È una nozione largamente accettata nella sociologia contemporanea il fatto che la povertà sia statisticamente all’origine di un più alto numero di crimini e comportamenti disallineati alle vigenti norme della civiltà comunitaria. In epoche come l’ascesa al trono e conseguente trasferimento a Londra nel 1604 di Giacomo VI degli Stuart, re di Scozia, d’Inghilterra e d’Irlanda, durante cui la sussistenza delle classi meno abbienti era legata in larga parte ad un agricoltura cerealicola condotta con mezzi arretrati, condizionata da frequenti carestie. Mentre le città più popolose, in particolare nell’entroterra delle Highlands, si ritrovavano a dover gestire un’alta quantità di mendicanti viaggiatori, in larga parte stigmatizzati e mantenuti ai margini dalle crude leggi sul decoro mantenute in vigore dopo il termine del periodo Elisabettiano. È tuttavia possibile ipotizzare, nell’esistenza di taluni specifici individui, che un certo livello di predisposizione alla violenza inumana possa trascendere le specifiche ragioni di contesto. Assurgendo ad un livello di spietatezza che semplicemente esula da qualsivoglia tipo di contromisura implementata a priori, potendo unicamente peggiorare nei momenti storici dal più elevato grado di privazioni e incongruenze. In che modo avrebbe potuto essere diversa la società delle Isole, affinché la celebre vicenda di Alexander Bean avesse potuto dipanarsi in un diverso modo? Storia o leggenda, quanto meno coadiuvata da un certo livello di creatività narrativa, sebbene eventi simili possiedano casistiche accertate anche nel corso delle precedenti epoche in quel territorio, come il caso di Christie Cleek, macellaio del XIV secolo che in seguito alla miseria scatenata dalla seconda guerra d’indipendenza, prese l’abitudine di catturare e consumare i suoi consimili sulla via di Perth. Non troppo lontano dalla costa sud-occidentale della Scozia, tra Girvan e Ballantrae, dove un suo emulo rimasto tristemente celebre col soprannome “Sawney”, ai tempi antonomasia usata al fine d’indicare semplicemente i discendenti dell’antica Caledonia, scelse di stabilirsi a vivere assieme alla moglie Agnes “Black” Douglas. Non all’interno di un qualsiasi tipo di capanna, baita o accogliente dimora, bensì dentro le viscere di una profonda e articolata grotta, dove i due riuscirono nei fatti a costruirsi una serena vita quotidiana. Se è vero che in breve tempo, in base ai resoconti successivi, iniziarono a mettere al mondo figli e figlie, in quantità di almeno 14, e un gran totale di 18 nipoti. Probabilmente tramite la pratica dell’incesto, il che sarebbe stato già abbastanza problematico. Senza entrare nel merito delle frequenti sparizioni dei viandanti sul sentiero e successivo ritrovamento, da parte dei locali, di chiari segni d’aggressione e cosa ancor più orribile, resti umani di varia entità lungo le spiagge dei territori adiacenti. Al punto che, mettendo assieme il novero dei pochi significativi indizi, non ci volle molto a ricondurre l’epicentro dei sospetti al misterioso clan del tutto avulso da contatti pratici coi più prossimi villaggi o stazioni di scambio rurali, potendo disporre di una propria singolare, inusitata modalità di sopravvivenza. La quale consisteva, in termini diretti, nel cannibalismo ovvero la consumazione della carne umana. Così avrebbero raccontato gli opuscoli del Newgate Calendar, con la loro serie di storie inquietanti stampate per il pubblico ludibrio tra il XVIII e XIX secolo. Che presentavano la figura di Sawney come il più efferato serial killer della storia britannica (e non solo) responsabile assieme alla propria famiglia della morte di circa un migliaio di persone. Almeno finché una fortunata svolta del destino, caso volle, non portò fine al suo regno di terrore inveterato…
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L’abito splendente, il suono della pioggia ed il segreto della guarigione Ojibwe
