Il fiume canadese dei castori che divide le sue acque in direzione di due alterni destini

Ventiquattro giorni erano trascorsi dalla partenza presso la York Factory, sullo Hayes River, lungo il corso del suo affluente letargico e tortuoso, quando il navigato viaggiatore in uniforme ebbe modo di trovarsi al cospetto di una sbarramento sormontato da un’imponente pietra sghemba. Su di essa immagini color dell’ocra di figure umane, animali e segni di mani mentre intorno offerte di varia natura, tra cui frutta, noci, conchiglie, tabacco. Mentre scendeva per dargli un’occhiata da vicino, dando ordine ai compagni di sollevare lo scafo affusolato e trasportarlo all’altro lato della secca, notò un fenomeno del tutto inaspettato. Il modo in cui l’acqua dell’Echimamish, che avevano risalito fino a quel punto andando controcorrente, sembrava fluire da quel punto direzione diametralmente opposta. Creando prontamente l’illusione, nell’assenza di fonti visibili, di trovarsi al punto della convergenza di una misteriosa e al tempo stesso trascendente gravità situazionale.
Due decadi prima di trovarsi al comando della fallimentare spedizione alla ricerca del Passaggio a Nord Ovest, che portò allo smarrimento con probabile naufragio delle navi Erebus e Terror nel 1845, John Franklin era uno stimato ufficiale, esploratore e scrittore britannico. Autore tra le altre cose del resoconto Narrative of a Journey to the Shores of the Polar Sea (1819, 20, 21 e 22) entro cui descrive le sue estensive peregrinazioni nei territori oltre il 50° parallelo, con particolare spazio dedicato alla provincia canadese di Manitoba ed il vasto bacino idrico adiacente, l’economicamente fondamentale baia di Hudson. Luogo di passaggio per un fiorente commercio che iniziava presso l’entroterra, seguendo il corso dei fiumi così come facevano le tribù native delle Prime Nazioni, già molti anni prima dell’arrivo della Compagnia europea nota in breve come HBC. Fu perciò seguendo a bordo il tragitto di una delle imbarcazioni di quest’ultima, le famose York Boats ispirate direttamente alle drakkar del Medioevo scandinavo, ancora dedite a quei tempi al redditizio trasporto e vendita di pellicce degli animali catturati e messi in vendita dalle tribù dei Cree, che costui scoprì accidentalmente il segreto del fiume dei castori. Fondamentale passaggio di collegamento, tra le acque quiete dello Hayes e quelle decisamente più rapide e difficoltose del Nelson River, l’Echimamish era in effetti lungamente noto per la sua navigabilità tutt’altro che ideale, data le sue acque basse lungo un territorio in larga parte paludoso e perciò poco adatto al pescaggio degli scafi più imponenti. Tanto che da oltre due secoli persino i coloni occidentali erano ormai del tutto coscienti dell’importanza dell’operoso Castor canadensis e la costruzione delle sue solide dighe al fine di costringere e dirigere le acque in direzioni appropriate, così da incrementare il flusso in alcuni punti cruciali di quest’autostrada naturale, cercando a più riprese di scoraggiarne la caccia sistematica da parte dei nativi. Un’operazione fondamentalmente non così risolutiva e che portò ad eccessi problematici nel corso dei secoli intercorsi dal primo approdo sulle coste nordamericane…

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Shigeru Ban e l’equilibrio galleggiante del museo che lascia il segno senza imporsi sul paesaggio costiero

