La rara costruzione del castello lineare, un ponte sopra il fiume verso il vecchio borgo di Cahors

Là dove i corsi fluviali disegnano meandri serpeggianti, a causa della propensione delle acque ad aggirare gli accumuli di sedimenti, prendono forma le penisole tra ferri di cavallo, dove la natura costruisce i propri luoghi di umida e selvaggia pertinenza. In molti luoghi che non sempre includono l’Europa, dove la frequente persistenza di borghi, agglomerati e insediamenti concedeva efficacia alla comune percezione di simili scorci come pratiche fortezze pronte all’uso, soprattutto nei periodi ricorrenti di conflitti la cui soluzione minacciava di annientare la serena sussistenza della popolazione. Così la cittadina francese (ad oggi 20.000 anime) di Cahors in Occitania, lungo il corso del fiume Lot, il cui nome viene dal popolo dei Cadurci, tra le ultime genti di matrice celtica capaci di resistere alla conquista romana. E successivamente per l’intero corso medievale, i loro discendenti che venivano chiamati Cahorsins, facoltosi finanzieri noti per i prestiti concessi ai propri vicini, spesso con connotazioni e aspettative stereotipiche degli usurai del tempo. Non propriamente il tipo di attività capace di attirarsi l’ammirazione dei propri vicini più o meno prossimi, ed in effetti sarebbe stato proprio Dante Alighieri a paragonare nel suo Inferno tale luogo a poli del peccato incancellabile come Sodoma e Gomorra, nonostante costituisse il luogo d’origine del papa a lui contemporaneo, Giovanni XXII. Ma straordinariamente redditizia così come il flusso dei commerci che passavano da queste parti, sul tragitto celebre da tempo come uno dei punti di sosta lungo il fondamentale Cammino di Compostela. Verso un dualismo d’interessi contrastanti, che al principio del XIV secolo nel clima di sconvolgimenti politici e discordia che avrebbe dato l’inizio alla guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia, pose il sopracitato gruppo di abitanti di fronte a un importante dilemma: andare avanti nella costruzione di un nuovo ponte sopra il fiume in grado di facilitare l’accesso da ovest, sia dei legittimi visitatori che eventuali nemici con intento di conquista? Piuttosto che restare isolati, affidandosi alla continuativa persistenza di una delle più tipiche, ed invalicabili barriere della natura? Questo il punto di partenza per la decisione dei baroni locali guidati dal Primo Console Géraud de Sabanac, eletto in modo autonomo dallo statuto cittadino, di porre la prima pietra alla presenza e con la benedizione del vescovo in quello storico 17 giugno del 1308, di quello che sarebbe rimasto in forza di opportune contingenze uno dei più notevoli esempi di attraversamento fortificato costruito all’apice del Medioevo Europeo.
Ancora intatto in quasi ogni sua parte, inclusi i sei archi ogivali a sesto acuto per una lunghezza totale di 138 metri, il ponte di Valentré si erge dunque ancora oggi con le tre torri di avvistamento quadrate dotate di feritoie, che sarebbero state guardate in armi giorno e notte dai corpi speciali dei miliziani locali. Pronti a difendere con enfasi le proprie case nella trepidante attesa di un’assalto che in effetti non avrebbe mai trovato una ragione di palesarsi, né da parte degli Inglesi o loro truppe mercenarie e capitani di ventura, grazie alla diplomazia, e neppure da signori feudali adiacenti innervositi dai pedaggi o tariffe commerciali imposte dall’orgoglioso consiglio dei consoli cittadini. Difficile, d’altronde, affermare che l’inespugnabile struttura di tale primaria via d’accesso non avesse posseduto un qualche tipo di ruolo in materia…

