L’abito splendente, il suono della pioggia ed il segreto della guarigione Ojibwe

Sette grandi conchiglie di lumache di mare dalla forma convessa, che fluttuavano nell’aria appena sopra la linea dell’orizzonte. Si udì una voce: “Le genti delle Terre dell’Alba migreranno verso l’entroterra, per trovare una serie di isole a forma di tartaruga. Ma se andranno troppo ad occidente, incontreranno gli uomini dalla pelle chiara. Che li porteranno a perdere il contatto con le ancestrali tradizioni e la propria cultura.” Quindi come un fulmine cadde dal cielo, ed un certo numero di uomini saggi si ritrovarono avvolti in un sonno profondo. Al loro risveglio, essi possedevano il potere del Midewin, un contatto con gli spirti capace di compiere miracoli inusitati. Alcuni erano semplicemente troppo potenti per vivere tra gli uomini, ed al ritorno di uno tra i favoriti degli Waabanakiing tra gli altri membri della sua tribù molti morirono non appena posarono i propri occhi su di loro. Questo era il potere della profezia, e questo ciò che un uso inadeguato del mandato divino a comunicare con gli spiriti (manidoog) poteva arrecare per il tramite coloro che non erano sufficientemente preparati a gestirlo. Ma la società segreta dei Midewiwin, attraverso il corso dei secoli, imparò a gestire i sacri compiti per il bene collettivo degli Ojibwe, nel territorio canadese di quello che oggi prende il nome di Quebec. Ed attraverso le alterne peripezie dei popoli, avrebbero portato a manifestarsi il potere sovrannaturale di distruggere (i nemici) e ricostruire (i rapporti tra momenti agli apici contrapposti delle idee). Incluso quello tra la vita e la morte, riuscendo in certi casi di prolungare la prima, a discapito della seconda, mediante l’utilizzo di precisi rituali, complesse preghiere, canzoni. E qualche volta il movimento delle membra, attentamente codificato all’intero di specifici rituali.
La danza di guarigione degli ziibaaska’iganan (coni di metallo) definita anche “dell’abito tintinnante” rappresenta tuttavia un’applicazione alquanto insolita di tale concetto, per due ragioni al di sopra di qualsiasi altra: primo, il fatto che sia esclusivo appannaggio delle donne, contrariamente a molti altri rituali paragonabili di quello stesso ambiente. E punto secondo, la sua creazione relativamente recente, che porta a datarlo verso l’immediato periodo antecedente alla grande guerra. Quando la terribile influenza spagnola infuriava nel mondo, conducendo a una spropositata quantità di decessi ed ogni “uomo della medicina” inclusi gli sciamani di questo particolare gruppo etnico delle Prime Nazioni cercava una possibile soluzione per arginare il disastro. Così narra la leggenda, popolare tra il clan dei Mille Lacs e con alcune modifiche all’interno della Banda della Baia del Pesce Bianco, che verso i primi del Novecento una bambina si fosse ammalata, essendo ormai prossima a lasciare il mondo dei viventi. Quando suo nonno, un membro dei Midewiwin, sognò una notte il modo potenziale di riuscire a salvarla. Un gruppo di mogli e figlie del villaggio avrebbe dovuto riunirsi e costruire dei costumi corrispondenti a istruzioni ben precise. Quindi, dopo averli indossati, avrebbero praticato dei passi di danza. E tanto efficace si sarebbe rivelata tale procedura, che dopo il primo giro del piazzale la bambina sarebbe riuscita a camminare con l’aiuto dei genitori. E dopo il secondo, mantenersi in equilibrio utilizzando soltanto la forza delle sue gambe. Per guarire totalmente al compiersi del terzo, ritornando sana come un condor sopra gli alberi della foresta primordiale. Qualcosa di notevole era stato portato tra le genti e nulla, in molti lo capirono immediatamente, sarebbe più stato lo stesso…

Non sempre la danza degli Ojibwe prevede coreografie precise, il che la rende facilmente scalabile ad un qualsivoglia numero di partecipanti. Giacché una cerimonia in grande stile potrà, ce lo spiega la logica stessa, veicolare il principio della guarigione verso una quantità maggiore di spettatori.

