Il volo sacro dei Totonachi, rituale millenario capovolto tra il cielo e la terra

In principio, vigeva l’indeterminatezza. Condizionato dalla situazione meteorologica che non poteva controllare, né realmente prevedere, l’agricoltore dei territori mesoamericani non poteva fare altro che subire i problematici risvolti di un ambiente totalmente disinteressato ai fondamentali bisogni della collettività umana. Così le grandi piogge, le inondazioni, le devastazioni dovute a sciami periodici di cavallette e i lunghi periodi di siccità venivano accettati come un semplice fattore imprescindibile dell’esistenza, non importa quale costo avessero in termini di vite dipendenti dai prodotti della terra per il proprio effettivo sostentamento. Ciò almeno finché in un giorno ormai nascosto dalle nebbie del tempo, non iniziò a venire praticato il culto religioso di un dio particolare: Tláloc capace di apparire a guisa di giaguaro, farfalla o serpente. Ma sempre ornato dai lunghi artigli e lingua biforcuta, segni tipici di un’entità vendicativa ed affamata di sangue. Lo stesso frate domenicano Diego Durán, tra i primi europei a lasciare una testimonianza scritta sulla civiltà e le usanze degli Aztechi, raccontò nella metà del XIX secolo la vicenda del principe Ezhuahuacatl, che per richiamare la misericordia di quel crudele monitore, sacrificò se stesso dopo essere salito sopra un palo dell’altezza di 36 metri. Dal quale, senza esitazione, si lanciò impattando rovinosamente contro il suolo del selciato sottostante. Metodologia per molti versi laboriosa, per non dire impegnativa, dato non soltanto il costo in termini di vite ma anche la difficoltà di trovare, ad ogni palesarsi di un periodo di magra, individui di sangue nobile disposti a porre fine prematuramente alla propria individuale esistenza. Da cui diversi popoli limitrofi, nonché gli stessi discendenti degli antichi Mexica, provvidero ad elaborare nel corso dei secoli diverse soluzioni alternative, non tutte necessariamente culminanti con il tipo di episodi cruenti normalmente associati alle pratiche dei loro insigni predecessori. Tra i quali il più fantastico e profondamente memorabile, nonché preso ad esempio dagli antropologi di tutto il mondo, è senz’altro la cerimonia sacra dei Voladores, depositari di una vocazione alquanto inaccessibile, il cui punto culminante era la separazione della mente dalla paura di cadere. Per poter trionfare nel superamento, in maniera rutilante ed ammirevole, al concetto stesso di esseri legati a limiti ed aspettative fisicamente conformi.
Cos’è, d’altronde, la gravità o il senso di vertigine di fronte a tutto questo? Per la maniera in cui un albero attentamente selezionato, normalmente della specie fruttifera dello zapote chico o sapotiglia (Manilkara zapota) veniva abbattuto e privato sistematicamente dei suoi rami. Per venire trasportato nella piazza degli insediamenti, dove una buca appropriatamente profonda avrebbe permesso di erigerlo in maniera perpendicolare al suolo. Affinché un gruppo attentamente addestrato di cinque danzatori potesse risalirlo fino a quell’angusta sommità distante. Da cui quattro di loro avrebbero, tramite l’impiego di altrettante corde, messo in scena l’atto che più di ogni altro può servire ad evocare l’idea e l’immagine di alati testimoni ricoperti da magnifiche ed iridescenti piume. Il volo a testa in giù, naturalmente…

