Eltz, la rocca grigia sopra il colle appartenuto ad una singola famiglia per 35 generazioni

Per secoli le tre casate dei Büffelhörnern (Corna di Bufalo) dei goldenen Löwen (Leoni d’oro) e silbernen Löwen (Leoni d’argento) si sfidarono nella costruzione del più forte, nobile e splendente castello. Ampliando progressivamente le ali della propria avita dimora, costruendo alte torri, perfette merlature, geometrie concepite per creare la perplessità tra le schiere in armi dei nemici maggiormente agguerriti. I loro cortili profondi come valli nel paesaggio, racchiusi tra edifici dall’intelaiatura rossa in grado di compenetrarsi e lasciar penetrare strali confluenti nella forma sostanziale di traslucidi ed inconoscibili fantasmi. Ciascuno dei costrutti caratterizzato da un particolare modo di cercare soluzioni, avvicendare i pratici risvolti, Romanico o Gotico, fino all’eclettismo del Rinascimento, così da mettere in rilievo un differente tipo di decorazioni in grado di massimizzare la visibilità dei propri stemmi sopra barbacani, masti e beccatelli. Ciò che forse non sarà scontato, in quanto certamente raro fuori da quel particolare ambito geografico e contesto culturale pregresso, è la maniera in cui essi convivessero cionondimeno all’interno di un singolo, tentacolare castello. Ganerbenburg: la condivisione tra i diversi rami di una discendenza. Capace di proteggere in maniera collaborativa gli stessi interessi territoriali, competenze feudali e sudditanza dei vassalli sottoposti ad un’autorità destinata a durare più di otto secoli. Quella che fu situata al culmine, almeno a partire dall’anno mille, del passaggio del fiume Moselle tra Koblenz e Trier, nella Renania-Palatinato della Germania occidentale. Un luogo di foreste e corsi d’acqua, impraticabili montagne e luoghi fuori dai sentieri più battuti, comunque utili a costituire l’invincibile scudo di un territorio strettamente interconnesso, fin dai tempi più remoti, all’esercizio del potere umano. Fin da quando successivamente alla conquista da parte dei Franchi, questa particolare zona sullo zoccolo sopraelevato venne data in amministrazione a Luigi il Pio, signore sotto l’egida di Carlo Magno, che ivi edificò un’ampia magione patronale dalle palizzate collocate strategicamente. Sarebbe occorsa tuttavia una significativa progressione degli eventi, affinché tale struttura potesse fregiarsi a pieno titolo del nome di un vero e proprio castello. Quando l’intera regione dell’Eifel, ormai da tempo controllata dal Sacro Romano Impero, rientrò formalmente in un censo dei possedimenti di Federico Barbarossa, stilato nel 1157. Ed è assolutamente incredibile pensare come, dopo tutti questi anni, l’edificio principale si sarebbe unicamente arricchito di ulteriori ali e protrusioni addizionali, senza mai vedere demolita o abbandonata alcuna delle proprie plurime, labirintiche ed immense sale…

