La geometrica imponenza dei bovini come simbolo della ricchezza nei dipinti dell’Ottocento inglese

“Perché dipingere uno scoiattolo o un uccello? Gli animali domestici fanno parte delle nostre vite da millenni. Ci hanno reso ciò che siamo, e continuano costantemente a migliorare. Questo è ciò che dovremmo celebrare.” Così affermo il grande Ross Butler (1907-1995) fotografo e pittore specializzato sul tema della vita di campagna e le creature che, più di ogni altre, sembrano caratterizzarne il paesaggio. A macchie ed uniformi, con le corna lunghe oppure corte, riconoscibili con gli occhi chiusi all’emissione di quel verso roboante, il muggito. Volendo affermare non soltanto esprimere un profondo sentimento, bensì ritornare con la mente a una pregiata tradizione, tipica dell’Inghilterra Vittoriana, consistente nel ritrarre ed elevare la figura idealizzata del bovino sopra un piedistallo. Il teatro leggendario, eppur fondato su parametri del tutto razionali, che interpretava il ruolo dell’allevatore come un qualcosa di ulteriore rispetto al mero proprietario di una fonte di cibo. Ovvero l’unico custode di un preciso e intramontabile mandato, finalizzato al perfezionamento della condizione umana fin dall’alba della propria partecipazione ed al concludersi di una stagione d’incessante lavoro. Improver era il termine, letteralmente “[Colui] che migliora” riferito ad una simile categoria, dedita al segregare i sessi degli animali della fattoria, permettendone l’accoppiamento solo tra esemplari con tratti desiderabili, così da incrementarne sensibilmente il valore. Esiste, a tal proposito, un preciso evento della storia e singolo esemplare, il celebre “Bue di Durham”, a seguito del quale l’opinione pubblica riuscì ad accedere a una tale consapevolezza. Che un bovino poteva avere proporzioni eroiche dentro la cornice di un dipinto, ed in un certo senso metaforico, lo stesso valeva per il suo padrone.
Toro castrato destinato a vivere esattamente undici anni a partire dal 1796, l’animale era nato sotto la supervisione del suo proprietario Charles Colling, membro della gentry di Ketton, vicino Darlington nella contea di Durham, celebrato assieme a suo fratello come il creatore di una varietà standardizzata di bovini, selezionata attentamente a partire da talune caratteristiche emergenti dai tori e mucche di quella particolare regione. In primo luogo le corna corte, rispetto alla razza coéva delle cosiddette Dishley Longhorn, ma soprattutto una massa complessiva persino maggiore, capace di raggiungere nel caso più famoso le 3.024 libbre, pari a 1,3 tonnellate. Il che gli valse innumerevoli vittorie nei concorsi e l’occasione di girare trionfalmente in tutta la nazione, almeno finché durante uno dei suoi complicati trasferimenti, cadde fratturandosi l’anca a febbraio del 1807, dovendo essere sopresso e andare incontro a macellazione. Ma non prima che il suo inusitato successo portasse ad un particolare ritratto creato dal pittore John Boultbee nel 1802, che replicato in stampe popolari e sui recipienti di porcellana, diventò un motivo ricorrente nella case, nei pub e le dimore principesche della sua Era. Mostrando l’enfasi di eccezionali proporzioni, quali mai nessuno avrebbe precedentemente ritenuto possibili o persino probabili in un quadrupede artiodattilo dei tempi moderni…

