Il pesce che si aggrappa in verticale sulla nuda roccia per raggiungere la fonte dei fiumi africani

Dove rombano le forze implicite della natura, prodotto topografico e meccanico di una particolare convergenza di fattori. Ciò che vede il fiume in alto e innanzi ad esso, una scarpata, un precipizio, l’ingresso di una valle che si estende ad un livello sottostante. Non è il verso di una bestia senza nome. Tutti sanno che si tratta di una tipica cascata. Non difficile da definire, ma decisamente ardua nell’impostazione dei suoi aspetti funzionali, per chiunque intenda visitare le regioni incombenti. Ciò che è sito sopra il bordo, che la prospettiva offusca, poiché l’occhio di ogni corpo non può compiere una svolta che lo porti a ritrovare l’orizzonte. Ma può farlo il nucleo della mente, di chi ha fervida immaginazione o chiunque altro, figlio della stessa evoluzione, abbia ricevuto la saggezza ereditaria di un migliaio e più generazioni. Quelle degli antichi Gonorynchiformes, pesci estremamente primitivi, la cui linea temporale può essere allungata fino al tempo avìto dei dinosauri. E da lì nel luogo sintomatico, dove si sono ritrovati ad osservarli per questo studio scientifico, Pacifique K. Mutambala e colleghi dell’Università di Lubumashi, presso le copiose cataratte di Luvilombo, affluente di quel fiume Congo la cui esplorazione un tempo fu connessa alla ricerca delle mitiche sorgenti del Nilo. Lavoro concepito al fine di dare conferma, finalmente, a quanto le popolazioni dell’area limitrofa avevano da tempo saputo: che vi sono pesci dentro queste acque, non più lunghi di 2-7 cm, la cui propensione li vede nascere a monte, per poi venire trasportati verso valle in una storia esistenziale vagamente simile alla situazione dei salmoni. Con due sostanziali differenze: la prima, è che le piogge sono responsabili di tale migrazione, non del tutto o necessariamente volontaria. E la seconda, l’essere davvero troppo compatti, e per questo privi della forza necessaria, per poter riuscire a contrastare a tempo indeterminato una simile corrente. Ragion per cui la selezione naturale li ha dotati di una serie di proiezioni simili ad uncini, situate sulle pinne ventrali. Il cui scopo è fare il necessario ad attaccarsi a superfici ruvide, come la roccia verticale che si trova ricoperta dallo scroscio derivante, su, avanzando verso il tiepido lucore dell’astro solare. Verso il paradiso di una terra promessa, un tempo avuta e successivamente abbandonata, per via di un consorzio di cause che possono soltanto essere definite di forza maggiore. Da cui l’osservazioni senza precedenti di una singola specie in particolare, Parakneria thysi, così denominato dallo studioso Max Poll negli anni ’60 del Novecento in quanto “simile agli Kneria” ed in onore di Thys van den Audenaerde, ittiologo che ne aveva annotato per la prima volta trent’anni prima le caratteristiche e il comportamento. Senza tuttavia mai ritrovarsi ad osservare, in prima persona, uno spettacolo tanto incredibile ed al tempo stesso straniante…

Kneria stappersii, un Gonorynchiformes di ambiente marino. Morfologicamente non troppo dissimile dal P. thysi oggetto della qui presente trattazione.

