Fu da molti punti di vista, l’evento più acclamato e memorabile all’inizio dell’estate del 2024. Non il tipo d’intrattenimento concepito per attrarre l’attenzione dei turisti sul piccolo paese di Mirabella Imbaccari nella parte meridionale della Sicilia, bensì un momento introspettivo calibrato attentamente sulle aspettative della gente di qui, indipendentemente dall’età, la storia personale ed il tipo di attività creative capaci di occupare i lunghi pomeriggi delle proprie giornate. Capitale nazionale per l’impiego e perfezionamento del tombolo, questo è il luogo dove più di ogni altro l’effettivo impiego del supporto rigido con i suoi spilli, e le coppie di fuselli e rocchetti sono stati elaborati allo stato pratico di vera e propria forma d’arte popolare. Partendo dall’epoca remota in cui si dice che le suore missionarie, di ritorno in Italia, lo trapiantarono probabilmente dalla Cina, venendo accolte dai principi Biscari nel proprio imponente maniero. Giammai nessuno, tuttavia, nel corso articolato dei secoli XVIII e XIX, avrebbe mai pensato di vederlo riprodotto in questa guisa, delle dimensioni architettoniche di una delle 60 case adiacenti al corso principale della Via Trigona. Su di un fondo rosso acceso, candida e perfetta geometria dei famosi “riccioli e rose”, uno dei soggetti più frequentemente utilizzati come fondamento artistico di plurime ed affascinanti composizioni. Però non costruito tramite l’impiego di una stoffa, così come potrà sembrarvi, bensì tramite l’impego di un sistema all’apice di un contrastante metodo creativo: l’utilizzo della bomboletta di vernice candida, interfaccia idealizzata tra le braccia dell’artista e la tela verticale di quel muro elevato. Verticalità imponente, delicatezza ed eleganza procedurale. Concetti tipici dell’arte veicolata dall’artista polacca di Varsavia NeSpoon, avvolta dalle tenebre leggiadre dell’anonimato, così come si confà ai comuni praticanti dell’arte dei graffiti, spesso utilizzati come strumento di lotta sociale o difformità da regole ed imposizioni provenienti da troppo lontano. Una missione che rientra in senso metaforico nella prassi di colei che calibra il proprio messaggio su questi princìpi operativi, volutamente disallineati dal programma di coloro che soggiornano su entrambi i lati della barricata contemporanea.
Di un merletto che diventa lo strumento di collegamento tra l’antico ed il moderno, l’anteposto e il conseguente ovvero tutto quello che deriva dalla stretta connessione in grado di dar seguito all’artistica tenacia delle ormai pregresse generazioni… Passate ma non mai trascorse, finché possa esistere qualcuno che ne suscita e corrobora i pregiati crismi, a vantaggio di coloro che percorrono in maniera quotidiana le interconnessioni vicendevoli tra mondo fisico e lo spazio digitale tangente…
arte
Apocalittico è il tramonto nella grande sala: luce, spazio ed esperienza nelle opere di Olafur Eliasson
In una delle sue numerose interviste, l’autore narra della sua trepidazione prima dell’attesa apertura dell’opera senza precedenti The Weather Project. L’anno era il 2003 ed il luogo, la Sala Turbine del Tate Modern di Londra, ex centrale elettrica trasformata soltanto tre anni prima nel più vasto museo di arte contemporanea al mondo. Vera e propria cattedrale oscura, lunga oltre i due terzi 200 dei metri occupati dal vecchio edificio di mattoni, dove per la prima volta e grazie il suo intervento, di lì a poco sarebbe giunta l’alba. Di un tipo totalmente artificiale, s’intende. Ecco allora duecento lampade monocromatiche, di una tonalità tendente al giallo arancio, disposte a semicerchio col segmento superiore corrispondente al soffitto dell’altezza di 35 metri. Ricoperto, per tale occasione, da un sofisticato specchio di alluminio dalla superficie di 4.000 metri quadri, capace di raddoppiare quello spazio e al tempo stesso la lucente geometria installata nel suo cavernoso interno. Ma non prima che una serie di umidificatori lo colmassero di una lieve nebbia creata grazie un misto di zucchero ed acqua, così da incrementare un senso persistente di smarrimento. “In quel momento, invidiai i pittori che potevano tenere i propri quadri appesi in casa per settimane o anni, prima di trovarsi ad appenderli ad un museo. Era per lui del tutto impossibile sapere come il pubblico avrebbe reagito a The Weather Project. Uno stato d’animo del tutto comprensibile, persino in un artista con dieci anni di esperienza dal primo pezzo in grado di concedergli fama internazionale, la cascata artificiale generatrice di arcobaleni, Beauty (1993).