Era in un certo senso, il tentativo di coinvolgere la gente comune in un ambito sorprendentemente tecnico, che non faceva veramente parte della loro vita quotidiana. Tutti sapevano in effetti quali fossero le caratteristiche desiderabili di un bovino all’interno di un contesto fieristico, sebbene pochi avessero l’effettiva cognizione di quanto, nell’occorrenza dei fatti, tali aspetti potessero corrispondere a verità. Così una schiera di nascenti pittori, ciascuno dedito all’ottenimento di una fama redditizia ancor prima che un posto privilegiato nella storia dell’arte, iniziarono a vagare per le campagne offrendo i servigi a chiunque avesse l’aspirazione di diventare il prossimo Charles Colling, eroe del popolo e la stalla dei bovini. Nei loro ritratti, al tempo stesso manufatti utili ed auspicabilmente decorativi, mucche o tori premiati comparivano in tutta la propria magnificenza, generalmente raffigurati di profilo, con i quarti posteriori appesantiti ed il petto sporgente tra le zampe anteriori, esse stesse sottili fino all’inverosimile. A completare il quadro, la pelle liscia e tesa che tendeva ad essere presente negli esemplari di maggior pregio; essenzialmente, gli animali erano dei rettangoli pressoché perfetti, in un modo che oggi appare surreale, quasi comico nella propria verve involontariamente caricaturale. Laddove è chiaro che a quei tempi, una mucca con simili caratteristiche era non soltanto desiderabile, bensì uno status symbol al pari di un’odierna auto sportiva o yacht dall’ampia metratura. Essenzialmente si trattava di un’evoluzione dei già affermati soggetti usati dai pittori sportivi, inclini a ritrarre i possessori di cavalli sopra i propri beniamini enfatizzandone per quanto possibile la velocità, con proporzioni flessuose ed un chiaro dinamismo delle pose rappresentate. Una tendenza che si estese in parallelo ad altri animali della fattoria, con i migliori suini trasformate in approssimazioni quadrupedi di vere e proprie mongolfiere, mentre le pecore tendevano ad assomigliare a dei dirigibili, allungate ed appuntite nelle parti avanti e dietro della propria bianca sagoma ideale. Menzione a parte meritavano le figure umane, incluse talvolta e con la principale finalità di offrire un riferimento dimensionale, spesso vestite di tutto punto con tanto di capello a tuba in mezzo al campo, come se si stessero recando ad un palco teatrale, un incontro ufficiale o altre importanti occasioni del convivio civile. Tra gli autori di queste scene commissionate come una forma di pubblicità da parte degli allevatori, spesso senza firma e dimenticati ancor prima del concludersi della propria carriera, emersero cionondimeno alcuni nomi degni di essere menzionati. Tra cui l’allievo di Boultbee, Thomas Weaver (1774–1843) che lavorando per i proprietari terrieri e nobili del calibro del duca di Rutland, quello di Befrod ed il conte di Lichfield divenne celebre come “l’amico degli shorthorn” nonché il ritrattista del famoso Patriot, dalle proporzioni paragonabili al sopracitato capostipite della sua linea di sangue. Importante anche William Henry Davis (1786–1865) che all’apice di una produzione straordinariamente ricca di quadri con tori rettangolari, iniziò a fregiarsi del titolo di “Pittore di animali di Sua Maestà” per la collaborazione con un ignoto membro della famiglia reale. Sappiamo, a tal proposito, che lo stesso Albert, consorte della Regina Vittoria, si dilettava nell’allevamento bovino e amava riconoscersi tra le schiere degli improvers, attività considerata patriottica perché utile a fornire le provviste necessarie per le guerre sempre più frequenti necessarie a preservare il vasto impero coloniale della Gran Bretagna.

Non sempre facili da porre in un appropriato contesto, spesso derisi nonostante la vetustà ed il pregio, venendo utilizzati per le memes o altri scherzi digitalizzati (Vedi il template del suino corpulento che proclama: “Dammi avena, fratello!”) i dipinti degli animali domestici vittoriani parlano di un’epoca in cui ancora poteva sussistere il trionfo dell’innovazione individuale, all’interno di un campo in cui ormai tutto è stato efficientato, per l’incessante tendenza dell’epoca dell’industrializzazione e il perfezionamento assoluto. In cui nessun bovino di razze allevate con finalità alimentari può vivere più di 4 anni e mezzo, età al raggiungimento della quale le sue gambe non potrebbero semplicemente più sostenere la massa impressionante del proprio stesso peso. Allorché vige il concetto di un animale trasformato in macchina non diversa da uno stadio di catene di montaggio prive di pietà o riposo. E cosa mai potrebbe esserci a quel punto da ritrarre, o da celebrare?

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