Dal punto di vista formale la danza del vestito tintinnante può essere categorizzata dunque come un tipo di esibizione praticata frequentemente nel corso dei powwow (riunioni dei nativi americani) come momento dedicato all’universo femminile, contrapposto alle sequenze dall’intento e durata simile delle cerimonie dell’erba, riservate unicamente agli uomini di ciascuna delegazione. Così amata e celebrata dal pubblico, anche in assenza di competenze particolari, proprio in forza dell’abbigliamento altamente caratteristico delle sue partecipanti, in grado d’impiegarlo per il massimo profitto in una coreografia estremamente ben collaudata. Così sobbalzando e roteando su se stesse, mentre i sonagli della loro tenuta variopinta producono suoni ritmici capaci di accompagnare il rullo dei tamburi di sottofondo, le praticanti si scambiano di posto e rivolgono verso i quattro lati del pubblico, avendo cura di non arretrare mai e non incrociare i piedi; benché tali movenze restino permesse da versioni più moderne dello stesso rituale. In cui il vestito stesso, ornato un tempo coi coni metallici costruiti arrotolando i coperchi delle confezioni di tabacco da masticare, tende a diventare maggiormente elaborato, tendendo a perdere il contatto con l’intento umile e le origini storiche di una simile tipologia di movimenti. Un’altra concessione all’epoca contemporanea è l’utilizzo di un ventaglio al fine di accentuare i movimenti, spesso realizzato in piume di tacchino o d’aquila, in maniera analoga al caratteristico copricapo indossato dalle danzatrici. Diventata particolarmente popolare verso la metà degli anni ’50, la danza del vestito tintinnante si è quindi arricchita di versioni alternative messe in pratica tra i nativi delle tribù Dakota dei Sioux e i loro vicini, benché nessuno abbia mai messo in dubbio la sua derivazione dal preciso corpus leggendario e territorio di riferimento degli Ojibwe canadesi. Fino al punto di svolta dell’anno 2020, quando il diffondersi del Covid-19 ha ampliato ulteriormente la pratica auspicando un’efficacia paragonabile a quella dell’aneddoto iniziale di riferimento. Con la tipica difficoltà a quantificarne i meriti, di frangenti caotici fino a quel punto, ma la serena consapevolezza che nulla di tutto questo avrebbe portato arrecare altro che vantaggi ai propri praticanti, previa implementazione di opportune norme comportamentali durante lo svolgersi dei raduni. Ed a quanto ci è dato comprendere a posteriori, così fu.

Apparentemente inappropriata per lo stile sgargiante del resto dell’abito, la mascherina anti-Covid in questo video di due anni fa possiede una logica coerente alle circostanze. E dimostra un’appropriata norma comportamentale ancora oggi, in determinati convegni con un’alta quantità di anziani provenienti dai diversi territori indigeni di riferimento.

La danza degli ziibaaska’iganan rappresenta dunque una finestra interessante su una tradizione in grado di cambiare attraverso il progredire delle decadi, così come poche altre pratiche dei Nativi Americani sono state in grado di fare per il tentativo sempre più difficile di restare vicini per quanto possibile ai propri insigni predecessori. Trasformando in tal senso l’idea data spesso dolorosamente per acquisita, che le popolazioni indigene del Nuovo Mondo debbano essere necessariamente delle “genti antiche” ormai da lungo tempo assimilate nel grande cumulo indistinto dell’incipiente attualità. Ma moderno non vuol dire necessariamente, ed aggiungerei per fortuna, privo di alcun fascino venuto da epoche lontane. E proprio questo ci dovrebbe permettere di attribuire meriti, quando si vedono trasformate in gesti pratici le precise direttive di un adizookanag, il racconto del Grande Spirito concesso alle schiere dei suoi fedeli. Indipendentemente, o forse proprio a discapito, dei meriti scientifici di tale pratica medicinale. Poiché cala l’importanza di curare il corpo, se lo spirito lo ha già lasciato da tempo. E questo vale anche in proporzione, sulla scala d’intere popolazioni e il sovra-gruppo collaborativo della gente, che eredita correntemente il nome di Civiltà.

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