamente accennata si concretizzava in una nuova formidabile scoperta: che una sorgente cosmica potesse accendersi senza nessuna soluzione di continuità coerente. In un’area lungamente sottoposta alle rilevazioni precedenti dell’interferometro australiano nel periodo tra il 2013 e 2023. Finché in quel fatidico 14 febbraio del 2024, mentre il radiotelescopio puntava in una regione totalmente diversa del cosmo, il telescopio orbitale della Nasa portato nello spazio il 23 luglio del 1999 non scovò in maniera totalmente casuale l’oggetto di un cruccio palese: l’evidente sovrapposizione, cominciata all’improvviso, tra un turnover di tipo spettrale e quello nuovo di una radiazione elettromagnetica ad alta energia. In altri termini la prova incontrovertibile dell’accensione di un “semaforo” su scala cosmica, la cui natura andava ora sottoposta ad un’approfondita disanima e collocazione presso il novero delle speculazioni prive di solidi punti d’appoggio sul piano scientificamente condiviso. E dopo tutto, perché non cominciare subito con i comunicati stampa? La divulgazione generalista, è cosa nota, tende ad apprezzare un succulento ed ufologico mistero. Specie quando accompagnato da immagini spettacolari di sezioni inusitate del cielo notturno, verità innegabili del tutto compatibili col volo della nostra fantasia. E quel cerchio rosso situato sulla foto in posizione decentrata, corrispondente al nuovo ingresso dei cataloghi delle magnetar, un tipo di stelle a neutroni dalla dimensioni relativamente ridotte ma una massa eccezionalmente elevata. In altri termini il residuo, compresso a causa del potere gravitazionale, della quantità di elementi rimanenti dopo l’esplosione occorsa di una supernova. Il che, naturalmente, non spiegava in alcun modo l’evidente sincronizzazione delle due emissioni energetiche sin qui menzionate. Né il modo o la ragione per cui tale lampeggiamento insolito avesse avuto inizio proprio adesso, lungo le imperiture pagine del cosmo infinito…
L’attesa migrazione dell’argento e un branco di candele di ritorno sui confini del continente
Tra i copiosi repertori videografici di Internet, figura uno scenario certe volte tipico, le cui caratteristiche apparentemente innocue paiono soprassedere all’intera storia culturale di una regione. Una persona, spesso un pescatore, piuttosto che un residente appassionato del buon cibo o semplice fautore dei video virali o sensazionalistici, avvicina un pesce argenteo della lunghezza approssimativa di 30 cm ad una fiamma viva. Così che la coda retrostante, nel momento stesso in cui scintille iniziano a lambirla, inizi all’improvviso a trasformarsi di sua iniziativa in combustibile perfettamente persistente. Situazione destinata a progredire in modo alquanto inesorabile, nel mentre la creatura già da tempo esanime viene avvolta da quei lembi, e il fuoco stesso la trasforma in manifestazione ittica di una candela incandescente. Il che rappresenta, in senso molto pratico, la ragionevole approssimazione del formale oggetto di riferimento, chiamato in lingua inglese per l’appunto candlefish o come preferivano i nativi eulachon/ooligan, letteralmente “trota di fiume” con possibile etimologia dal gergo commerciale dei Chinook. Curiosa coincidenza funzionale alla scherzosa coincidenza, tanto spesso sottolineata da testate americane o canadesi, corrispondente a un altro tipo di ritorno, della tifoseria più caotica tipica del football di derivazione europea. Ah, la differenza che può fare una semplice “H”, lettera priva di suono! Eppur qui portatrice di un incognito significato sottostante. Giacché non porta maglie colorate il nostro amico Thaleichthys pacificus, osmeride delle coste a settentrione del Nuovo Mondo, per certi versi affine al nostro Osmerus mordax, specie che altresì ricorre in prossimità di grandi foci europee come la Senna, il Reno e l’Elba. Notazione chiara a definire la natura anadroma di tali esseri, ciascuno avvezzo ad una crescita in corrispondenza di piattaforme continentali oceaniche ma ritornante ad intervalli tipici, fino ai corsi d’acqua dolce dove l’uovo della propria nascita era stato deposto. Con tempistiche che cambiano in base alla specie, portando il nostro candlefish a ripresentarsi dopo un tempo relativamente lungo ed altresì variabile: 2-5 anni con cadenza regolare tra aprile, maggio e giugno. Lassù lungo la costa del Pacifico, al cospetto dei popoli in attesa dei Nass e Skeena sulla costa settentrionale, i Nuxalk, Wuikinuxv, Heiltsuk e Kitasoo, scendendo verso sud fino ai territori dei Kwakwaka’wakw nell’odierna Columbia Inglese. Che nella misura dell’effettiva sussistenza di un lessico e nozioni condivise, per il modo in cui forniva le risorse preziosissime al finire dell’inverno, erano soliti abbinargli l’espressione alternativa di salvation fish, ovverosia molto semplicemente, “il pesce della salvezza”. Non è difficile capirne la ragione…



