Argenteo è il manto dagli augusti zaffiri: fenice della giungla, custode dei suoi sospiri

Osserva, oh esploratore occasionale di Birmania, Thailandia, India e Bhutan, la piccola cascata di gemme che ondeggiando vibra ai margini del sottobosco affollato. Monadi apparenti, in verità parte di un singolo flusso, che cambiano e riflettono la luce, restituendo una cavalcata di colori cangianti. Chi ha portato simili tesori fin quassù, poggiandoli al di sopra di una stoffa di pregio? Ed è la testa di un uccello mitologico, quella che spunta dalla splendida occorrenza, ripetendo il verso sincopato: wak-wak-wak-wak… Il corto becco con la forma di un uncino. I lati glabri dietro ad esso, di un colore tendente all’arancione, sormontati da una cresta irsuta dello stesso color canna di fucile… In molti presero questa presenza come un mero sintomo del regno dove la natura regna incontrastata. Finché nel 1747, il naturalista inglese George Edwards ne fece un’illustrazione scientificamente accurata riportandone la lunghezza complessiva di 70-75 cm. Dato che Linneo stesso 11 anni dopo utilizzò nel suo Systema Naturae, coniando per questa creatura il termine binomiale di “Pavo bicalcaratum” (sic.) In altri termini, si pensò in Occidente di essere al cospetto del più piccolo pavone al mondo! Errore perdonabile a suo modo, causa l’evidente profilarsi di una convergenza evolutiva con finalità palesi. Coinvolgere ed affascinare, per quanto possibile, il distratto gentil sesso aviario, tramite l’esposizione di un tipo di scenografia portatile. Quella della coda stessa, aperta e indotta ad ondeggiare, a guisa di fantastico ventaglio incorporato. Soltanto all’inizio del XIX secolo, grazie all’opera del grande zoologo olandese Coenraad J. Temminck, tale uccello trovò un proprio genere per ospitarlo, quello dei Polyplectron, nettamente allineati col concetto di fasianidi dell’Asia Orientale. Nonché accomunati dal possesso, come sottinteso dall’etimologia greca del termine, di una pluralità di speroni in corrispondenza dei metatarsi, usati nelle competizioni tra maschi che preparano il campo per lo spettacolo che precede di poco l’accoppiamento, da condursi secondo il copione in aree pianeggianti, né troppo esposte, né totalmente prive di nascondigli. O più raramente, al fine di difendersi dall’assalto di un gatto leopardo, una martora o serpente arboricolo notturno. Sebbene come spesso capita, questi uccelli preferiscano di gran lunga la fuga, in genere condotta tramite una corsa rapida nel sottobosco d’appartenenza. Non trattandosi in effetti di volatori particolarmente esperti, né rapidi a staccarsi dal proprio posatoio di pertinenza…

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Diecimila volano nel grande rituale della danza simbolo del popolo dei Boro di Assam