Qualcosa di notevole, qualcosa di sfuggente, qualcosa che compare ai margini emergendo a pieno titolo nella coscienza. Così un visitatore che percorra verso sud la costa del Mare Interno di Seto, partendo dalla popolosa città che lo sovrasta, incontrerà alla sua sinistra il drammatico paesaggio dell’isola di Miyajima, fronteggiata dall’iconico portale portale torii “a quattro pilastri” (yotsu-ashi) del santuario di Itsukushima, dedicato alle tre figlie di Susano-o, dio delle tempeste. Eppure chiunque si aspettasse proseguendo lungo quella strada un rigido percorso verso le tradizioni di quel popolo, verso i kami e gli altri spiriti di un mondo antico, potrebbe scorgere piuttosto una curiosa sagoma oltre i bassi edifici dell’antistante cittadina di Ōtake. Spigolosa ed indistinta per il modo in cui collega il moto delle onde alla visione non del tutto misurabile dei cieli sgombri. Non fermatevi, dunque, alla prima impressione per quanto concerne il museo Simose. Questo edificio riflettente lungo 190 metri non è che una singola parte di una delle ultime creazioni, e nell’opinione di alcuni tra i maggior capolavori, del globalmente celebre Shigeru Ban, architetto che ha saputo fare dell’effimero non solo affettazione della sua poetica, bensì strumento valido a sostituire i fondamenti stessi dell’architettura contemporanea e post-moderna. Per la scelta dei materiali, come nelle sue chiese e padiglioni di carta; per lo scopo umanitario, vedi i rifugi costruiti a vantaggio dei profughi colpiti da disastri naturali o il dramma della guerra; e infine, tramite la posizione costantemente modificabile d’intere parti delle sue composizioni strutturali. C’è qualcosa di profondamente significativo dunque, negli otto padiglioni gialli, verdi, viola, azzurri ed arancioni che si stagliano all’interno di una pozza innanzi al corpus diafano del parallelepipedo che abbiamo menzionato, creazioni sulla linea di confine tra utilitaristici container e leggiadri soprammobili dei giganti. Un messaggio che palesemente emerge nel momento in cui, prima dell’apertura di una mostra o esposizione di qualsiasi tipo, gli addetti del complesso immergono se stessi dentro una simile ricostruzione filosofica del Mare Interno. E spingendo in modo attentamente calibrato, rielaborano la posizione e la distanza relative, costruendo un altro tipo di fondamentale narrazione. Così è l’architettura di costui, d’altronde, che perfettamente coniuga i distretti un tempo contrapposti della conoscenza, perseguendo il tipo di collegamenti funzionali alla creazione di uno stato mentale proiettato all’introspezione elettiva. E quale miglior modo possiamo immaginare, di preparare lo spettatore all’esperienza di una delle più estensive, variegate e interessanti collezioni d’arte private della prefettura di Hiroshima?

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Dal fango, una foresta: la salvezza delle Filippine emersa tra l’ingegneria ed ecologia costiera

Vivere in prossima di un delta fluviale, nello spazio in bilico tra la laguna, corsi d’acqua secondari e piane fangose è una situazione che comporta alcuni utili vantaggi sul piano economico e della filiera alimentare. Così che tra pesca, allevamenti d’ostriche e raccolta di crostacei, nessuno potrebbe dubitare del benessere della comunità di Pamarawan, sobborgo peninsulare a settentrione di Manila nell’isola filippina di Luzon. Una solidità sul piano esistenziale che d’altronde non trova riscontro nella prosperità continuativa di coloro che vi abitano, principalmente in forza di un problema ricorrente tipico di molti ambiti costieri del Sud-Est Asiatico: le ricorrenti inondazioni delle zone urbane a media ed alta densità, dovute a convergenza di fattori tra cui il mutamento climatico, il sovrasfruttamento delle foreste, lo sviluppo eccessivo e l’abusivismo. Eppure chiunque avesse l’opportunità di conversare raccogliendo dati sulla storia recente di questo luogo, molto presto tenderebbe a realizzare un recente cambiamento da questo punto di vista. Giacché notoriamente è ormai trascorsa più di mezza decade, dall’ultima inondazione grave in grado di sommergere le strade e le piazzole della cittadina di circa 5.000 abitanti. Per una ragione che può essere direttamente rintracciata da un rapido sguardo verso meridione. All’indirizzo di una serie di costrutti chiaramente antropogenici, nato dall’unione tra l’ingegno occidentale e il collaudato pragmatismo di questo contesto storico e geografico. Dove ogni materia è una risorsa e la disposizione di specifiche concause, singolarmente prive d’importanza, riesce tanto spesso ad alterare il corso della storia stessa.
Si tratta di un’iniziativa elaborata dalla compagnia olandese di consulenza ingegneristica Haskoning, in un’insolita collaborazione con le autorità locali della zona di Malolos, iniziata ufficialmente nel 2018 come parte del Manila Bay Sustainable Development Masterplan. Per una strategia di controllo delle acque della baia che la stampa internazionale si è affrettata a definire “naturale” non tanto per il suo aspetto attuale, quanto l’ultima auspicata fase, che dovrebbe giungere a risultati misurabili entro due anni dalla fine del corrente anno 2026. In quanto l’impresa rappresenta, come largamente spiegato dai materiali di supporto, l’evoluzione progressiva tramite una serie di fasi, a partire dalla disposizione ordinata di una barriera formata da un reticolo di pali di bambù. Non un muro impenetrabile di ruvido e costoso cemento, è proprio qui è la chiave, destinato a rompere le onde mentre gradualmente queste ultime cominciano ad eroderlo di pari passo. Dimostrando il modo in cui è talvolta produttivo rallentare piuttosto che spingere indietro, soprattutto quando ciò è la prima parte di un piano attentamente elaborato che funziona per gradi ulteriori…

