Mai sottovalutare il potere unificatore esercitato su di un popolo dalla necessità di sopravvivere ad un tentativo di conquista straniera. Da cui la strenua resistenza degli stati dell’India meridionale, durante l’espansione militare dei sultanati del Deccan verso la fine del XIII secolo, terreno fertile a vantaggio della fondazione del potente impero di Vijayanagara, detentore di un considerevole potere militare ed economico lungo l’intero arco dei propri tre lunghi secoli di durata. Che vide per la grande maggioranza di tale periodo, la propria capitale identificata con la vasta citta di Hampi, il centro urbano più vasto al mondo nel periodo corrispondente al nostro tardo Medioevo con la possibile esclusione di Pechino, in Cina. Inevitabile polo influente di arti, cultura e religione, soprattutto durante il regno di riformatori come Deva Raya II (r. 1423-1446) celebre, tra le altre cose, per la sua profonda devozione a Vithoba o Vitthala, una delle molte forme prese sulla Terra dalla somma divinità della Trimurti, Vishnu il Conservatore. Punto di partenza per la costruzione di una serie di grandiosi monumenti, ivi incluso il vasto e notevole luogo di culto del suo tempio, possibilmente ispirato alla fama imperitura di quello del Sole a Konark, nell’odierno stato centro-orientale dell’Orissa. Con il particolare coronamento di una delle sue strutture maggiormente celebri, il carro di pietra del XVI secolo costruito dal successore Krishnadevaraya, dedicato al grande uccello mitologico del Garuda, le cui ruote potevano essere fatte ruotare liberamente grazie alla fedele ricostruzione del loro meccanismo. Svettante e riccamente ornato, pur non riuscendo a costituire, in ultima analisi, l’elemento maggiormente celebrato del notevole complesso. Un onore riservato piuttosto alla notevole Ranga Mandapa, sala principale sostenuta da 56 pilastri principali, caratterizzati da una soluzione strutturale assai diversa dalla convenzione dell’architettura Indiana in ogni sua diversa ed attestata iterazione precedente o coéva. Essendo ciascuno di essi non un singolo corpo solido e indiviso, bensì la comunione di un blocco principale circondato da multiple colonne più piccole, geometricamente disposte a raggera. Per un risultato già di per se notevole, dal punto di vista estetico, ma che trova la propria ragione d’esistenza principale in un diverso e assai specifico utilizzo, possibilmente collegato alla conduzione di particolari rituali. Almeno in base all’analisi ormai lungamente pregressa di H.V. Modak del 1985, Musical Curiosities in the Temples of South India, capace d’identificare in tali orpelli architettonici un segreto auditivo assolutamente degno di nota: il possesso di un punto di risonanza tonale, ovvero un suono prodotto in conseguenza della percussione umana, diverso per ciascuna singola colonna accessoria, in larga parte riconducibile alla scala SaReGaMa della teoria musicale tradizionale indiana. Con riferimento diretto a plurimi strumenti idiofoni ivi incluso il mridangam a duplice membrana, il piccolo tabla, il vaso ghatam ed il tamburo a clessidra damaru, oltre a suoni assimilabili in maniera indiretta al cordofono veena, le ciotole piene d’acqua del jaltarang e la conchiglia shankha…
induismo
La longevità del Ficus banyan, città di tronchi nata da un singolo essere vegetale
Dopo il grande evento cosmico noto come agitazione dell’Oceano, messo in atto da Dei e Demoni alla ricerca del nettare sacro dell’immortalità, numerosi tesori emersero dalle acque senza tempo dello Kṣīra Sāgara. Tra questi, due di estrema importanza per la sopravvivenza dell’umanità: la mucca dell’abbondanza Kamadhenu, e l’albero dei desideri esauditi, Kalpavriksha. Entità figlie della natura capaci di provvedere, in assoluta autonomia, all’intero fabbisogno di cibo e riparo dei discendenti di Manu, il primo abitante della Terra, costituendo in ottima sostanza i due fattori originari di un ecosistema autosufficiente. Così il grande bovino accudiva e nutriva ogni creatura in grado di muoversi su quattro o due zampe, mentre l’arbusto accoglieva in mezzo alle sue fronde uccelli, insetti e serpi striscianti. Se d’altra parte in merito all’identità biologica del primo abbiamo poche informazioni, a parte il possesso forse metaforico di ali ed una grande coda di pavone, in merito al secondo le credenze popolari hanno puntato il dito nel corso dei secoli verso una grande varietà di piante. Presenze