Fiori che si specchiano nel lago di Wujin: tra petali d’acciaio, l’identità di un centro urbano in divenire

La costruzione iterativa di ulteriori strati cittadini, l’uno successivo all’altro, verso una concentrica spirale di avvicendamenti, porta il metodo urbanistico dei tempi odierni ad una tipica visione del contesto: soverchianti parallelepipedi, ordinatamente disposti, totalmente indifferenti alle caratteristiche capaci di rendere unico un luogo, per non parlare dei suoi abitanti. Così in Cina come altrove, ovvero in ogni luogo dedito all’investimento nella costruzione di ulteriori agglomerati abitativi, interi quartieri diventano dei monumenti alla presciente banalizzazione, conforme all’utilitarismo dei modelli architettonici del cosiddetto Stile Internazionale, forse maggiormente caratterizzato dall’assenza pressoché totale di elementi universali a cui fare riferimento. Palazzi abnormi, in concentrazioni anonime, che con il calo demografico tendono a restare dolorosamente inutilizzate. Come salvare, dunque, l’un tempo gremita piana alluvionale della provincia del Jiangsu? Poco fuori l’antica capitale Yanling del regno di Wu, in seguito ribattezzata Changzhou, la cui periferia sul lato est costituiva uno storico villaggio di pescatori, oggi noto come il quartiere di Wulin. Già ospite di una soluzione urbanistica piuttosto atipica, considerata l’installazione di un edificio di rappresentanza governativa non presso le rive, bensì sotto le acque stesse di un bacino artificiale dell’ampiezza quasi tre chilometri quadrati. Due piani interrati accessibili mediante un tunnel, fino ad un paio di piani illuminati da un singolo, massiccio lucernario corrispondente al pelo della superficie. Ancorché in un mondo in cui la gente non conduce passeggiate sotto le acque, peculiarità di tale foggia non compaiono tipicamente in una lunga serie di fotografie. Da qui l’intento risalente al primo terzo degli anni 2010, da parte dell’amministrazione locale nel convocare uno studio di larga fama, al fine di far crescere l’idea di un punto di riferimento presso tali coordinate pre-esistenti. Tramite un processo meramente tecnologico, che tuttavia sembra riprendere un approccio naturale: quello della crescita ed il successivo sboccio della pianta del genere Nelumbo, altrimenti detto il loto di lago e di fiume. Ipertroficamente trasferito a un diametro rispettivo 43, 60 e 40 metri, essendo stato replicato in tre versioni l’una di fianco all’altra: passato, presente e futuro. Grazie ad un progetto nato dalle menti chiaramente non derivative dello studio australiano 505, oggi confluito nella più grande organizzazione multinazionale dello Himmelzimmer. Giungendo a costituire, in tal senso, uno dei loro ultimi e più caratteristici capolavori…

Leggi tutto

Shipai, alveare urbano ai margini della maggiore megalopoli della Cina meridionale

L’aspetto principale da considerare in merito allo stereotipo immaginifico dell’agglomerato abitativo futuribile, così strettamente associato all’iconografia del sotto-genere fantascientifico e distopico del cyberpunk, è la maniera in cui esso deriva in modo indiretto da un preciso attimo nel corso della storia, effettivamente sopraggiunto e già da lungo tempo trascorso nei suoi luoghi d’origine. Nel parlò candidamente William Gibson, stabilendo i canoni di quello che sarebbe diventato, nel suo ambito di pertinenza, uno stilema irrinunciabile dei suoi molti discepoli ed imitatori. Eppure la “città murata”, così come viene chiamata per analogia con l’insediamento post-socialista, post-nazionalista di Kowloon subito fuori i confini hongkongesi, ha per la mentalità di molti luoghi d’Asia un suo gusto vagamente nostalgico centrato in quella fine anni ’80, in cui opere come Neuromante e Count Zero venivano per l’appunto pubblicate in Occidente. E poco prima che, tra il 1993 e ’94, tale impressionante, totalmente abusiva concentrazione d’edifici venisse sottoposta alla demolizione imposta dalle autorità di Stato. Lasciando il posto a più canonici e prestigiosi grattacieli, babelismi la cui pendente incombenza non spostava di suo conto in secondo piano alcune caratteristiche tipiche dello stile abitativo cinese. Tra cui la propensione a vivere in spazi ristretti e claustrofobici, dove il concetto di spazio vitale è fortemente fluido e di per se subordinato a una tendenza tipica di tale cultura: effettuare le proprie esperienze di vita sociale non tra quattro mura, bensì in strada, tra la gente, nei luoghi di raccolta e condivisione culturale. Non tutti, d’altro canto, potevano permettersi di vivere all’interno dei gremiti appartamenti tra le nubi, il che ha donato ad un particolare aspetto dell’urbanistica locale un ruolo fondamentale nella stratificazione ed adozione sistematica degli ambienti abitativi a disposizione. Sto parlando dei cosiddetti chéngzhōngcūn (城中村) o “villaggi urbani” ambienti ove persiste al giorno d’oggi, con modalità e crismi esistenziali differenti, l’iconica visione del iper-conglomerato a strati sovrapposti. Con letterali centinaia di esempi per ciascun centro metropolitano sopra il milione di abitanti, tra cui oltre 250 nella sola Dongguan e la cifra record di 867 nella capitale, Pechino. Ma forse gli esempi prototipici, più frequentemente visitati e noto ai turisti, si trovano concentrati proprio in quell’ambiente meridionale in cui sorgevano i palazzi accatastati di Kowloon, nella complessa megalopoli giunta a sussistere presso la baia di Guangdong, entro cui si trova a stretto contatto con gli altri il centro cittadino di Guangzhou, agglomerato dalla lunga storia imperiale. E più volte incline ad espandersi nei suoi trascorsi, fino ad inglobare gradualmente i piccoli comuni delle campagne antistanti. Così da creare l’agile dualismo, destinato di suo conto a preservare l’esistenza di qualcosa che il resto del mondo può dire veramente di conoscere soltanto grazie all’opera di alcuni scaltri divulgatori. Poiché profondamente ed intrinsecamente, più di ogni possibile arbitraria connotazione, Cinese…

Leggi tutto