Archeologo dimostra l’efficacia dei misteriosi dardi fiammeggianti della nave di Enrico VIII

La prova che non servono un cappello Stetson e giacca di pelle per vivere fantastiche avventure alla ricerca della verità può essere individuata grazie all’opera profondamente costruttiva di coloro che, vivendo intensamente la vicenda storica, non si accontentano di leggerne i pregressi meccanismi tramite il nutrito repertorio delle testimonianze occorse. Ma ponendo in comunione il proprio approccio documentaristico, con l’attività diretta di mani e strumenti lungamente collaudati attribuiscono un peso tangibile ai reperti o salienti manufatti, già compromessi dal trascorrere dei secoli che appesantiscono le spalle di noi moderni. Un mestiere che può dare notevoli soddisfazioni, a chi lo pratica e a coloro che volessero riuscire a trarne un beneficio, soprattutto lungo il corso di quest’epoca profondamente digitalizzata, in cui l’opera dei singoli può facilmente diventare l’esperienza di migliaia di persone al minuto. Come i follower senz’altro meritati di Tod Todeschini del canale YouTube Tod’s Workshop, un rutilante e spesso imprevedibile susseguirsi di efficaci tentativi di attualizzare l’antichità, per il tramite di quello che più di ogni altra cosa riesce ad attirare l’attenzione delle moltitudini: fuoco, fiamme e traiettorie attentamente calibrate. Del trabucco e della catapulta e innumerevoli altri implementi, come quello al centro del suo ultimo successo, convergenza di molti articoli e trattazioni social nel corso dell’ultima settimana. La fedele interpretazione, ed ancor più plausibile dimostrazione, di quella che costituisce sotto molti aspetti una questione lungamente irrisolta nella vicenda dei conflitti marittimi affrontati dall’Inghilterra. Quella relativa all’utilizzo di una delle armi rinvenute a partire dal 1967 nel relitto vecchio di 422 anni della celebre caracca cannoniera dei Tudor, la Mary Rose. Vascello di 40 metri di lunghezza creato con l’obiettivo di difendere le coste dagli assalti dei Francesi, che puntualmente si sarebbero verificati negli anni a seguire. Con le proprie 91 formidabili bocche da fuoco, nonché una dotazione all’equipaggio inclusiva dei ritrovati 172 archi lunghi, 105 ronconi, 20 picche, 65 pugnali caratteristici, armature in cotta di maglia, spade, alabarde e… Tre oggetti misteriosi in quel contesto prossimo al disfacimento negli abissi dello stretto di Solent, a settentrione dell’isola di Wight. Simili a lance di quercia dalla punta appesantita, o per meglio dire, quadrelli di balestra sovradimensionati. Il cui scopo principale era quello di ardere a temperature straordinariamente elevate, aggredendo la struttura lignea del nemico e avvelenando l’equipaggio tramite le proprie esalazioni lesive. Strumenti il cui effettivo impiego ha suscitato più di un dubbio tra gli esperti in materia, in merito all’approccio utilizzato all’epoca per trarne il più efficace vantaggio tattico. Ben venga dunque il tentativo tanto approfondito, e per sua natura stessa accattivante, di colui che ne ha ricostruito l’efficacia combattiva inerente…