La gioia per l’avvicinarsi della primavera è un vortice cangiante di colori rosa, verdi ed arancioni. Forme che volteggiano sull’erba dello stadio, disegnando arcane contingenze, dove braccia imitano il moto ripetuto delle ali di farfalle o uccelli: è il simbolo vivente di un terreno naturale che riesce a evolversi, cambia il proprio aspetto e infine si trasforma. Diventando il grande pozzo delle aspettative da cui vasto gruppo di persone attinge per corroborare le proprie speranze, in cerca di un domani migliore. Assurto a spinta motivazionale identitaria soprattutto a partire dagli anni ’50 dello scorso secolo, la danza Bagurumba dei Boro è un particolare approccio artistico e interpretativo la cui origine si perde nel succedersi dei lunghi secoli trascorsi. Nell’estremo nord-est dell’India, in quell’Assam situato ai piedi delle alte montagne tibetane, dove fitti boschi collinari furono da lungo tempo intercalati da villaggi placidi dove la vita procedeva in base ai ritmi prospettati dalle persone. Trovando l’occasione di essere espletata soprattutto durante l’occorrenza imprescindibile del Bwisagu celebrato a metà aprile, ma anche per il Magw Domasi d’inizio gennaio, corrispondente alla festività del resto dell’India dell’Uttarāyana dedicata la culto di tutte le divinità. Ed è proprio al palesarsi di tale opportunità che nell’arena sportiva di Guwahati, presso l’area metropolitana di Sarusajai, all’inizio di questo 2026 la gente è accorsa per un’occasione più unica che rara: l’esecuzione collettiva alla presenza di alti dignitari e lo stesso Primo Ministro Modi di una grande danza Bagurumba, capace di coinvolgere la partecipazione diretta di oltre 10.000 giovani donne, non soltanto discendenti dell’etnia locale ma anche provenienti dai vicini stati del Nepal, Bengala Occidentale e Nagaland. Un’impresa titanica a suo modo, preparata mediante la partecipazione di 25 istruttori esperti incaricati di trasmettere le proprie conoscenze a 400 altre persone, a loro volta usate come tramite verso l’impressionante moltitudine dei partecipanti. Per una scena risultante in grado di creare l’illusione che il cielo il mare stessi fossero animati dalle loro controparti umane, discendenza pratica e palese di un punto di contatto ininterrotto tra società e natura. Ciò come importante effetto collaterale, posto al culmine di un lungo percorso d’integrazione che ha visto la popolazione locale frammentata ormai da decadi in un gruppo di organizzazioni militanti e separatiste. Cui il governo, supportando questa iniziativa, tenta di anteporre il grande spirito di unione in grado di portare nuovamente innanzi ciò che è stato fin da sempre il metodo per convogliare assieme il singolare intento associativo di coloro che discendono da un asse culturale indiviso. Almeno in linea di principio, indivisi innanzi alle tribolazioni di un’area geografica dalla storia tutt’altro che lineare…

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Giù nel cyberspazio con Lu Yang, poeta del caleidoscopico transumanismo dell’ultima Era

Attraverso il trascorrere dei giorni e delle ore, seduti saldamente innanzi ad uno schermo, mouse e tastiera, può talvolta capitare. Che la coscienza venga risucchiata dentro il flusso delle informazioni, assieme al senso dell’identità latente che costituirebbe in base alle precipue discipline l’anima transiente delle persone. Nel ciclo senza fine di vita e non-esistenza, Samsara dell’oceano di pixel e infinitesimali piegature della materia efficaci nel superamento degli antichi limiti della memoria. Oltre i metodi biologici e persino ciò rientra nella semplice speculazione, là dove la mente può essere soltanto eterea ed in conseguenza di ciò, assoluta… Ed in conseguenza di ciò, condivisa. Questo è il flusso e tale la più estrema iterazione, di un tipo di cultura post-moderna in grado di trascendere le chiare geometrie create da coloro che hanno tratteggiato l’effettiva traiettoria psichica dell’esistenza. Psicologi, neurologi, studiosi del sistema d’interconnessione tra le cellule che aleggiano nell’interstizio tra Universi, non possiedono il segreto necessario per capirlo. Poiché poche sono le persone in grado di sperimentarlo! E ancora meno, quelle che possiedono allo stesso tempo la capacità dialettica opportuna per tradurlo in termini evidenti, il che va oltre la semiotica e sconfina nello spazio iperboreo ed ineffabile del meta-linguaggio. Arte, in altri termini, fornita dell’aspetto implicito di quanto scaturisce dalla non-officina totalmente virtuale di creativi come Lu Yang/Doku, entità umana nata a Pechino nel 1984, formatasi ad Hangzhou per poi trasferirsi nella Tokyo tentacolare, immensa, incomprensibile fontana variopinta che incamera e traduce le molteplici correnti odierne. Così come il veicolo creato da egli, senza un sesso ed una nazionalità precise, priva/o di una biografia ufficiale, in assenza di dettagli espliciti in merito ai propri trascorsi oltre le limitate informazioni già delineate. Poiché: “Nel mondo di Internet è possibile spostarsi oltre i limiti, lasciando dietro di se i stringenti limiti della materia” afferma tramite l’impiego pressoché esclusivo di algoritmi per la traduzione, onde rispondere alle domande d’intervistatori internazionali. Il che non è altro che un preliminare accenno, quasi riduttivo, alla portata olistica del suo metodo espressivo d’artista.
Che potremmo situare nella surreale confluenza, come di affluenti di un singolo corso ponderoso, sopra tre pilastri spesso visti come unici ed al tempo stesso in contrapposizione: la scienza medica per quanto concerne l’anatomia, la cosmologia buddhista ed il metodo espressivo della cultura manga ed anime, in cui ogni cosa viene analizzata soprattutto in funzione di ciò che sembra e quello che può effettivamente rappresentare. Punto di partenza, quest’ultimo, soltanto in apparenza privo di un sostrato di complessità latente. Poiché permette di osservare e commentare il mondo da ogni faccia del diamante traslucido, posizionato al centro indiscutibile dell’Universo stesso…