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Scheggia cosmica nella natura, la perpetua essenza taciturna della rana nera

Era il 1878 quando l’ex colonnello Richard Henry Beddome, avendo ormai da tempo abbandonato la sua carica presso l’esercito britannico di stanza nel Tamil Nadu, aveva 48 anni quando per l’ennesima volta sfruttò la propria lunga reputazione nel Dipartimento Forestale di Madras al fine organizzare una spedizione nella foresta sempreverde umida fino alla quota di 1219 metri, con l’intento di ampliare ulteriormente il repertorio delle sue già numerose scoperte in campo botanico, erpetologico e malacologico tra l’eccezionale biodiversità dell’India meridionale. Fu dunque in quel frangente che, mentre compiva ripetutamente il gesto catartico di sollevare e spostare di lato alcuni tronchi marcescenti, sotto uno di essi scorse l’evidente traccia di quella che poteva essere soltanto la precisa pennellata di un consumato artista. Alcune goccioline di 2 o 3 centimetri sparse dalla geometria appuntita, cupe come l’ombra pur essendo puntinate di splendenti pois tendenti ad un celeste chiaro. Del tutto immobili, la schiena arcuata, le zampe raccolte contro il corpo: dopo una comprensibile pausa meditativa, tirò dunque fuori il fido retino e il blocco per gli appunti, al fine di annotare per la scienza ciò che aveva avuto l’innegabile fortuna di trovare. Di sicuro i tempi erano diversi. E difficilmente una splendente raganella come questa avrebbe mai potuto attraversare incolume un incontro con le mani indagatrici di un naturalista in caccia di nuovi nomi. Sillabe di derivazione greca pregne come Melanobatrachus indicus, binomio entro cui confluiscono i concetti di “rana” e “nero” assieme al termine tipicamente utilizzato per il grande subcontinente dell’Asia meridionale. Terra ricca di ancestrali enigmi in mezzo a cui potremmo lietamente collocare, ancora oggi, l’ombra di questa minuscola, magnifica creatura. Perché la rana nera, o rana cosmica che dir si voglia, non è soltanto criptica, sporadica, immobile e minuscola. Bensì persino incline, cosa rara per il proprio ordine di anuri gracchianti, a un silenzio duraturo e persistente, tanto che l’unico resoconto acclarato del suo tenue richiamo risale al 1997 in connessione a un’insperata riscoperta per il merito degli studiosi Daltry & Martin, che riuscirono a incontrarla nello stato del Kerala. Uno dei pochissimi incontri sistematicamente riportati all’interno del mondo accademico, seguìto da quelli successivi del 2000 (Ishwar, monti Anamalai) 2007 (Nixon, Bhupathy, Mathikettan Shola National Park) e 2017 (Palot, Shuresan, regione di Marayoor). Casi appena sufficienti per tracciare un quadro chiaro del tipico habitat della rana, le sue caratteristiche morfologiche ed il ruolo altamente specializzato in un’ecosistema effimero. Senza tuttavia poter approfondire in alcun modo aspetti maggiormente complessi come comportamento, metodi strategie di accoppiamento e ciclo vitale. Il che non può soprassedere d’altro canto al chiaro intento, più volte reiterato nell’ambito di Internet, di applicare per inferenza quanto meno alcuni validi concetti per comprendere la logica di un animale tanto straordinario…

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