A Dur Kurigalzu, lo scheletro del grande tempio che dialoga col vento dell’antica Mesopotamia

Storicamente associata per un’arbitraria convenzione al mito biblico della torre di Babele, la svettante costruzione alta 57 metri poco fuori Baghdad lasciò perplessi molto a lungo gli studiosi e gli archeologi interessati alle origini del concetto stesso di civiltà, nella culla umana situata tra i fiumi del Tigri e dell’Eufrate. Datata infine sul principio del XX secolo, grazie all’utilizzo di una combinazione di archeologia, traduzione delle epigrafi e metodologie analitiche, si sarebbe infine dimostrata strettamente interconnessa a un mito delle origini per certi versi simile, precorrendo l’episodio ricorrente del diluvio che arrivò vicino ad annientare ogni forma di vita sulla Terra. Risultava a tal proposito acclarato tra i Cassiti, come i popoli dei territori limitrofi, che in un’epoca vista come remota addirittura in quell’inizio del II millennio a.C. i molti esseri di questo mondo fossero chiassosi e incontenibili, al punto da arrecare un certo grado di disturbo nei confronti di Enlil, il dio barbuto con il compito di controllare i movimenti delle nubi e del vento. Al punto che costui, non certamente noto per la sua pazienza, scatenò ad un tratto una tempesta che semplicemente non sembrava avere fine, lasciando che i flutti strabordassero coprendo in modo sistematico ogni singola nazione delle genti mortali. Ma questo non prima che il fratello Enki, spirito supremo della sapienza, avesse la premura di avvisare il patriarca detto Atrahasis, o Utnapishtim nella tradizione dell’epopea di Gilgamesh, affinché costruisse una spaziosa arca, per custodire la propria famiglia ed una coppia di ciascun animale esistente a quei tempi. Il resto della vicenda, sebbene con i nomi cambiati, più o meno lo conosciamo: dopo giorni, o settimane, le acque cominciarono a ritirarsi. Ed il prescelto, inviando un uccello a perlustrare il mare ininterrotto, trovò la cima di un monte dove approdare con la sua capiente imbarcazione. Va da se che dopo quel fatidico momento, i suoi discendenti non avrebbero mai più mancato di rispetto ad Enlil. Mostrandosi piuttosto inclini, ogni qual volta se ne presentava l’opportunità, a venerarlo.
Fu probabilmente proprio questo aspetto autoritario e incline alla devastazione a rendere “Colui che Siede Sopra l’Alta Piattaforma” tanto apprezzato come simbolo del potere dei regnanti presso i Sumeri, eventualmente imitati da Accadi, Assiri, Babilonesi ed Hurriti. Che costruirono a suo titolo una pletora di templi svettanti, spesso utili a dimostrare l’alto grado di controllo posseduto nei confronti dei propri vasti popoli, possibilmente assistiti dagli schiavi catturati in battaglia. Ben poche di tali strutture potevano, d’altronde, avrebbero potuto competere con l’impressionante e successiva ziggurat di Dur-Kurigalzu, la capitale di un impero tanto influente da intrattenere relazioni diplomatiche con i faraoni dell’Egitto del Medio e Nuovo Regno. Che avevano costruito in questo particolare luogo, oggi situato sui confini esterni del principale agglomerato urbano dell’Iraq, alcuni dei principali simboli della propria importanza, tra magnifici palazzi, luoghi di culto e naturalmente, l’imprescindibile struttura sui terrazzamenti a gradoni, sormontata da un edificio di mattoni tinti di color azzurro cielo. L’unica dimora possibile, per Colui che in ambito superno, soprassedeva alla riuscita dei raccolti e l’eventualità di allontanare il rischio di devastazioni, sulla testa di coloro che dimenticavano tanto sbadatamente di venerarlo…

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La comprovata semplificazione abitativa del costruire case in mezzo alle vestigia di necropoli millenarie