verdeggianti come la palma tala (Borassus flabellifer) in Tamil Nadu o il baobab (gen. Adansonia) nello Harivansh Puraan, sebbene il credo induista in senso trasversale abbia da sempre coltivato l’effettiva associazione di quel tronco all’impressionante arbusto del banyan, alias Ficus del sub-genere Urostigma, detentore in epoca moderna di una larga quantità di record nei cataloghi del Guinness dei primati. Il più ampio, il più pesante, il più longevo, il più coprente, vista la capacità di coprire una superficie pari a 4-5 ettari, sovrastata da una chioma da diametro di 400 metri nel caso eminente dell’esemplare custodito presso i giardini botanici di Acharya Jagadish, vicino Calcutta. Non propriamente un caso unico ed irripetibile, quando si prende atto di svariati esemplari notevoli disseminati entro ed oltre i confini nazionali, di un tale arbusto pluri-secolare eletto non a caso come simbolo nazionale sia dell’India che dell’Indonesia. Costituendo nei fatti uno degli alberi maggiormente imponenti e significativi delle regioni tropicali interessate, soprattutto per la sua capacità di fornire cibo e riparo per un periodo stimato di fino a 600 anni (benché la scienza ne abbia dimostrati al massimo 250-300) contribuendo nel contempo alla stabilizzazione del suolo umido sottoposto alle devastazioni dei monsoni stagionali. Destino di benevolenza, nei fatti, che giunge a palesarsi dall’esecuzione di un principio generativo non propriamente altruista. Potrebbe stupire a tal proposito l’associazione dell’albero alla nozione fondamentale nelle religioni Buddhista ed Induista di non nuocere ad altri esseri viventi, quando si considera la sua origine di pianta parassita: rappresentando il bayan, nei fatti, un esempio tipico di Ficus strangolatore, capace di trarre giovamento nelle prime fasi della sua esistenza dall’appoggio al tronco solido di una pianta ospite e del tutto inconsapevole. Finché crescendo ed espandendosi, non la sovrascrive in modo pressoché totale, un destino simile a quello riservato alla stragrande maggioranza dei propri rigogliosi vicini…
Le ruote del destino nel colossale veicolo trasformato in tempio del Sole a Konark
Dietro una solida barriera cresciuta sulla costa di querce tamarina ed allori tamanu, perfettamente visibile dal punto panoramico lungo un’arteria di collegamento stradale, si erge nella regione storica di Odisha un edificio dell’altezza di 30 metri sopra una solida piattaforma, con un tetto piramidale a gradoni successivamente sovrapposti. Ma sarà soltanto avvicinandosi a distanza più ridotta, che l’osservatore potrà scorgere l’eccezionale quantità di gruppi statuari e sculture in bassorilievo che si affollano su queste mura, raffiguranti in egual misura scene mitiche, momenti della vita quotidiana e posizioni tantriche direttamente estratte dal sacro repertorio del Kamasutra. Laddove nella parte più vicina al suolo, gli oltre 1.200 scultori coinvolti all’epoca della sua costruzione vennero incaricati di prevedere la forma immediatamente riconoscibile di 24 ruote finemente ornate, non tanto come raffigurazione del ciclo dell’esistenza e la natura ciclica dell’Universo. Bensì necessari componenti al fine di far muovere, in maniera metaforica se non pratica, l’intero torreggiante ammasso di muratura e pietra. Alimentando l’idea per cui tutto diventava possibile, nel distante e misterioso Oriente…
Con le loro armi energetiche, i veicoli spaziali, la capacità di cambiare aspetto e identità terrena, molti degli aspetti attribuiti alle divinità dell’Induismo avvicinano queste figure trascendenti alla moderna e molto più prosaica concezione di un popolo cosmico entrato in contatto in con gli umani, in un’epoca remota, finendo per essere venerato mediante crismi rituali e costruzioni tangibili capaci di restare intatte attraverso lo scorrere d’infinite generazioni. Così come l’idea del tutto mitologica, ma inerentemente influenzata da corrette percezioni di natura astronomica, che l’astro diurno fosse trasportato quotidianamente attorno al nostro mondo grazie all’utilizzo di un carro volante, le cui proporzioni si sarebbero probabilmente avvicinate a quelle del palazzo semovente di un sovrano. Un’idea riconducibile a quella del dio greco Elio, sostituito in questi luoghi da Sūrya (“Luce Suprema”) entità precedente addirittura all’elaborazione della Trimurti e che nei poemi epici del Ramayana e Mahabharata appare rispettivamente come il