La Mary Rose affondò notoriamente nel corso della battaglia del Solent del 19 luglio del 1545, mentre manovrava coi portelli dei cannoni aperti nel vano tentativo di bersagliare l’agile galea francese Henry Grace à Dieu, sotto lo sguardo del suo stesso committente ed orgoglioso possessore re Enrico VIII d’Inghilterra, dalla cima del castello antistante di Southsea. Nel tentativo d’impiegare una tattica, il bombardamento d’artiglieria senza l’appoggio di una formazione di vascelli a supporto, che semplicemente all’epoca non aveva ancora raggiunto la maturità. Ragion per cui, probabilmente, nel corso dei 34 lunghi anni di carriera e le tre guerre combattute fino a quel momento era stata dotata di tutto il necessario per sfruttare e contrastare il principale metodo delle vittorie navali in epoca medievale, l’arrembaggio diretto. Ottica nella quale i dardi in questione, certamente caricati a bordo all’epoca in svariate dozzine di esemplari pronti all’uso, avrebbero potuto trovare l’utilizzo come arma definitiva capace di disabilitare e annichilire l’equipaggio nemico. Basti osservare, a tal proposito, i primissimi minuti del video di Tod’s Workshop, durante cui ammettendo di non poter conoscere l’esatta ricetta utilizzata effettivamente per la miscela combustibile di queste armi, l’autore impiega quella che parrebbe essere della pece fusa ricoperta da un telo, ricordandoci come a quei tempi sarebbe stata ulteriormente arricchita con copiose quantità di arsenico e canfora, per accrescere la virulenza delle fiamme e al tempo stesso la loro micidiale tossicità. Per poi proseguire all’autorevole cospetto della ricercatrice del Mary Rose Museum, Alex Hildred, nel testare diversi possibili scenari d’utilizzo di un così ponderoso quanto poco maneggevole implemento. Dopo una prima accensione di prova del prototipo della lunghezza di due metri circa, Tod impugna dunque un secondo esemplare, al fine di lanciarlo da un’altezza paragonabile a quella della coffa degli alberi della caracca o i suoi alti castelli di prua e poppa, purtroppo mai ritrovati. Così salendo su un carrello elevatore, prova prima ad impugnare l’asta con una mano, ipotesi non praticabile dato il peso troppo elevato. Quindi accendendola e scagliandola con entrambe le braccia, riesce a proiettarla a una distanza di 18 metri, giudicata sufficiente ad appiccare il fuoco alla gremita tolda del bersaglio antistante. In un secondo test, egli verifica piuttosto la praticabilità di un’altra ipotesi esistente, relativa al fatto che i dardi potessero venire scagliati all’epoca da una sorta di cannone apposito trovato nel relitto, la cui usabilità con quantità di polvere convenzionale sarebbe risultata impossibile o pericolosa, date alcune imprecisioni nella fusione. Ciò attraverso l’utilizzo di almeno un paio di giavellotti costruiti in scala 1:3 ed un potente lanciatore ad aria compressa, che nei fatti odierni necessita anch’esso l’impiego di una forza ridotta, pena l’immediato disfacimento del proiettile incendiario. Ottenuti, ancora una volta, risultati del tutto soddisfacenti, Tom ed Hildred passano al terzo ed ultimo esperimento, quello atto a dimostrare la maniera in cui la punta di queste aste avrebbe teso ad impigliarsi nelle reti difensive poste diagonalmente sulle murate delle caracche o altre grandi navi coéve, al fine d’impedire l’utilizzo dei rampini da abbordaggio. Scudi trasformati, in quel frangente, in vulnerabilità ulteriore del bersaglio all’uso dei dardi incendiari, data la loro propensione intrinseca a farli restare impigliati, spendendo conseguentemente tutto il combustibile in posizione tale da distruggere completamente il malcapitato obiettivo.

Conclusioni complessivamente utili dunque, per quello che risulta essere ben più che un semplice episodio di MythBusters a tema storico, bensì l’effettiva applicazione di nozioni esperte e comprovate nell’attualizzare e meglio comprendere i processi che portavano alla vittoria, o sconfitta degli eserciti nelle battaglie fondative dei nostri trascorsi. Le quali aprono a ulteriori spunti d’analisi per un capitolo letteralmente sconosciuto dei conflitti navali del XVI secolo, relativo all’utilizzo di armi incendiarie potenzialmente analoghe, e non meno distruttive rispetto al fuoco greco dei Bizantini. O per usare un termine di paragone più vicino nel tempo, la freccia infuocata cinese huǒjiàn (火箭) utilizzata a partire dal IX secolo o ancora il proiettile sparato da un cannone portatile giapponese, il bō hiya (棒火矢) che di suo conto conosciamo molto bene, grazie all’estensiva letteratura risalente alla stessa epoca della Mary Rose. Laddove tali approcci al conflitto armato, possibilmente, venivano considerati disonorevoli e per questo indegni di trattazione in terra d’Occidente… Lasciandoci soltanto l’opera di sperimentatori come Tod, per provare il più possibile a comprenderne le atroci implicazioni inerenti.

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