Lui che della creazione di situazioni surreali ed esperienze memorabili in spazi definiti aveva fatto il punto cardine del suo progetto, uno strumento per articolare e rendere palese una visione del tutto coerente della vita umana e il nostro posto nell’inconoscibile vastità dell’Universo. Tramite l’impiego, attentamente calibrato, di quel mondo naturale che culturalmente siamo inclini a custodire, pur dimenticandoci fin troppo spesso della sua notevole fragilità latente. Così volendo disegnare un asse logico tra quel momento ed oggi, ritroviamo Olafur Eliasson alla fine di settembre 2025 a colloquio con Papa Leone XIV, avendogli portato un blocco di ghiaccio proveniente dal fiordo groenlandese di Nuup Kangerlua, destinato a sciogliersi dopo 20.000 anni nel clima del temperato inverno europeo. Gesto facente parte della serie The Ice Watch, realizzata in collaborazione col geologo Minik Rosing a partire dal 2014, forse la più conforme nella sua vasta produzione al concetto accademico di Land Art, sebbene consistente nel trasferimento artificiale e del tutto logistico delle terre congelate in contesti concettualmente più familiari. Come le strade di Copenaghen (2014) o una piazza di Parigi (2015). Nella speranza oggettivamente coerente e così fondamentale nelle condizioni odierne ed il futuro prossimo del nostro mondo, di riuscire a sensibilizzare l’opinione condivisa nei confronti di qualcosa che istintivamente siamo inclini a riconoscere come del tutto familiare: la lancetta che imperterrita continua ad avanzare, verso il rintocco finale dell’ora della nostra collettiva condanna finale…
Le scenografie botaniche di Clare Celeste, foreste ritagliate tra memoria e immaginazione
Pagine come portali e copertine a mo’ di soglie, successivi tunnel che conducono verso i distretti obliqui di uno strano mondo alternativo. C’è chi usa i libri come confidenti ed altri che li aprono, aspettandosi di esseri portati alla deriva dietro i limiti del mero mondo delle cose. In regni inconcepibili. Eppur tangibili, attraverso l’arto proiettato innanzi dai pensieri delle persone. Questo è il senso che si prova entrando nello spazio variopinto di un’esposizione appartenente a quest’artista, colei che prende il mondo dell’illustrazione e lo trasforma, tramite un processo fortemente personale, in un’ambiente architettonico del tutto tridimensionale. Un processo che comincia dal collezionismo delle immagini, intese come ritagli di giornali, testi didattici, poster provenienti da negozi o grandi magazzini. Finché i trascorsi metodi si evolvono all’esplorazione dell’approccio digitalizzato oltre l’anno duemila; superato l’analogico, facendo il proprio ingresso nello spazio puramente digitale. Ed è forse proprio allora, che lo stile artistico e il messaggio programmatico di Clare Celeste Börsch raggiunge il suo pieno ed effettivo potenziale. Di esposizioni come quelle messe in mostra per il Museo di Storia Naturale di New York, o l’Art Basel di Miami in collaborazione con Cartier, in cui la storia dell’illustrazione si dipana come fronde che circondano una stretta via maestra. Da cui il visitatore viene invitato a meditare sul significato della bellezza e il conseguente sito, estremamente ristretto, dove alberga il proprio spazio definito al centro dello scibile e dell’Esistenza che non può conoscere la stasi. Piante tropicali, alberi dal tronco e sovrapposte ramificazioni, sagome riconoscibili o meno palesi di uccelli, felini, piccoli mammiferi e guardinghi roditori. Questi i personaggi persistenti nelle sagome di un metaforico mosaico, frutto delle mani esperte di chi può disporre di un piano preciso e negli ultimi tempi, confidare nell’aiuto di una squadra d’assistenti. Giacché continuano a ingrandirsi nel volume e l’ambizione le sue “stanze” o avvolgenti pareti, ormai ben più che semplici percorsi tematici. Bensì variopinte cittadelle, che trascendono i comuni limiti spaziali di una tipica opera d’arte.
