Piccolo assembramento di cose pelose che squittiscono contro il soffitto della caverna. Proprio lì nella regione di Biryusa in Siberia, non lontano dal luogo in cui, 38 anni prima, i Ricercatori della Riserva Naturale “Stolby” di Krasnoyarsk avevano condotto un approfondito sondaggio della popolazione di pipistrelli vespertili locali, applicando a svariate centinaia di essi una targhetta di riconoscimento, nell’auspicabile possibilità di trovarli nuovamente negli anni a seguire. Che l’intero genere dei cosiddetti Myotis o chirotteri “con le orecchie da topo” avesse presupposti di longevità evidenti, nonché una strategia efficace di sopravvivenza, era del resto già noto agli inizi del secolo antecedente a quel fatidico 2001. Quando Podlutsky, Khritankov e Ovodov riuscendo a catturare gli esemplari oggetto della loro reiterata verifica, scoprirono qualcosa di assolutamente inusitato: non uno, bensì due esemplari già toccati con mano dai loro insigni predecessori. A quasi quattro intere decadi di distanza. Ma il meglio doveva ancora venire. Quando continuando a perlustrare questi luoghi oscuri, nel 2004 si trovarono a leggere con occhi increduli il tag identificativo sull’avambraccio di un terzo membro di quel club antico, datata in modo inconfutabile al 1964: di fronte a loro si trovava il caso senza precedenti di un mammifero alato non più grande di un topo di campagna, dell’età precisa di 41 anni. Un’intera vita condotta appeso a testa in giù, a lanciarsi sulle prime ore del vespro, emettere il grido del suo sonar e indentificare la precisa posizione di lepidotteri, ditteri e altri insetti volanti. Senza un singolo pelo bianco, o il benché minimo segno probabile di senescenza.
Osservare una creatura particolarmente longeva dal punto di vista scientifico è già un approccio che promette significativi spunti alla ricerca in merito a nuove metodologie per migliorare la qualità della nostra vita. Ma scovare una simile caratteristica nel tipo di animale che, in base al fondamentale quoziente di longevità introdotto nel 1991 dai britannici Austad e Fischer, avrebbe dovuto vivere all’incirca un nono del periodo riscontrato nelle circostanze attuali… Costituiva un letterale cambio di paradigma, tale da richiedere approfondita e rinnovata valutazione di un ventaglio di fattori dati lungamente per acquisiti. Possibile che i pipistrelli, come la creatura fantastica ad essi tanto spesso ricondotta, il mostruoso vampiro, avessero scoperto il segreto dell’eterna giovinezza? Senz’altro, in un certo senso. Sebbene non nel modo esatto in cui saremmo stati indotti a credere. Al di là dell’utile punto di partenza genetico di cui potevano disporre i Myotis in questione, ancora due decadi fa classificati erroneamente come M. brandtii o “pipistrelli di Brandt”, avevano una speciale caratteristica rispetto ai loro cugini dell’Europa Occidentale. La funzionale, conveniente propensione a trascorrere oltre 8 mesi dell’anno in letargo. Possibile che si trattasse di un caso straordinariamente significativo, dunque, del concetto ante-litteram del sonno rigeneratore?
