Convergono le stelle per la riapertura della sfera bostoniana che identifica i contorni dei buchi neri

Uno sforzo collettivo coadiuvato dalle istituzioni con il fine trasversale di annientare le criticità inerenti, superare i limiti, edificare gli avamposti dentro la sostanza incognita del futuro, d’improvviso reso manifesto: tanto spesso ed efficacemente, i conflitti della specie umana hanno creato nel passaggio dei millenni i presupposti necessari alla ricerca di un progresso tecnologico evidente. Soltanto quel particolare campo, dell’osservazione ed interpretazione dell’infinitamente vasto, infinitamente distante, è lungamente parso l’unico appannaggio dei filosofi e studiosi dei concetti naturali, semplicemente troppo inusitati per avere effetti pratici rispetto alle manovre delle armate tra valli e monti della nostra Terra. La questione che riesce a caratterizzare, d’altro canto, i sistemi integrati di quest’epoca contemporanea è la capacità di prendere un qualcosa e renderlo strumento dalle plurime sfaccettature comprimarie. Nel modo capitato ad Haystack, Westford, Massachusetts (siamo una manciata di chilometri da Boston) radar e installazione costruita inizialmente nella tarda decade degli anni ’50, per i tipici obiettivi della Guerra Fredda. Captare comunicazioni in codice, studiare i movimenti degli aerei oltre la linea dell’orizzonte, intercettare, caso mai dovesse risultare necessario, strali di testate nucleari in volo verso i propri malcapitati bersagli. Presupposti giudicati utili al concetto stesso di superpotenza, per i quali venne fin da subito coinvolto il Lincoln Laboratory della prestigiosa istituzione universitaria del MIT, la cui direzione non ci mise molto a intravedere l’opportunità di andare oltre. Allorché ultimata finalmente, nel 1964, l’enorme antenna principale di 37 metri dalla configurazione Cassegrain, racchiusa in una sfera radome per la protezione dalla rigidità degli elementi presso il settentrione della costa Est statunitense, si palesò l’opportunità di coinvolgere la NSF e NASA per intavolare una serie di avanzati progetti di radioastronomia, per l’osservazione approfondita dei pianeti del Sistema Solare e i nostri immediati dintorni nello schema galattico dell’Universo. L’installazione, molto presto, crebbe e continuò ad espandersi, nel modo più visibile mediante aggiunta di una seconda antenna simile, con un diametro di 18 metri, il radar ausiliario HAX del 1961. Strumento dalla portata meno significativa ma un tempo di aggiornamento dei dati registrati esponenzialmente più veloce, così da completare il quadro dei dati raccolti e compilati dal personale coinvolto. Per non parlare dell’ulteriore impianto, integrato sul finire della stessa decade, del Millstone Hill, osservatorio all’avanguardia della ionosfera, con riflettore parabolico per la registrazione della densità di elettroni, la temperatura e composizione di tale strato dell’atmosfera. Una letterale orchestra di efficaci punti di partenza, coadiuvati dallo stesso spirito di approfondimento e scoperta. Benché nel modo stesso in cui lo spazio esterno è sottoposto a continui ed incessanti mutamenti, raramente visibili a occhio nudo, nulla in campo tecnologico può essere costruito “per sempre”. Il che avrebbe portato, dopo i primi aggiornamenti compiuti ad un livello superficiale negli anni ’90, ad un dispendioso e complesso programma originato nel 2006, per poi entrare nel punto cruciale nei successivi quattro anni fino a una chiusura, durata fin quasi ai tempi odierni, della maggior parte delle operazioni scientifiche dell’Osservatorio…

Elemento ormai del tutto iconico del paesaggio locale, identificato col toponimo di Haystack che significa per puro caso “pagliaio” (e da qui infiniti scherzi sulla prototipica ricerca spaziale “dell’ago”) fu dunque una visione in qualche modo preoccupante il momento in cui lo sferoide svettante venne letteralmente scoperchiato attorno al 2010, con l’obiettivo di sostituire in modo pressoché totale l’antenna contenuta al suo interno. Con la forma riconducibile al concetto geometrico di un esacontaedro trapezoidale, consistente in tre miglia di travi in alluminio costituenti gli spigoli delle 60 facce, ciascuna delle quali costruita con un telo di fibra di vetro dello spessore di sei fogli di carta, tenuti complessivamente assieme da 15 tonnellate di dadi, bulloni e rondelle. Numeri importanti ma non quanto gli speciali accorgimenti, compiuti a garanzia del fatto che un simile involucro non impedisse in alcun modo ai segnali radar di raggiungere o partire dall’antenna, ponendo al tempo stesso una barriera in grado di difenderla per quanto possibile da vento, pioggia e neve. Un tipo di struttura geodetica per la quale, come molte altre di quell’epoca, era stato consultato inizialmente lo specialista in materia Buckminster Fuller, grande tecnico e inventore del Novecento. Con un aumento della precisione fino agli 0,1 millimetri, e l’aggiunta di componenti utili al passaggio rapido dalle funzioni di radar a quelle radioastronomiche, la nuova antenna venne dunque messa all’opera a partire dal 2008, sebbene ad un regime di utilizzo più ridotto rispetto a quello delle decadi antecedenti. Questo perché dal 2019, con il finanziamento del programma ngEHT, era stato prospettato un ulteriore aggiornamento dei sistemi di calcolo a supporto, nonché le apparecchiature dei ricevitori. Un ulteriore processo dall’alto grado di complessità, tanto che la riapertura a tutti gli effetti dell’Osservatorio non sarebbe stata annunciata, formalmente, fino al recente maggio del 2025. Per mettere a frutto immediatamente la potente macchina del proprio rinnovato array VLBA (per captazione delle onde ultra-lunghe) nel contesto di un importante progetto internazionale: la collaborazione di multipli radiotelescopi, situati in Cile, Sierra Nevada, Spagna, le Hawaii e l’Antartico, nota come EHT, “Event Horizon Telescope” mirante all’identificazione della chioma di plasma riflettente già ipotizzata dallo stesso Einstein, come possibile segno osservabile dell’esistenza di buco nero. Fenomeno spaziale, nello specifico, localizzato in corrispondenza del centro della galassia Messier 87 lo scorso 8 dicembre, quantificandolo a una massa complessiva di sei milioni e mezzo di volte rispetto a quella del nostro Sole. La missione poteva dirsi compiuta ed una parte significativa dell’investimento, per lo meno in linea di principio, ampiamente giustificato.

Con attività e traguardi scientifici dislocati in molti campi di ricerca paralleli, gli scienziati dello Haystack avrebbero al tempo stesso veicolato l’inquadramento del radar in un’altra ambizione di carattere fondamentale. La costituzione del Progetto di Difesa Planetaria del MIT, un nuovo approccio sistematico all’individuazione e studio dei corpi meteorici in avvicinamento alla Terra, con il possibile obiettivo di preparare missioni d’intercettazione e conseguente mitigazione dei danni. Finalità efficientemente perseguibile, dal punto di vista teorico, grazie alla raccolta in tempo reale di dati approfonditi ed in tempo reale. Nel prosieguo di una guerra assai più basica, quella necessaria a mantenere un parziale controllo sulle imprevedibili, talvolta fatali circostanze della natura stessa. La cui approfondita conoscenza è il primo passo verso un qualche tipo di rivalsa. Specie quando coadiuvata dalla prospettiva oggettivamente logica che nasce dall’odierna ed avanzata tecnologia.

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