Collegata come molti altri notevoli edifici coévi alla diffusa credenza che il diavolo avesse partecipato in qualche modo alla sua edificazione, il Pont Valentré mostra di suo conto una suggestiva sovversione del mito, in cui l’iconico avversario della religione cristiana fu ragione d’ostacolo, piuttosto che abilitatore di un tempo di completamento abbreviato nel completamento del progetto originario degli architetti coinvolti. Si narra infatti che il principale quanto ignoto responsabile del cantiere, incapace di portare a termine l’opera ormai da un tempo di decenni, avesse stretto un patto con Satana in persona perché i suoi problemi ingegneristici venissero risolti, e materiali idonei si manifestassero d’un tratto nei depositi cui era costretto a fare riferimento. Allorché in maniera tipica di tali leggende popolari, in prossimità della consegna l’uomo avesse elaborato un modo per salvare nonostante tutto la sua anima immortale. Così che ordinò al demonio, come ultima mansione necessaria a soddisfare il reciproco contratto, di andare a prendere dell’acqua per gli operai alla fonte del Lot utilizzando un semplice quanto inadatto setaccio. Operazione rivelatasi impossibile persino per lui, nonostante i molti e reiterati tentativi effettuati con rabbia crescente per il danno e l’oltraggio subìto. Non potendo a questo punto soddisfare in altro modo la propria vendetta, il signore delle tenebre dovette quindi accontentarsi di mandare da quel momento un suo servitore sovrannaturale ogni notte a smuovere la pietra di una delle torri, richiedendo di fatto continui interventi di riparazione che mantennero la costruzione incompleta per un tempo ulteriore di 70 anni. Almeno finché a qualcuno non venne in mente una soluzione ingegnosa: includere un piccolo diavolo scolpito a rilievo sulla sommità del ponte, affinché Satana pensasse che il suo ostinato dispetto continuasse in perpetuo, già mentre i solforosi sottoposti transitavano verso attività dal maggior grado di maligna soddisfazione.
Un piccolo gargoyle che ancora oggi è situato lassù, benché si tratti in tale forma di un’aggiunta molto successiva, risalente nello specifico agli estensivi restauri portati a termine nel 1879 dal celebre architetto dei beni culturali, Paul Gout. Quando buona parte della veneranda ed altrettanto svettante struttura venne sottoposta a parziale consolidamento e ricostruzione di elementi significativi, in ogni sua parte tranne il barbacane/via d’accesso sulla sponda ovest, ormai distrutto totalmente dal passare delle generazioni intercorse. Laddove furono del resto giudicate essenziali dal punto di vista esteriore, e per questo integralmente ricostruite, le affascinanti merlature sulle fortificazioni triangolari in corrispondenza di ciascun pilone con la forma di altrettanti becchi rivolti in corrispondenza della vorticosa corrente fluviale. Verso una conferma nel complesso dell’attenzione da parte di tale figura dell’Ottocento nei confronti non soltanto dell’integrità strutturale, ma anche la narrativa, responsabile di una particolare atmosfera e senso implicito degli edifici sottoposti alla sua sapiente supervisione.

Sito a partire dal 1331 di una delle prime università del sud della Francia, proprio per volere e su mandato di Papa Giovanni XXI, Cahors divenne nel tardo Medioevo un centro finanziario e commerciale di primaria importanza, frequentato assiduamente dai banchieri della Lombardia e il vicino regno di confine di Andorra.
Soltanto nel 1369, il consolato che la governava accettò di arrendersi in maniera preventiva a un maresciallo inglese della guerra dei cent’anni, tale Chandos, evitando in questo modo di dover difendere le proprie mura e mettere alla prova le splendenti torri sopra il fiume nei confronti delle agguerrite forze d’Oltremanica. Fino alla pace temporanea ottenuta dal sovrano di Francia Carlo V, che riuscì a recuperare tutti i territori persi da suo padre Giovanni II ed il nonno Filippo VI, prolungando un periodo di relativa tranquillità destinata a durare fino al conflitto civile tra Armagnacchi e Borgognoni del 1407. Mai nessuno, a partire da quel momento e fino al secondo conflitto mondiale dei tempi moderni, avrebbe più minacciato l’inespugnabile città del Ponte. Forse finalmente e nonostante i presupposti, l’astuto diavolo era ormai passato a più miti consigli?

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