Sette grandi conchiglie di lumache di mare dalla forma convessa, che fluttuavano nell’aria appena sopra la linea dell’orizzonte. Si udì una voce: “Le genti delle Terre dell’Alba migreranno verso l’entroterra, per trovare una serie di isole a forma di tartaruga. Ma se andranno troppo ad occidente, incontreranno gli uomini dalla pelle chiara. Che li porteranno a perdere il contatto con le ancestrali tradizioni e la propria cultura.” Quindi come un fulmine cadde dal cielo, ed un certo numero di uomini saggi si ritrovarono avvolti in un sonno profondo. Al loro risveglio, essi possedevano il potere del Midewin, un contatto con gli spirti capace di compiere miracoli inusitati. Alcuni erano semplicemente troppo potenti per vivere tra gli uomini, ed al ritorno di uno tra i favoriti degli Waabanakiing tra gli altri membri della sua tribù molti morirono non appena posarono i propri occhi su di loro. Questo era il potere della profezia, e questo ciò che un uso inadeguato del mandato divino a comunicare con gli spiriti (manidoog) poteva arrecare per il tramite coloro che non erano sufficientemente preparati a gestirlo. Ma la società segreta dei Midewiwin, attraverso il corso dei secoli, imparò a gestire i sacri compiti per il bene collettivo degli Ojibwe, nel territorio canadese di quello che oggi prende il nome di Quebec. Ed attraverso le alterne peripezie dei popoli, avrebbero portato a manifestarsi il potere sovrannaturale di distruggere (i nemici) e ricostruire (i rapporti tra momenti agli apici contrapposti delle idee). Incluso quello tra la vita e la morte, riuscendo in certi casi di prolungare la prima, a discapito della seconda, mediante l’utilizzo di precisi rituali, complesse preghiere, canzoni. E qualche volta il movimento delle membra, attentamente codificato all’intero di specifici rituali.
La danza di guarigione degli ziibaaska’iganan (coni di metallo) definita anche “dell’abito tintinnante” rappresenta tuttavia un’applicazione alquanto insolita di tale concetto, per due ragioni al di sopra di qualsiasi altra: primo, il fatto che sia esclusivo appannaggio delle donne, contrariamente a molti altri rituali paragonabili di quello stesso ambiente. E punto secondo, la sua creazione relativamente recente, che porta a datarlo verso l’immediato periodo antecedente alla grande guerra. Quando la terribile influenza spagnola infuriava nel mondo, conducendo a una spropositata quantità di decessi ed ogni “uomo della medicina” inclusi gli sciamani di questo particolare gruppo etnico delle Prime Nazioni cercava una possibile soluzione per arginare il disastro. Così narra la leggenda, popolare tra il clan dei Mille Lacs e con alcune modifiche all’interno della Banda della Baia del Pesce Bianco, che verso i primi del Novecento una bambina si fosse ammalata, essendo ormai prossima a lasciare il mondo dei viventi. Quando suo nonno, un membro dei Midewiwin, sognò una notte il modo potenziale di riuscire a salvarla. Un gruppo di mogli e figlie del villaggio avrebbe dovuto riunirsi e costruire dei costumi corrispondenti a istruzioni ben precise. Quindi, dopo averli indossati, avrebbero praticato dei passi di danza. E tanto efficace si sarebbe rivelata tale procedura, che dopo il primo giro del piazzale la bambina sarebbe riuscita a camminare con l’aiuto dei genitori. E dopo il secondo, mantenersi in equilibrio utilizzando soltanto la forza delle sue gambe. Per guarire totalmente al compiersi del terzo, ritornando sana come un condor sopra gli alberi della foresta primordiale. Qualcosa di notevole era stato portato tra le genti e nulla, in molti lo capirono immediatamente, sarebbe più stato lo stesso…
La cultura che indossava pesci palla per proteggersi la testa dai colpi delle mazze di squalo