Nel più antico poema epico dell’umanità, l’eroe e re di Uruk, Gilgamesh sceglie di ribellarsi al più fatale degli eventi quando il suo rivale e amico Enkidu si ammala, come punizione per aver offeso la dea dell’amore Ishtar. Intrapreso dunque un lungo viaggio alla ricerca del segreto della vita eterna, egli giunge fino alla terra mitica di Dilmun, grosso modo corrispondente alle odierne isole di Bahrein e Failaka, ma che alcuni identificano con un’antica landa poi finita sotto il mare, successivamente all’inondazione del Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz. Che si creda o meno all’incontro del protagonista con l’immortale Utnapishtim ed al successivo verificarsi di un diluvio universale, ad ogni modo, cosa certa è che un regno dalla grande prosperità esistette in quest’area geografica all’incirca duemila anni prima della nascita di Cristo. Dove la morte non era certo una casistica dimenticata dalla gente, vista l’esistenza di un culto dei morti tra i più sviluppati e universali di qualsiasi civiltà fin qui scoperta del Mondo Antico. Immaginate a tal proposito l’equivalenza della previdenza civile contemporanea applicata ad un’epoca in cui il concetto di medicina pubblica era decisamente preliminare, e la vita media delle persone raramente superava le quattro decadi di età. Al punto da rendere il supremo lascito, un luogo dell’eterno riposo, come l’unica testimonianza visibile della trascorsa vita a vantaggio dei propri figli e nipoti. Non sarebbe stata dunque la città ideale, un luogo in cui chiunque, anche il più umile tra gli uomini, avrebbe ricevuto una tomba in grado di svettare sulle sabbiose alture di un cimitero? Questa una delle possibili motivazioni, tra le altre, in grado d’indurre l’Antico e il Medio Regno di Dilmun verso la creazione di uno dei siti archeologici più notevoli ed estesi dell’intera regione, composto da un gran totale di 11.774 tumuli distribuiti in un lunghissimo arco temporale. E appartenenti ad un’ampia varietà di classi sociali, dai sepolcri più magnifici dedicati ai sovrani fino a quelli di una sola stanza, un tempo appartenuti alle classi più comuni di quest’epoca che ancora riesce a mantenere molti dei suoi segreti. Ma immaginate a questo punto, nel trascorrere dei molti secoli, il progressivo ridursi delle terre emerse ed il corrispondente espandersi degli insediamenti costruiti dall’uomo. Mentre lo spazio a disposizione continuava a ridursi e luoghi come l’adiacente villaggio densamente abitato di A’ali si trasformavano da piccoli insediamenti a cittadine, quindi compatte metropoli dei tempi contemporanei. Forse la popolazione avrebbe potuto mantenere una rispettosa distanza di sicurezza dalle gibbose vestigia del pregresso culto dei defunti, evitando di costruirvi accanto palazzine e strade sopraelevate di scorrimento. Ma a causa di una serie di fattori convergenti, non fu così…

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Il mappamondo babilonese: logiche del manufatto che anticipò la geometria dei continenti

Come una stele di Rosetta per la geografia, a lungo tempo si è cercata la testimonianza in grado di enunciare, per la comprensione dell’uomo contemporaneo, la relazione istituita in termini concettuali tra lo spazio fisico e la posizione delle civilizzazioni, intese come antichi regni, imperi o mere città stato degli ancestrali secoli lungamente trascorsi. Un mappa, d’altro canto, è stata il concetto maggiormente fluido tra le rappresentazioni delle condizioni naturali vigenti, principalmente in funzione di fattori culturali, esplorazioni già condotte e persino il rapporto matematico tra le distanze, conseguente da calcoli non sempre comprensibili a distanza di tempo. C’è tuttavia un solo esempio di tale realizzazione che possa essere preso seriamente come riferimento, volendo utilizzare i termini di precedenza cronologica dettati dal trascorrere dei millenni. Venne ritrovata, così dicono le cronache, durante uno scavo archeologico della metà del XIX secolo a Sippar prima di essere venduta o donata nel 1882 al British Museum di Londra, dove come possiamo facilmente constatare è custodita tutt’ora. Trattasi di un frammento di tavoletta di terracotta, parzialmente ricomposto, con il nome altisonante di Imago Mundi, causa la teoria predominante secondo cui potrebbe, o dovrebbe, rappresentare la visione a volo d’angelo dell’intero spazio terrestre di cui si avessero nozioni degne di nota. Secondo quanto disponibile all’autore e firmatario dell’opera sul lato posteriore, uno scriba dal nome parzialmente cancellato ma identificato come figlio di Issuru, il discendente di Ea-bēl-il. Siamo, dunque, in un contesto mesopotamico e per essere maggiormente precisi tra l’ottavo e il sesto secolo a.C, come desumibile dalla datazione del luogo di ritrovamento, oltre ai riferimenti storici e culturali presenti nelle iscrizioni in lingua cuneiforme su entrambi i lati del manufatto. Bastanti, nell’opinione predominante, a identificarlo come proveniente dalla città di Babilonia, il grande centro che era stato precedentemente capitale di un impero, situato sulle rive di una delle diramazioni del fiume Eufrate. Ipotesi effettivamente oggetto di disquisizioni, sia tradizionali che irrisolte, per la maniera in cui la città è raffigurata con l’aspetto di un rettangolo orizzontale, che interseca e attraversa il fiume nella parte superiore della composizione grafica, il cui perimetro del “fiume amaro” (probabilmente il mare o l’oceano) appare di suo conto perfettamente simmetrico e circolare. Una scelta ragionevolmente inaspettata, quando messa a confronto ad esempio con la mappa più apprezzata della proiezione di Mercatore, in cui l’Europa è sempre e comunque posta, non a caso, in posizione centrale…

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