padre spirituale di Rama e di Karna. Il che rende alquanto atipica e di certo singolare, l’assenza generalizzata di templi dedicati a tale ancestrale divinità sebbene i pochi dislocati nell’intero estendersi del subcontinente figurino senz’altro tra i più massicci e notevoli di questo eterogeneo paese. Con uno, in modo particolare, utilizzato come termine di paragone nonché principale esempio sopravvissuto dell’originale scuola architettonica dello stile Nagara, tradizionalmente contrapposto a quello dravidico dell’India meridionale. Trattasi di niente meno, come avrete certamente già desunto dall’intestazione, che dell’iconico Sūrya Deul di Konark, situato in corrispondenza di un importante porto commerciale di scambio e laguna di approvvigionamento ittico del potente impero dei Ganga Orientali, capace di regnare nell’intera regione di Kalinga sulla costa Est dell’India senza sostanziali interruzioni dal V alla metà del XX secolo. Questo grazie all’opera continuativa dei depositari di una potente tradizione militare, ma anche l’abilità strategica e diplomatica di sovrani come Narasingha Deva I (r. 1238-1264) dimostratisi capaci di costituire una barriera invalicabile contro l’espandersi della sfera d’influenza politica, ed al tempo stesso quella religiosa, dei potenti Mamelucchi islamici di Delhi…
Il vermiglio Theyyam, estasi danzante delle 456 divinità indiane
Che cosa sareste disposti a perdere per essere temporaneamente di più, vivere più intensamente, provare sentimenti maggiormente intensi di qualsiasi altro abbiate mai sperimentato prima di quel momento? Non si tratta di domande superflue, né passibili di esser poste alla leggera. I praticanti dell’antica arte drammatica Theyyam, ben oltre il concetto stesso di teatro meramente usato come forma d’intrattenimento, rinunciano prima di ogni rappresentazione alla propria stessa umanità. E non sempre gli viene permesso, al termine, di ritrovarla a pieno titolo ed usarla come un compasso per ridisegnare il cerchio della propria quotidianità esistenziale. Guardateli per questo volteggiare, tramite i filtro (o forse sarebbe calzante affermare, all’interno) dei monumentali costumi utilizzati per rendere interpretare la venuta tra la gente di alcuni degli esseri supremi dell’eterogeneo subcontinente. Poiché qui siamo, è importante specificarlo, presso il Therala sulle coste del Malabar, dove la densità di Dei e dei culti a loro dedicati supera persino quella dei villaggi, permettendo la frequente associazione di un episodio mitologico alla fondazione di una singola famiglia o dinastia ormai estinta. Come viene fatto enfaticamente ricordare, con egual dose di spettacolarità e riverenza, dai mistici dervisci dall’improbabile imponenza, mentre ricevono il supremo dono di entrare in contatto diretto con colei o colui che desidera sperimentare brevemente la vita terrestre. Un approccio alla questione che potremmo definire, senza dubbio, caratterizzante; poiché il Theyyam, un termine che significa letteralmente “divino” costituisce a tutti gli effetti non soltanto un atto di venerazione, bensì la possessione sciamanica e cessazione della rilevanza dell’ego. Mentre coloro che lo effettuano diventano, per tutto il tempo necessario, dotati della capacità d’influenzare la progressione karmika degli eventi.
È una cosa estremamente memorabile a vedersi. Ciascuna delle persone incaricate di eseguire i passaggi necessari all’esecuzione del rituale ha ereditato, tramite molteplici generazioni o un continuativo impegno dimostrato a partire dall’età massima di 6 o 7 anni, le capacità necessarie a rendere l’effetto di trovarsi al cospetto di un essere pressoché onnipotente. Il che presuppone, molto prevedibilmente, una precisa e complessa preparazione, che inizia dal momento in cui, un paio di settimane prima del giorno fissato, il danzatore rigorosamente di sesso maschile si astiene dal fumo, l’alcol, i litigi o i cattivi pensieri. Comportandosi a tutti gli effetti come un asceta, mentre cerca e trova la concentrazione necessaria a trasformarsi. Il che avviene in un momento estremamente preciso, molto spesso ma non sempre parte della parte pubblica della sua esperienza: mentre osserva immobile lo specchio, pensando al proprio ruolo transitorio nell’immensità dell’Universo conosciuto o teorizzato nello scorrere dei millenni. Quando all’improvviso avverte, come da copione, di essere tremendamente prossimo a perdere il controllo…