Il castello di Eltz, uno dei più celebri ed intatti dell’intero Medioevo europeo, vanta infatti quella caratteristica particolarmente desiderabile di non essere mai stato alla mercé di un’armata nemica. Ma anche quella, assai più rara, di aver mantenuto la propria condizione di unicità tra i beni di una lunga e ininterrotta discendenza, che grazie all’ampia quantità di membri non avrebbe mai dovuto accantonare, per quanto a malincuore, la conservazione di quel simbolo dai significativi costi di manutenzione e mantenimento. Uno stato di grazia che d’altronde non significa, nei lunghi anni di una tale perla, che la rocca e conseguente cittadella non fu mai impiegata per il proprio ruolo principale, di difendersi contro le armate fermamente intente a cancellare i proprietari dall’elenco dei propri avversari politici o militari. Momento destinato a palesarsi, così come ci narrano le cronache, nel 1331 d.C. quando l’influente arcivescovo di Trier, Baldovino di Lussemburgo, entrò in conflitto con i cosiddetti liberi cavalieri imperiali, un gruppo di signori inclini a contrastare il suo sistema di attribuzione delle leve e divisioni territoriali. Da cui nacque un confronto in armi che coinvolse i feudi di Schöneck, Ehrenburg e Waldeck, nonché gli stessi Eltz, riconosciuti secondo alcuni come i capi della rivolta in forza dei numerosi interessi economici tra i territori dell’Europa Centrale. Il che avrebbe portato lo stesso Baldovino, in quell’anno fatidico, ad assediar l’eponimo castello, obiettivo certamente non facile perseguito tramite la costruzione di un Trutzburg o “castello temporaneo” sopra uno sperone di roccia antistante, dalla cui posizione sopraelevata, provvide a bombardare l’alta rocca per un lungo periodo di ben due anni. Con grandi catapulte e i rudimentali cannoni noti come pot-de-fer, che tuttavia fallirono nel causare significativi alle potenti mura dei dominatori locali. ciò almeno finché nel 1336, volendo porre fine a questa faida dai costi notevoli e pochi obiettivi chiari, i cavalieri liberi non decisero di arrendersi all’arcivescovo, che tuttavia si dimostrò magnanimo nel momento del suo trionfo. Riservando, nonostante tutto, la carica di margravio al rivale Johann di Eltz, che avrebbe mantenuto la capacità di dare il castello in gestione ai propri successivi eredi. Così come nel proseguire dei secoli, ciò avvenne senza falla, consentendo ad ogni singola generazione di contribuire all’ormai straordinaria immensità del complesso. Passando per la grande Rodendorf, dimora di 10 piani aggiunta da Philipp zu Eltz attorno al 1470, fornita di una sala di rappresentanza tra le più capienti dell’epoca medievale, possibilmente ricavata da una cappella. Nonché la casa di Rübenach, anch’essa in stile tardo Gotico del 1472, con stanze da letto e saloni dalle caratteristiche pareti decorate in modo estensivo. All’inizio del XVII secolo, il castello vantava inoltre una caratteristica notevole: camini funzionanti per ciascun ambiente, concedendo la possibilità di riscaldare l’interezza della propria notevole estensione, contrariamente alla normalità del tempo, che prevedeva simili premure unicamente per gli spazi di maggior rilievo. Pochi, d’altronde, potevano rivaleggiare con l’opulenza di questa famiglia, arricchitasi durante le molteplici campagne militari degli Asburgo attorno ed oltre i limiti dei confini dell’Impero Ottomano.

La maestosa meraviglia fu dunque salvaguardato dalla sistematica devastazione dei castelli del Reno durante la guerra del Palatinato del 1689 proprio grazie a una fortuita posizione occupata all’epoca dal suo guardiano, Hans Anton zu Eltz-Üttingen, in qualità di ufficiale di rango dell’Esercito Reale di Luigi XIV, così da ottenere il diritto alla salvaguardia dei propri possedimenti ereditari, a patto naturalmente che li lasciasse sotto l’amministrazione francese. Sarebbe stato proprio il conseguente ramo della sua famiglia, quasi 200 anni dopo, a ritornare nella Renania-Palatinato riscattando nuovamente l’ancestrale proprietà degli Eltz, ponendo le basi del successivo restauro, straordinariamente estensivo, condotto tra il 1845 ed ’88 dal Conte Karl zu Eltz. Inizio di una serie di opere che in via sostanziale non sarebbero cessate fino ad oggi, con copiosi investimenti nel corso delle decadi, oggi responsabili della continuativa esistenza di un sito senza dubbio iconico nella pur ampia collezione dei beni culturali della Germania. Ancora attribuito all’esclusiva e autonoma gestione di una tale discendenza multiforme, in grado di respingere ogni offerta di subentro da parte dello stato, associazioni culturali o fondi pubblici d’investimento. Una dimostrazione senza dubbio pratica, e difficile da accantonare, di quanto l’antico sistema dei possedimenti nobiliari possa, in condizioni ideali, contribuire al mantenimento dell’identità culturale di una regione. A patto, s’intende, che gli astri si trovino in allineamento. Ed i cannoni più potenti vengano, per una ragione o per l’altra, rivolti altrove. Giacché può giungere a causare danni ancor più imprescindibili, la forza dell’indifferenza delle moltitudini. Assieme a coloro che ne dominano e indirizzano, con intenti non sempre vantaggiosi, le negligenti scale dei valori.

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