Tutto ebbe inizio o almeno così lei racconta, quando in età scolastica l’autrice si trovò alle prese con un compito mirato a rappresentare un qualche tipo di soggetto figurativo. Così affrontato, in parallelo, con il tratto della penna e linee intersecantisi, mentre in seconda battuta andava incontro alla tipica tecnica del collage. Finché tagliando ed incollando, la futura mano di questa creativa di fama internazionale non avrebbe trovato in quel processo l’effettivo tramite per dare luce all’inesplorato territorio della sua immaginazione. Senza dimenticare l’esigenza di comunicare, a un pubblico adeguato, quel messaggio fortemente sentito che potremmo definire uno dei temi più importanti della nostra epoca a vantaggio delle prossime generazioni…
Lo spirito della foresta che sorge dal passaggio della sega elettrica sui tavoli scolpiti di Scott Dow
Alle prese con un pranzo in una casa di prestigio, si può essere talvolta sottoposti a soggezione per l’impressionante assenza di un tema comune nello schema dell’arredamento, ed il prezioso novero di oggetti appesi alle pareti. Dipinti, oggetti d’arte, collezioni sovrapposte dietro e sopra le comuni suppellettili che incombono da ogni angolo delle gremite stanze. Così come i soprammobili dalle svariate forme, l’uno accanto all’altro, suscitano nell’immaginazione immagini di un tempo avulso e luoghi geograficamente lontani. Allorché soltanto il tavolo dove si svolge il pratico momento conviviale, nel rassicurante palesarsi della prassi gastronomica già nota, può sembrare il punto dove concentrare il proprio senso di pacifica esistenza, la quieta, sistematica latenza dei momenti elettivi. Almeno che volgendo gli occhi parzialmente stanchi, pericolo nella palude pre-esistente! Da esso non emerga il predatore di paludi senza nome. L’oscuro e ruvido tra i coccodrilli, amato ma nemico, alligatore. Non esattamente un centrotavola. E nemmeno una scultura fatta con il ghiaccio, del tipo che figura certe volte nei galà di fine anno dei paesi dalla latitudine che supera il 66° dei paralleli terrestri. Bensì un figlio di quegli stessi Stati Uniti del remoto meridione, caldi, umidi e coperti di paludi, dove la natura l’ha creato in forza dell’evoluzione. Affinché l’artista della temperata ed intermedia Pennsylvania, Scott Dow, potesse riprodurlo grazie al tocco rapido della sua mano. E il cacofonico strumento, che altri tipi di figure impiegano per far cadere i tronchi di catalpa che si affollano remoti. Là in fondo tra le ombre, dove fronde altere sorgono a filtrare la distante luce che si estende quotidianamente a mezzogiorno.
È un’opera davvero singolare, questa, del tipo capace di assurgere alle glorie incontrastate dei video virali su Internet, grazie all’iniziativa social della figlia del suo creatore, amministratrice improvvisata di una pagina Instagram tra le migliaia di avvincenti alternative. Del tutto capace di emergere, d’altronde, fino ai 500.000 follower contati al momento, poiché ben pochi sanno impiegare legno e sega elettrica con perizia e abilità paragonabili a costui, per non parlare della stima ed attenzione dimostrata nei confronti di alcune tra le meraviglie viventi che costituiscono il variegato ecosistema nordamericano. E non solo. Di cui questo rettile degli acquitrini, portato a emergere direttamente dalla trama longilinea di quel tronco levigato, non è che il primo è più famoso dei capitoli, all’interno di un percorso decennale che può definirsi al tempo stesso un punto di partenza ed un approdo. Giacché nulla, delle vie tentate in precedenza, può effettivamente dirsi parimenti meritevole di ritrovarsi al centro di una produzione tanto eccezionale…