Centinaia se non migliaia di affusolate pseudo-sardine scintillanti, abbarbicate in tutta sicurezza alla muraglia perpendicolare la cui altezza, assenza di riparo ed energia di flusso si rapportano alle loro dimensioni come lo sarebbero, per i salmoni, le cascate stesse del potente Niagara. Che avanzano non propriamente a balzi, bensì come stessero nuotando, spingendosi con la potenza della propria coda, una manciata di centimetri alla volta. Poi si fermano, riprendono fiato e dopo un tempo relativamente breve, ripetono quel gesto procedendo un altro po’ verso l’agognata meta finale. Tanto che l’intera procedura, come misurato da Mutambala e la sua squadra, può richiedere fino a 9-10 ore per raggiungere la cima dei 16 metri delle Luvilombo, con tempistiche ancora più impegnative in altri luoghi del Parco Nazionale di Upemba e non solo, prima di poter tornare a nutrirsi dei biofilm e microscopici organismi che costituiscono la parte principale della loro dieta. Il che ci porta all’essenziale quanto complesso quesito del perché, esattamente, scelgano di sottoporsi ad una tale sfida contro la gravità del loro stessa pianeta. Dove in assenza di una letteratura pregressa sull’argomento, lo studio elabora una serie di possibile teorie, in parte basate sullo stile di vita simile osservato in altri pesci tropicali, vedi i ghiozzi hawaiani Sicyopterus stimpsoni, o i “loach” asiatici, come l’intero genere dei Beaufortia. La cui dimensione comparabilmente piccola, anche rispetto agli Kneria degli estuari africani, costituisce l’origine di un comprensibile problema situazionale: l’essere costantemente vulnerabili ad un’ampia serie di predatori. Pesci più grandi, uccelli acquatici, coccodrilli o varani, il cui dominio sul territorio tende a ridursi, tanto più ci s’inoltra verso l’entroterra e si risale verso le alture originarie dei corsi fluviali. Laddove risulta altresì possibile che una tale scelta sia connessa ad esigenze riproduttive, come nel caso dei salmoni che ritornano a deporre le uova nei luoghi dove si erano trovati per la prima volta a respirare l’acqua fortemente ossigenata di questo azzurro e indifferente pianeta. Tutto ciò sebbene, resta importante sottolinearlo, tale ascesa non abbia per i Parakneria la stessa obbligatorietà né cadenza prevedibile, risultando nei fatti impraticabile per quelli di grandezza inferiore ai 2,5 cm, troppo deboli per riuscirci, e coloro che vantano lunghezze superiori ai 5, eccessivamente pesanti perché i propri uncini possano riuscire a sopportare il peso complessivo del corpo. Lasciando solamente gli effettivi “eletti” di quell’indivisa stirpe abilitati a compiere la laboriosa ascesa, anche più volte nel corso della propria distintiva esistenza, in una sorta di ciclo stagionale i cui vantaggi mancano di apparire numericamente misurabili agli scienziati o in qualsiasi altra maniera evidenti. Almeno, allo stato attuale di approfondimento parziale, della strana visione fin qui discussa.

Discorso generico sui Gonorynchiformes. Riprese dirette dei Parakneria sembrano essere piuttosto rare, con l’unico riferimento disponibile su Internet del video associato allo studio scientifico, relativo al P. thysi (vedi sopra)

Ricordando Sisifo nel proprio Inferno, per salire in primavera, in qualche modo consapevoli di quanto la stagione delle piogge vorrà dire per il proseguire della propria sofferente persistenza: essere portati, nuovamente, al punto da cui erano partiti. Una condizione iterativa che può tendere a ripetersi anche nel corso di una singola ascesa, ogni qual volta il malcapitato pesciolino si ritrovi a navigare rocce sporgenti o protrusioni della sua parete, ricadendo certe volte in corso d’opera prima della soddisfazione finale. Ma mai senza per questo rinunciare all’obiettivo, in apparenza scritto a lettere di fuoco nel pesante tomo della sua interrelazione coi fattori ecologici pendenti. Un pesce come un geco, dunque, il pinnuto che ricorda la formica o l’ascesa arboricola di altre creature con le scaglie, i nostri amici (?) serpenti. Non c’è peccato tanto grave, d’altra parte, da poter essere il diretto responsabile di un tale sforzo. La natura conserva e poi trasforma, giammai distrugge l’energia. Che sia la spinta fisica di forze inusitate, oppur l’anelito di convinzioni piccole, ma potenti.

Per approfondire: link allo studio scientifico Fish climbing in the upper Congo Basin (Central Africa), first report for the shellear Parakneria thysi on the Luvilombo Falls – Mutambala et al.

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