L’inizio del combattimento giunse nel momento concordato, per risolvere il complesso contenzioso territoriale. Mesi, anni addirittura, trascorsi dai reciproci capi villaggio a conferire in merito al possesso di un piccolo appezzamento di terra, insignificante per gli standard continentali ma di enorme valore qui, tra i limitati confini dell’atollo corallino di Tarawa, dove risiedeva l’antica discendenza di Tabukaokao. Finché l’acredine residua, per non chiamarlo vero e proprio odio latente, non si trasformò nel seme combattivo di un pretesto. Non che a loro servisse veramente una ragione, per confrontarsi facendo uso di violenza e le armi acuminate frutto di una raffinata tradizione: i giovani guerrieri, riceventi dei segreti marziali del clan. Il gigantesco Betero, a quel punto, fece il suo ingresso nella radura, girando attorno all’alto tronco della sua palma. Dietro la quale, assistito da un gruppo di scudieri, aveva indossato l’armatura simbolo di Nabakai, il leggendario eroe capace di parlare coi granchi. Le spalle coperte da un’impenetrabile pannello di cocco intrecciato, stesso materiale da cui erano ricavate la maniche e calzoni di spessore significativo. Il petto coperto da una pelle di razza porcospino. Sulla testa un copricapo dall’aspetto spaventoso, costruito con il corpo intero del barantauti, pesce palla velenoso degli oceani antistanti. Stretta nella mano, la pesante mazza a forma di tridente, i cui denti si diceva che lui stesso avesse estratto a mani nude dalla bocca del koro, lo squalo mangiatore di pescatori. Un coro d’insulti si levò a quel punto dalle donne del clan Tabiang, mentre il loro campione Ioteba faceva un passo avanti, già abbigliato con un tipo più leggero di panoplia. Tutta realizzata in sennit, resistenti fibre di quell’albero decorate con figure triangolari, oltre ad alcune conchiglie sferoidali appese per decorazione, che tintinnavano rumorosamente con un senso latente d’aspettativa. La parte delle spalle e del capo protetta da un alta barriera legnosa, con una singola fessura per guardare fuori. E le maniche terminanti in un paio di tirapugni, intrecciati con capelli usati per fissarvi un’altra pletora di denti, affilati come pericolosi coltelli. Tutto ciò per onorare, doverosamente, il credo del suo clan consistente nell’affermazione: “Per ogni pugno che ricevo, ne assesto quattro.” Che egli si affrettò a lanciare all’indirizzo del suo rivale, seguito da un disarticolato grido battagliero d’incitazione. Ci fu soltanto il tempo per gettare un ultimo sguardo all’indirizzo della spiaggia, dove alcuni marinai stranieri e preti dall’abbigliamento cupo li guardavano con espressioni miste di rimprovero e spavento. Prima che sassi e rami appuntiti iniziassero a volare da una parte all’altra del campo di battaglia e i due guerrieri, Ettore ed Achille delle oceaniche circostanze, iniziassero a cozzare con la furia ereditata in secoli di tradizioni e orgoglio.
La natura guerrafondaia e cruenta delle genti delle cosiddette isole Gilbertesi fu in effetti nota fin dai primi contatti con la civiltà occidentale, avvenuti solamente tra il XVII e XVIII secolo. Quando in tali territori recentemente trasformati in un protettorato inglese già sussisteva da molti secoli una raffinata cultura collegata al combattimento, per certi versi paragonabile a quella delle arti marziali asiatiche, particolarmente quelle provenienti da Cina e Giappone. Con vere e proprie “scuole” ereditate segretamente, dai depositari di precise tecniche d’offesa e contrattacco, variabili tra pugni, calci, prese e chiaramente, l’utilizzo di una vasta serie di armamenti. Il che solleva un’imprescindibile questione preliminare, relativa a come esattamente il popolo degli I-Kiribati, del tutto privo di risorse minerarie o conoscenze per lavorare i metalli, nonché grandi quantità di legno, corno o tendini animali, potesse costituire gli strumenti materiali necessari ad innalzare il tono della battaglia. Giungendo alla sola possibile risposta che dovessero, necessariamente, provenire dal mare. Il che, come spesso avviene, può essere soltanto definito come il primo capitolo della storia…
La rosata torre in Scozia che potrebbe aver ispirato Cenerentola nell’alto castello