scoperte
Le strutture immerse nella baia che denunciano la millenaria pratica per trucidare la balena norrena
Il suono, il ritmo, la creatura. Le onde che s’infrangono ad un ritmo quasi rallentato, mentre gli uomini e le donne del villaggio a Sotra, isola nella contea norvegese di Bergen, si precipitano in riva al ripido declivio, compiendo il balzo che separa il regno della terraferma dal confine galleggiante in mezzo ai mondi. Là dove l’oceano giunge fino ai pressi della riva e hval, il più immenso e resiliente tra i pesci, sa che deve spingersi per via di antichi quanto imprescindibili dettami della natura. “Che gli Dei assistano le nostre lance! Che i corvi Huginn e Muninn benedicano la punta dei nostri arpioni!” Mormorano i più valorosi tra i presenti, pronti a prendere la posizione prefissata, sul davanti delle færing dallo scafo rinforzato, ognuna manovrata da un affiatato equipaggio di quattro rematori. L’increspatura tra le rocce dello stretto, d’altro canto, lascia persistere alcun dubbio o esitazione tra gli eletti. Sul colore delle acque di quel giorno iscritto a lettere di fuoco nelle trame delle Norne, alle radici dell’albero cosmico Yggdrasil, il rosso, sarà l’unico colore. E la violenza, l’utile lasciapassare per il paradiso benedetto dei guerrieri. Così le imbarcazioni lasciano il porto sicuro, andando a circondare quella che i moderni chiamerebbero balena o per essere precisi una rorqual minore (Balaenoptera acutorostrata) della lunghezza di 9, forse 10 metri. Assistiti nell’ardua mansione dalla vantaggiosa forma di quel territorio: una strettoia tra le coste dall’imboccatura simile a un imbuto ed un fondale non molto profondo, intervallato dall’isolotto roccioso di Stekholmen. Un nome che risulta la tempo stesso programmatico: provenendo in senso etimologico dal verbo stika, “bloccare con i pali”. Allorché al raggiungimento della formazione presso il punto prefissato, grida riecheggianti balzano da un lato all’altro della baia. Mentre addetti agiscono sulle pulegge interconnesse, sollevando l’opera d’ingegneria più complicata mai costruita in questo luogo. Con lavorìo stridente l’assemblaggio delle funi si alza dal fondale, trascinando il gran groviglio che contiene assi, detriti e tronchi che nessun esperto nuotatore, non importa quanto imponente, potrebbe mai riuscire a districare. Il che intrappola, in maniera incontrovertibile, la terribile creatura. È il momento, dunque. Dozzine di squadre si avvicinano, iniziando il lancio sistematico dei propri dardi e munizioni. Già qualcuno carica, sul retro delle barche, le balestre costruite in base ai piani del distante meridione. Caricate con quadrelli immersi con feroce determinazione nel marciume della carne per intere, lunghe settimane. Un’ironia perduta, prima dell’epoca di noi moderni: che sia il mondo degli esseri più infinitesimali, a sconfiggere qualcosa che sembrava a noi invincibile, prima di una simile, spietata intuizione…
Dal fossile di un uovo, significativi chiarimenti sul rimedio del dicinidonte all’estinzione della sua Era
Tanto stretto ed omnicomprensivo è il legame tra la civiltà umana ed il suo persistente compagno biologico, l’amico cane, che ogni essere quadrupede di dimensioni ragionevolmente simili finisce per venire rapportato a quest’ultimo, ad un qualche livello filosofico, visuale o persino creativo. Una considerazione che riemerge nella tipica rappresentazione artistica del Triassico, all’origine dell’Era Mesozoica, creata per film animati, videogiochi o documentari in computer graphic, ogni qual volta si desidera far comparire sullo schermo un’approssimazione ragionevole del clade di terapsidi collettivamente noti come dicinodonti, o più nello specifico la varietà maggiormente nota in senso paleontologico, il genere Lystrosaurus, Creatura lunga circa un metro il cui nome discende in senso etimologico dall’espressione in lingua greca “Lucertola Pala” sebbene abbia ben poco a che vedere con il rilevante ramo dell’albero della vita, non qualificandosi neppure come un rettile, bensì nel novero degli antenati del concetto stesso di mammiferi. Così diventato una visione relativamente familiare, grazie all’indole speculativa di quel mondo delle immagini contemporanee, viene raffigurato mentre agisce, deambula e scava le sue buche in modo non dissimile da un canide dei nostri giorni, sebbene ciò abbia un fondamento estremamente labile da un punto di vista propriamente divulgativo. Contrapposta angolazione, d’altra parte, destinata a ritrovare spazio nelle prossime occasioni, vista la scoperta approfondita nel recente studio di di J. Benoit, J. Botha, V. Fernandez dell’Università