Tipicamente attribuito al popolo dei Totonachi e la loro città oggi in rovina di El Tajín nello stato di Veracruz, per ragioni largamente arbitrarie e indifferenti alla difficili determinazione della sua origine, la cerimonia dei Voladores trae i natali da un accurato e profondo simbolismo, che prende l’energia da una serie di associazioni oggi largamente andate perdute, o quanto meno associate ad una percezione del sacro ormai del tutto imprescindibile all’interno di svariate e molto diverse culture dell’area geografica mesoamericana, tra cui quella dei Nahua, degli Huastechi e degli Otomi. Tutte egualmente inclini a mantenere alcuni punti fermi imprescindibili, probabile dimostrazione di un’origine comune o quanto meno condivisa del rituale. La cui prassi funzionale tra vantaggio dalla posizione del cosiddetto caporale, colui tra i cinque praticanti che una volta giunto in cima al palo, prende posizione al centro della piattaforma quadrata incorporata in esso e supervisiona l’assicurazione dei piedi dei suoi quattro colleghi all’elemento rotante di nome manzana, simile ad un argano, da cui al termine di un breve attimo di suspense, si lanceranno capovolti verso il suolo. Per poi prodursi in una serie di rotazioni, mentre l’uomo soprastante suona il flauto ed il tamburo, che gradualmente condurranno allo srotolamento delle corde, fino al raggiungimento del terreno dove ritornando a testa in su, si produrranno nella parte finale della propria esecuzione. In alta considerazione, nella procedura, veniva tenuto l’aspetto numerico: affinché le rotazioni compiute fossero esattamente 52, pari al numero di anni che costituivano un giro completo dello xiuhmolpilli, il calendario circolare degli Aztechi. Ciò al cospetto di un pubblico gremito che, lungi dal partecipare all’evento come fosse uno spettacolo o una festa, partecipava alla preghiera auspicando compatibilmente la venuta delle piogge e il conseguente ottenimento di un buon raccolto.
Sottoposto a cambiamenti simbolici e semantici come ogni altra tradizione sociale, la danza dei Voladores andò nei secoli trascorsi incontro alla valutazione non sempre positiva dei missionari cristiani, che riuscirono a vederla come un’attività pagana che allontanava i possibili devoti dalla via della Salvezza. Ciononostante, privandola del suo significato originario, molte comunità riuscirono a mantenere attuale l’usanza, permettendone un’interpretazione alternativa, non necessariamente veritiera, come semplice spettacolo acrobatico per l’intrattenimento degli indigeni locali. Soltanto con l’inizio dell’epoca moderna, in specifici contesti, il vero significato della danza avrebbe avuto modo di riemergere nel senso comune.

Oggi praticata non più soltanto con le vesti ricamate e variopinte della tradizione, bensì anche elaborati e fantastici costumi da uccello con piume di galli, aquile e pavoni, l’impresa dei Voladores occupa uno spazio atipico a metà tra tradizione e aggiornamento, che ha visto compiersi diversi cambiamenti significativi nelle soluzioni consentite e metodologie di esecuzione. A partire dalla sostituzione degli alberi tradizionali, in un Messico ormai soggetto al disboscamento, con pali metallici e spesso permanenti, incorporati in diverse cittadine di Veracruz nella piazza stessa del comune, di fronte alla chiesa. Particolarmente catartica, a partire dall’inizio degli anni 2000, è stata l’introduzione di alcuni gruppi di danzatrici femminili, acclamate dal pubblico ma spesso invise agli anziani ed altri depositari delle antiche conoscenze. Tanto che la caduta letale subìta nel 2006 da un famoso insegnante responsabile del loro addestramento, Jesús Arroyo Cerón, fu vista da alcuni come una divina punizione messa in atto dallo stesso spirito supremo, il dio delle piogge Tláloc. Discorso imprescindibile, quest’ultimo, per un tipo di attività in cui un certo numero d’incidenti continua ancora oggi a verificarsi, venendo accettati nonostante tutto per l’eroica continuità con questa tradizione unica al mondo. Nominata, a pieno titolo, patrimonio intangibile da parte dell’UNESCO nel 2009. E non è certo difficile capirne la ragione. Chi meglio può raggiungere le vette dell’eccellenza, d’altro canto, di colui o coloro che hanno lasciato a terra l’effettiva percezione della propria stessa mortalità immanente?

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