Strisce orizzontali segmentate, sotto aguzzi triangoli a forma di freccia, sormontati da altrettante piccole bandierine perpendicolari al terreno. Sopra il tetto un semi-cerchio, mirato a rappresentare possibilmente la volta celeste. Un grande portone ad arco nel centro e di fronte ad esso, la scritta calligrafica riportante il celebrato nome: Walt Disney, proprietario della più rinomata e significativa compagnia d’intrattenimento al mondo. Il cui logo non è soltanto un castello, bensì l’unione di questa popolare immagine con scintille sfolgoranti e una particolare melodia. Eppure, guarda caso, è sempre quella costruzione architettonica a restare maggiormente impressa agli spettatori, al punto che vagando per la campagna della Scozia settentrionale nei pressi di Alford nella contea di Aberdeen, finiscono per restare all’improvviso come folgorati, da un’insistente, inevitabile senso di déjà vu. Nel momento preciso in cui si ritrovano a scorgere, a lato della vecchia A980, una replica ragionevolmente fedele della forma classica, e innegabilmente tipica, di quanto visto tante volte al cinema o in videocassetta fin dai tempi dell’infanzia e quella dei propri stessi eredi. Una forma cromaticamente contrastante in mezzo alla vegetazione, quella del riconoscibile castello di Craigievar, vista la particolare tonalità delle sue svettanti mura: 26 metri per sette piani di mura di un surreale, caratteristico colore rosa. Perfettamente uniforme lungo l’intero estendersi del suo contorno fortificato, fino alla serie mensole architettonicamente decorative poste a due terzi della sua altezza e fino all’intrigante serie di balconi, piattaforme e torrette multipiano che occupano la svettante sommità fortificata. Ponendo le basi per una capacità di attirare i visitatori da lontano meglio di qualsiasi cartellone pubblicitario, ben nota fin da quando nel 1879 la regina Vittoria in persona, durante una scampagnata con il marito Alberto si ritrovò a scorgerlo da lontano, non potendo resistere al richiamo della sua strana ed interessante forma. Finendo per andare a visitarlo incuriosita ed in assenza di alcun occupante, un episodio rimasto tra quelli di maggior prestigio nella storia dell’edificio. Le cui origini possiamo far risalire, nelle cronache storiografiche, ad almeno due secoli prima…
Era dunque l’inizio del XVII secolo quando Patrick Forbes, vescovo di Aberdeen e proprietario di Corse Castle, ricevette per l’ennesima volta suo fratello minore William, famoso per le strane iniziative d’affari e le ingenti fortune sperperate dietro irrealizzabili idee. Eppure ciononostante, viste le spropositate fortune della sua famiglia, gli accordava l’ulteriore prestito, nella quieta speranza che stavolta avrebbe ottenuto un metodo efficace per uscire dall’indigenza. Il giovane Willie dunque, come erano soliti chiamarlo a quel tempo, usò i fondi per acquistare una nave e dirigersi, senza particolari esitazioni, fino alle coste della Polonia, dove riempì le proprie stive di legna da costruzione a buon mercato. Che una volta ritornato nella patria Scozia, riuscì a vendere con importante nonché significativo guadagno. Era l’inizio di un nuovo processo commerciale e ben presto, i vascelli sotto il suo comando si moltiplicarono, permettendogli di disporre di una considerevole somma da investire in qualsiasi progetto potesse prender forma nella sua mente. Così nel 1625, egli scorse il terreno e la svettante costruzione posta parzialmente in opera dal clan impoverito dei Mortimer, che avendo ormai esaurito i fondi cercavano di vendere per andare a trasferirsi in città. Rimasto colpito dalle potenzialità di un tale luogo, scelse quindi di acquistarlo e portarne a termine la costruzione, realizzando l’idea spesso ripetuta da suo padre William Forbes of Corse, di vivere in una residenza in cui “I ladri dovranno bussare se mai dovessero voler mettere piede all’interno.” Un’ambizione che potremmo a pieno titolo affermare che sia stata centrata in pieno…



