Dalle alghe derelitte, dai legni abbandonati, sorgono le sentinelle che l’artista invoca nella palude

Uno dei motivi per non avventurarsi di notte nella Riserva Naturale de Séné, presso il golfo di Morbihan in Bretagna, è che le alghe non dimenticano e in certe condizioni assai particolari, potrebbe capitare d’incontrare la loro personificazione antropomorfa, con gambe, braccia e un volto accusatore nei confronti di colui o coloro che vorrebbero semplicemente metabolizzarne la presenza. E non c’è nulla di mostruoso in tutto questo, per lo meno dichiaratamente, sebbene ancora oggi chi cataloga ed espone le fotografie di un tempo, sia spesso al centro di una serie di commenti dov’è l’inquietudine è il più significativo sentimento. Sarà per l’indiretta associazione con la Creatura della Laguna Nera, sarà perché la comunione tra le piante e il corpo umano avviene in genere soltanto dopo che quest’ultimo, per cause assai variabili, è ormai del tutto transitato a miglior vita. Ma fermarsi per comprendere che cosa tale condizioni implichi, l’aspetto convergente dei fattori di contesto, significa per una volta ribaltare i crismi di una simile vicenda. Capendo chi siano stati gli Homo Algus e cosa, esattamente, volessero servire a comunicarci.
Otto esseri adiacenti, pietrificati manichini dalla sagoma irreale, posti a rispecchiarsi nella piatta superficie acquitrinosa. Di cui due più antichi, già invecchiati all’apice di questa mostra, permettevano d’intuire l’effettiva ragion d’essere della congrega. Nata per l’effetto di una rapida intuizione, avuta a quanto sembra dall’autrice Sophie Prestigiacomo mentre maneggiava alcune alghe nelle proprie esplorazioni fuori dai sentieri più battuti. Là nel mondo della terra oriunda, dove il piccolo può riferirsi al grande e la consistenza di quei gambi e foglie ricordare, in qualche modo meno che evidente, la morbida cedevolezza della pelle umana. E se… Davvero avessero la stessa forma delle sincretistiche evidenze? Se quello che respira, ritornasse in questa guisa, d’individuo naturale in essere, persona nelle forme e al tempo stesso, forza fin troppo tangibile della Natura stessa? Una linea di ragionamento, questa, già studiata nelle opere di quest’artista, spesso create in collaborazione con il suo compagno di vita e collega Régis Poisson, miranti a porre in evidenza una delle più importanti questioni dei nostri tempi: il difficile rapporto tra una coscienza ecologica e il bisogno di anteporre i rapidi guadagni della società vigente. Capitalismo che permette di raggiungere una meta, pur mangiando e divorando le risorse planetarie immanenti: da cui il finanziamento, in parte reperito online, in parte da una serie d’imprenditori locali, finalizzato ad ottenere l’autorizzazione e i materiali necessari a costruire le sei statue restanti (intelaiature di metallo incluse). Era l’ormai remoto 2016, dunque, quando l’opera disposta lungo il percorso della riserva raggiunse l’apice della propria effimera realizzazione. Destinata, come nell’idea di chi l’aveva posta in essere, a degradarsi e ritornare gradualmente al regno della non-esistenza. Fisica ma non mnemonica, a giudicare dalla frequenza con cui testimonianze digitalizzate tendono a spuntare su Internet a 10 anni di distanza. Sebbene pochi, successivamente, sembrino trovare l’interesse di scoprire chi fossero gli autori, e cosa abbiano costruito in tempi più recenti…

Carente anche la trattazione di testate specialistiche, probabilmente a causa dell’assenza di mostre formali o contributi al mondo accademico dell’arte istituzionalizzata. Questo perché Prestigiacomo e Poisson, indiscussi praticanti della corrente contemporanea della Land Art, sono soliti associare le proprie sculture ed altre opere a siti atipici che con la propria inconfondibile atmosfera possano finire, inevitabilmente, per costituirne una parte determinante. Il tutto al fine di elevare un valido messaggio fondamentale, riassunto nella citazione di Victor Hugo talvolta utilizzata come dichiarazioni d’intenti: “La nature nous parle mais nous ne l’écoutons pas”- La natura ci parla, ma noi non l’ascoltiamo. Ragione estremamente valida, dal punto di vista di costoro, per fornirgli una voce più forte. Quella calibrata e ottimizzata sulla base del sentire umano. Ricorrente, in tal senso, la figura stilizzata di creature bipedi, fin dall’opera del 2014 – “Un riposo ben meritato” in cui piedi, con tanto di scarpe, venivano posizionati in corrispondenza delle radici di alcuni alberi all’interno del parco divertimenti Futuroscope, a nord di Poitiers. Per poi tornare alla figura intera dal messaggio più inquietante nella sagoma spinosa di Antropocene, chimerico assemblaggio umanoide in legno di prugnolo selvatico pensato per simboleggiare “l’ombra minacciosa” che gettiamo sul futuro del nostro azzurro pianeta. Ed è tra immagini più astratte o referenziali, come la Nassa del drago (2019) trappola per rospi-coccodrillo situata presso il Lac au Duc, con riferimento alla leggenda di Sant’Armel e il guivre (mostro) da egli addomesticato o più recenti Écoute (Ascolta) corni acustici o trombe di grammofono disposti nel 2021 negli Etangs d’Art di La Bouexière, che gli uomini della palude tornano di nuovo a palesarsi. In un’opera dal tono e dall’aspetto più rassicurante realizzata quello stesso anno per la mostra annuale dei Jardin des Arts a Châteaubourg, in Bretagna. Intitolata “Acqua, fonte di vita” e consistente di diverse figure in legno di salice intrecciato, come nell’antica arte locale della della vannerie (cesteria tradizionale) e posizionate per emergere dallo spazio lacustre, intrecciate con piante vive e dunque soggette al progressivo deperimento, in maniera del tutto conforme ai beneamati Hominēs Algi. Ma forse il filone maggiormente sorprendente del sentire della coppia d’artisti si profila nella loro serie di creature ingigantite fatte con lo stesso processo, dalle Chimere del Parc de l’Estuaire a Saint-Georges-de-Didonne, con coleotteri, zanzare fantastiche e bozzoli di lepidotteri mai visti prima al superbo Dolomede, ragno d’acqua delle paludi datato al 2022, alto due metri e mezzo e largo sette dai molti occhi intenti a scrutare attentamente la linea dell’orizzonte. Creatura incline a suscitare quel senso di stupore e meraviglia che dovrebbe, in linea di principio, essere la ragione stessa dell’esistenza delle creature fantastiche, e i luoghi irripetibili dove spostarsi per riuscire a trovarle.

Il tema dell’ecologia, una delle questioni fondamentali della nostra epoca, è spesso al centro della dichiarazione d’intenti dei praticanti della Land Art in quanto tale, una forma d’espressione artistica che necessita effettivamente di quel Mondo, tanto spesso spostato ai margini della nostra ostinata indifferenza. Porre al centro del discorso la vigente possibilità che forze senza volto si materializzino, parlando e camminando in mezzo ai membri della società indolente, può sembrare quindi un punto di passaggio esistenziale e metaforico, perfettamente funzionale a riportarci sulla pagina appropriata.
Forse proprio per questo, tanti temono la forma diventata iconica degli ieratici Hominēs Algi. Rappresentazione delle persone come dovrebbero essere alla fine: parte inscindibile di quel meccanismo privo di alcun riposo. Che ogni giorno crea da ciò che viene annichilito. E tenta di distruggere, onde metabolizzare, qualsiasi cosa che sia stata precedentemente edificata.

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