Le strutture immerse nella baia che denunciano la millenaria pratica per trucidare la balena norrena

Il suono, il ritmo, la creatura. Le onde che s’infrangono ad un ritmo quasi rallentato, mentre gli uomini e le donne del villaggio a Sotra, isola nella contea norvegese di Bergen, si precipitano in riva al ripido declivio, compiendo il balzo che separa il regno della terraferma dal confine galleggiante in mezzo ai mondi. Là dove l’oceano giunge fino ai pressi della riva e hval, il più immenso e resiliente tra i pesci, sa che deve spingersi per via di antichi quanto imprescindibili dettami della natura. “Che gli Dei assistano le nostre lance! Che i corvi Huginn e Muninn benedicano la punta dei nostri arpioni!” Mormorano i più valorosi tra i presenti, pronti a prendere la posizione prefissata, sul davanti delle færing dallo scafo rinforzato, ognuna manovrata da un affiatato equipaggio di quattro rematori. L’increspatura tra le rocce dello stretto, d’altro canto, lascia persistere alcun dubbio o esitazione tra gli eletti. Sul colore delle acque di quel giorno iscritto a lettere di fuoco nelle trame delle Norne, alle radici dell’albero cosmico Yggdrasil, il rosso, sarà l’unico colore. E la violenza, l’utile lasciapassare per il paradiso benedetto dei guerrieri. Così le imbarcazioni lasciano il porto sicuro, andando a circondare quella che i moderni chiamerebbero balena o per essere precisi una rorqual minore (Balaenoptera acutorostrata) della lunghezza di 9, forse 10 metri. Assistiti nell’ardua mansione dalla vantaggiosa forma di quel territorio: una strettoia tra le coste dall’imboccatura simile a un imbuto ed un fondale non molto profondo, intervallato dall’isolotto roccioso di Stekholmen. Un nome che risulta la tempo stesso programmatico: provenendo in senso etimologico dal verbo stika, “bloccare con i pali”. Allorché al raggiungimento della formazione presso il punto prefissato, grida riecheggianti balzano da un lato all’altro della baia. Mentre addetti agiscono sulle pulegge interconnesse, sollevando l’opera d’ingegneria più complicata mai costruita in questo luogo. Con lavorìo stridente l’assemblaggio delle funi si alza dal fondale, trascinando il gran groviglio che contiene assi, detriti e tronchi che nessun esperto nuotatore, non importa quanto imponente, potrebbe mai riuscire a districare. Il che intrappola, in maniera incontrovertibile, la terribile creatura. È il momento, dunque. Dozzine di squadre si avvicinano, iniziando il lancio sistematico dei propri dardi e munizioni. Già qualcuno carica, sul retro delle barche, le balestre costruite in base ai piani del distante meridione. Caricate con quadrelli immersi con feroce determinazione nel marciume della carne per intere, lunghe settimane. Un’ironia perduta, prima dell’epoca di noi moderni: che sia il mondo degli esseri più infinitesimali, a sconfiggere qualcosa che sembrava a noi invincibile, prima di una simile, spietata intuizione…

Che da qualche parte nello stretto di Telavåg ci fosse un’imponente trappola per cetacei, del tipo diffuso nel medioevo della Scandinavia per l’estendersi dell’intera costa dell’Oceano Atlantico, era del resto una questione lungamente nota. Per la sua menzione a partire dagli antichi testi della Legge del Gulating del 900 d.C conservata nel Codex Ranzovianus del XIII secolo, relativa al modo in cui il tesoro risultante dall’uccisione di una tale preda, consistente di carne pregiatissima ed il grasso da bollire nelle pozze rivestite di lastre detti hellegroper, dovesse essere spartita tra i partecipanti all’epico confronto tra creature bipedi e il condannato mammifero marino. Ancor più specifica documentazione era presente, inoltre, nei documenti giuridici del vicino monastero di Nonneseter, detentore tra il XII e XVI secolo dei diritti esclusivi di sfruttamento per ogni Leviatano che venisse catturato nell’intercapedine territoriale della baia al centro della qui presente trattazione. Laddove l’unico appiglio approfondito, in un formato non ancora reso pubblico allo stato attuale delle cose, si trovava solo in fonti aneddotiche risalenti all’ultima parte di quel periodo, inclusive di precise descrizioni sul funzionamento e la struttura della barriera di probabili origini medievali. Costruita, come dicevamo, in materiali deperibili come legno e corde, essendo ormai da secoli scomparsa in ogni forma rilevabile mediante metodologie contemporanee. Ciò almeno finché all’archeologo marino Elling Utvik Wammer del Museo Marittimo Norvegese di Oslo non venne in mente di guardare più vicino nella cronologia dei documenti preservati, individuando la specifica testimonianza del sacerdote Andreas Christie databile al XVIII secolo, su un tentativo compiuto dai capi dei villaggi locali di superare il costoso impegno di mantenimento strutturale del muro mobile, sostituendone la maggior parte tramite l’impiego di elementi pietrosi fissi, resistenti dunque all’incessante erosione delle maree. Idea successivamente abbandonata in corso d’opera, come possiamo facilmente immaginare, vista la quantità stimabile di ostruire parzialmente uno stretto lungo 60 metri e profondo 15, per un totale di 600-700 tonnellate di materiale. Il che non significa, d’altronde, che il tentativo fatto avesse mancato di lasciare un chiaro segno nella conformazione dei fondali, tale da poter essere individuato, e mappato tramite la tecnica della fotogrammetria, dai sub esperti del Museo Marittimo. Ecco dunque palesarsi una fila ordinata di rocce, chiaramente disposte dall’uomo, intervallata da cumuli più grandi, presumibilmente i “cardini” di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo portale. Il tutto dominato da un singolo, massiccio tumulo, possibile punto di ancoraggio per tenere le cime in tensione, o ancorare l’angolo di reti utilizzate come varco temporaneo prima della chiusura finale.

Una scoperta che conferma i crismi lungamente conosciuti, fin dalle prime spedizioni subacquee in luoghi simili nel territorio Norvegese, sebbene pochi luoghi potessero vantare strutture paragonabili alle dimensioni e portata del sito di Telavåg. Contestualmente rilevante nel comprendere lo sforzo e l’immenso valore che poteva avere, per questi popoli, la cattura di una creatura simile ed il conseguente apporto di copiose quantità di cibo e materiale combustibile per l’illuminazione ed il riscaldamento nel corso dei lunghi mesi invernali. Il che non toglie come l’uccisione della rorqual dovesse costituire un processo lungo e sofferto, comprensivo dell’impiego di armi infette nel tentativo d’indurre lo sfiancamento dell’animale, che poi veniva trascinato a riva tramite l’impiego di concerto dell’intera schiera di barche a remi. Per un ultimo, fondamentale rituale: lo stesso Elling Utvik Wammer parla nelle molte press release relative alla sua scoperta, a tal proposito, del modo in cui un sacerdote preposto fosse incaricato personalmente all’epoca di estrarre gli occhi del “mostro” ucciso e rigettarli con precisi gesti tra le onde del furente mare. Affinché l’antica stirpe delle hvaler fosse destinata, in epoche ulteriori, a compiere di nuovo l’unico dei passi falsi che poteva cementare la propria condanna tra le schiere insaziabili dei brulicanti umani. Creati grazie all’incontro tra i ghiacci di Niflheim e il fuoco di Muspelheim, nel caos indiviso della creazione. E proprio per questo eternamente inquieti, nella cercare vie d’accesso alla prosperità possibili del regno della terraferma, e non solo.

Lascia un commento