di Witwatersrand, Sud Africa, relativo ad un fossile dell’animale ritrovato nel 2008 nel bacino del Karoo, Sudafrica. Concrezione pietrosa con l’impronta chiaramente definita, per l’appunto, di un’embrione rannicchiato in posizione fetale di un dicinodonte, probabilmente della specie Lystrosaurus murrayi. Lungamente ipotizzato come proveniente dall’interno di un uovo, sebbene fossero mancati, fino ad oggi, gli strumenti necessari a comprendere che fine avesse fatto il guscio di quest’ultimo, comunemente immortalato in condizioni simili per via della sua composizione cristallina dovuta alla calcite che ne costituisce la materia prima. Mistero ad oggi risolto, tramite l’impiego di tecniche d’ingrandimento fondate sulla tomografia computerizzata ed il sincrotone ad alta risoluzione, capaci di raggiungere il nocciolo della questione senza danneggiare conseguentemente la fragile composizione del prezioso reperto. Così da aprirci finalmente gli occhi non tanto in merito alla natura ovipara dei terapsidi, che comunque sopravvive tra i mammiferi contemporanei nell’ornitorinco e nell’echidna, quanto in merito all’effettivo funzionamento di tale metodologia riproduttiva. Innegabilmente basilare, nella preponderante proliferazione di queste creature in seguito all’evento di estinzione del Permiano, che portò alla scomparsa dell’83% di ogni genere, mentre i dicinodonti aumentavano di numero fino a costituire circa il 95% dell’intero patrimonio fossile all’interno di particolari sostrati terrestri. Una delle anomalie ambientali forse più stupefacenti nella storia evolutiva dell’intera Preistoria…
Il pesce che si aggrappa in verticale sulla nuda roccia per raggiungere la fonte dei fiumi africani
Dove rombano le forze implicite della natura, prodotto topografico e meccanico di una particolare convergenza di fattori. Ciò che vede il fiume in alto e innanzi ad esso, una scarpata, un precipizio, l’ingresso di una valle che si estende ad un livello sottostante. Non è il verso di una bestia senza nome. Tutti sanno che si tratta di una tipica cascata. Non difficile da definire, ma decisamente ardua nell’impostazione dei suoi aspetti funzionali, per chiunque intenda visitare le regioni incombenti. Ciò che è sito sopra il bordo, che la prospettiva offusca, poiché l’occhio di ogni corpo non può compiere una svolta che lo porti a ritrovare l’orizzonte. Ma può farlo il nucleo della mente, di chi ha fervida immaginazione o chiunque altro, figlio della stessa evoluzione, abbia ricevuto la saggezza ereditaria di un migliaio e più generazioni. Quelle degli antichi Gonorynchiformes, pesci estremamente primitivi, la cui linea temporale può essere allungata fino al tempo avìto dei dinosauri. E da lì nel luogo sintomatico, dove si sono ritrovati ad osservarli per questo studio scientifico, Pacifique K. Mutambala e colleghi dell’Università di Lubumashi, presso le copiose cataratte di Luvilombo, affluente di quel fiume Congo la cui esplorazione un tempo fu connessa alla ricerca delle mitiche sorgenti del Nilo. Lavoro concepito al fine di dare conferma, finalmente, a quanto le popolazioni dell’area limitrofa avevano da tempo saputo: che vi sono pesci dentro queste acque, non più lunghi di 2-7 cm, la cui propensione li vede nascere a monte, per poi venire trasportati verso valle in una storia esistenziale vagamente simile alla situazione dei salmoni. Con due sostanziali differenze: la prima, è che le piogge sono responsabili di tale migrazione, non del tutto o necessariamente volontaria. E la seconda, l’essere davvero troppo compatti, e per questo privi della forza necessaria, per poter riuscire a contrastare a tempo indeterminato una simile corrente. Ragion per cui la selezione naturale li ha dotati di una serie di proiezioni simili ad uncini, situate sulle pinne ventrali. Il cui scopo è fare il necessario ad attaccarsi a superfici ruvide, come la roccia verticale che si trova ricoperta dallo scroscio derivante, su, avanzando verso il tiepido lucore dell’astro solare. Verso il paradiso di una terra promessa, un tempo avuta e successivamente abbandonata, per via di un consorzio di cause che possono soltanto essere definite di forza maggiore. Da cui l’osservazioni senza precedenti di una singola specie in particolare, Parakneria thysi, così denominato dallo studioso Max Poll negli anni ’60 del Novecento in quanto “simile agli Kneria” ed in onore di Thys van den Audenaerde, ittiologo che ne aveva annotato per la prima volta trent’anni prima le caratteristiche e il comportamento. Senza tuttavia mai ritrovarsi ad osservare, in prima persona, uno spettacolo tanto incredibile ed al tempo stesso straniante…