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La seducente danza gravitazionale dell’uccello africano fluttuante

Quando il pregio coreografico di una sequenza del movimento dei corpi alberga nella staticità, piuttosto che il dinamismo? La risposta, in questo caso, è rintracciabile direttamente nell’approccio umano a una determinata attività del mondo: il volo, e tutto ciò che lo circonda. Pensate a un elicottero, immobile nel cielo mentre l’equipaggio si avvicenda nel portare soccorso. O la formazione di aeroplani di una pattuglia acrobatica, ciascuno dei quali reciprocamente equidistante dall’ombra inamovibile dei propri compagni. Poiché le macchine create con un approccio tecnologico potranno anche operare in modo prevedibile, ma ciò non resta valido per quanto riguarda il vento, la pressione atmosferica, la resistenza dell’attrito latente. Il fatto, poi, che una simile classe d’imprese rientri nel quotidiano per imenotteri, libellule, farfalle e persino colibrì, permette di comprendere istintivamente la notevole portata dell’evoluzione e quanto sia efficace nel raggiungere quel tipo di perizia, quanto meno per creature dalle dimensioni relativamente contenute. Esiste d’altro canto almeno un caso, originario del più antico continente al di sotto del deserto del Sahara, di un volatile della grandezza pari a quella di un passero dei nostri lidi europei. La cui dote comportamentale maggiormente caratterizzante può indentificarsi, al sopraggiungere della stagione degli accoppiamenti, in un particolare approccio alla seduzione della partner. Consistente nel posizionarsi con agili battiti all’altezza del suo sguardo, equilibrista consumato tra la terra ed il cielo. Con battiti precisi delle ali bianche e nere, un ritmo esatto ed ampiamente collaudato; mentre la sua coda lunga cinque volte l’estensione del corpo, composta da cupe piume appuntite, si aggroviglia volteggiando su se stessa in una reiterata progressione dei diversi momenti. Da cui il nome in lingua inglese di Pin-tailed Whydah o “Vedova dalla coda a spillo”, che diventa in italiano “domenicana” in riferimento alla tenuta contrastante di quel particolare ordine religioso. Il che può giungere a costituire, in effetti, un fraintendimento di massima, poiché l’iconica livrea di quel passeriforme completa di becco arancione fiammante, così efficacemente rappresentata in innumerevoli testi di approfondimento, è in realtà un prodotto specifico raggiunto dai soli maschi in “quel” particolare periodo dell’anno. Laddove il marcato dimorfismo che rende la femmina di un colore fulvo tendente al marrone scuro, in effetti si rispecchia a pieno titolo anche nei loro potenziali consorti per il resto dell’anno. Una soluzione molto pratica, al problema sempre attuale del mimetismo…

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