Attraverso il trascorrere dei giorni e delle ore, seduti saldamente innanzi ad uno schermo, mouse e tastiera, può talvolta capitare. Che la coscienza venga risucchiata dentro il flusso delle informazioni, assieme al senso dell’identità latente che costituirebbe in base alle precipue discipline l’anima transiente delle persone. Nel ciclo senza fine di vita e non-esistenza, Samsara dell’oceano di pixel e infinitesimali piegature della materia efficaci nel superamento degli antichi limiti della memoria. Oltre i metodi biologici e persino ciò rientra nella semplice speculazione, là dove la mente può essere soltanto eterea ed in conseguenza di ciò, assoluta… Ed in conseguenza di ciò, condivisa. Questo è il flusso e tale la più estrema iterazione, di un tipo di cultura post-moderna in grado di trascendere le chiare geometrie create da coloro che hanno tratteggiato l’effettiva traiettoria psichica dell’esistenza. Psicologi, neurologi, studiosi del sistema d’interconnessione tra le cellule che aleggiano nell’interstizio tra Universi, non possiedono il segreto necessario per capirlo. Poiché poche sono le persone in grado di sperimentarlo! E ancora meno, quelle che possiedono allo stesso tempo la capacità dialettica opportuna per tradurlo in termini evidenti, il che va oltre la semiotica e sconfina nello spazio iperboreo ed ineffabile del meta-linguaggio. Arte, in altri termini, fornita dell’aspetto implicito di quanto scaturisce dalla non-officina totalmente virtuale di creativi come Lu Yang/Doku, entità umana nata a Pechino nel 1984, formatasi ad Hangzhou per poi trasferirsi nella Tokyo tentacolare, immensa, incomprensibile fontana variopinta che incamera e traduce le molteplici correnti odierne. Così come il veicolo creato da egli, senza un sesso ed una nazionalità precise, priva/o di una biografia ufficiale, in assenza di dettagli espliciti in merito ai propri trascorsi oltre le limitate informazioni già delineate. Poiché: “Nel mondo di Internet è possibile spostarsi oltre i limiti, lasciando dietro di se i stringenti limiti della materia” afferma tramite l’impiego pressoché esclusivo di algoritmi per la traduzione, onde rispondere alle domande d’intervistatori internazionali. Il che non è altro che un preliminare accenno, quasi riduttivo, alla portata olistica del suo metodo espressivo d’artista.
Che potremmo situare nella surreale confluenza, come di affluenti di un singolo corso ponderoso, sopra tre pilastri spesso visti come unici ed al tempo stesso in contrapposizione: la scienza medica per quanto concerne l’anatomia, la cosmologia buddhista ed il metodo espressivo della cultura manga ed anime, in cui ogni cosa viene analizzata soprattutto in funzione di ciò che sembra e quello che può effettivamente rappresentare. Punto di partenza, quest’ultimo, soltanto in apparenza privo di un sostrato di complessità latente. Poiché permette di osservare e commentare il mondo da ogni faccia del diamante traslucido, posizionato al centro indiscutibile dell’Universo stesso…
Amante, tra le altre cose, dei videogames Lu Yang si è detta in precedenza affascinata dal modo in cui vivere esperienze attraverso un alter ego digitale possa costituire l’efficace alternativa a farlo in prima persona, come punto di partenza per l’esplorazione di nuovi contesti fisici e regioni inesplorate della conoscenza. Assioma, quest’ultimo, fin da subito implicato nelle sue espressioni concettuali, che l’hanno vista debuttare negli anni 2010 con due studi sulla musica posta in relazione con l’impulso elettrico del moto dei corpi: Zombie Music Box, basato sui cadaveri di rane da laboratorio fatti muovere in base a una melodia, e DBS Remote Controller for Krafttremor, le cui note scaturivano in modo improbabile dall’impiego di strumenti utilizzati per contrastare gli involontari impulsi muscolari del morbo di Parkinson. Per poi muoversi dal regno delle idee isolate al persistente metodo espressivo della cultura Pop contemporanea, producendo nel 2014 il primo avatar della sua carriera d’arista, denominato Uterusman. Supereroe dallo stile fumettistico ed iconico, la cui posa cruciforme vuole alludere all’incidentale somiglianza tra il corpo umano e l’organo riproduttivo fondamentale dell’apparato femminile, mentre il veicolo impiegato per spostarsi è un’osso pelvico sovradimensionato con la “coda” vertebrale che s’inclina all’indirizzo dei suoi nemici. Concetti espressi attraverso l’utilizzo dei metodi espressivi preferito dall’artista, inclusivi di cortometraggi misti in computer-graphic e sofisticate installazioni interattive, capaci di riempire spazi museali con dei veri e propri cabinati da videogame. Stesso approccio tecnico impiegato nei due anni successivi, con creazioni come Wrathful King Kong Core, mirato a giustapporre il funzionamento dell’amigdala con le molteplici braccia armate di un demone iracondo delle discipline orientali e Delusional Mandala, sequenza in cui la sua intera vita viene riassunta dalla nascita alla morte come una serie d’impulsi veicolati da uno strumento RTMS di stimolazione cerebrale profonda, fino alla dipartita ed il trasporto della salma su un fantasmagorico carro funebre/camion dekotora, alludendo possibilmente al proseguimento della coscienza oltre i limiti della mera esistenza biologica. Spostandosi verso l’ambito teorico dell’Inferno e della legge del contrappasso karmimo mediante Delusional Crime and Punishment (2016) un tema ulteriormente analizzato nel progetto The Great Adventure of Material World (2019) in cui un personaggio interpretato dal fruitore tramite l’impiego di controlli interattivi deve attraversare i molteplici e spesso contraddittori stati dell’esistenza. Ciò finché durante l’epoca del Covid, mentre si recava a Parigi per una mostra presso il Centro Pompidou dell’arte contemporanea, Yu Yang sperimenta un momentaneo incidente a bordo di un aeroplano che stava attraversando un temporale. Mentre tutti i passeggeri gridano terrorizzati, temendo per la propria vita, egli realizza che la vita è una condizione fondamentalmente solitaria, in cui è impossibile mediare i propri sentimenti e interfacciarsi in modo sostanziale con le angolazioni contrapposte delle controparti. Da qui scaturisce Doku, ulteriore personificazione digitalizzata, questa volta iperrealistica tramite l’applicazione del motion capture fisico e facciale, il cui nome (独我) allude allo stato dell’ego isolato che ambisce come ultimo scopo al vuoto della non-vita. Così trasferita in questo corpo immaginifico l’artista danza con costumi immaginifici in una serie di sequenze che esplorano gli strati successivi del ciclo delle reincarnazioni: inferno, fantasma affamato (in sanscrito: preta) animale, asura ed infine, paradiso. Ciò sempre attraverso l’incomparabile applicazione di installazioni videografiche con ampi schermi, musica correlata e stazioni d’interfaccia utilizzabili dai visitatori delle sue mostre realizzate in alcuni dei musei più prestigiosi al mondo. Dimostrando come la trasformazione dei modelli sia sempre possibile, quando il punto di partenza è veicolato da perizia sufficientemente elevata.
Guidato innanzi dichiaratamente dal principio filosofico del neti neti (Né questo, ne quello) Lu Yang/Doku parla dunque tramite il linguaggio dei gesti e dei movimenti, mostrando come l’abbandono dei metodi semiotici acclarati possa permettere a un messaggio di attraversare molteplici culture, non importa quanto atipico ed astruso possa essere il suo contenuto. Il che rientra a pieno titolo tra i fondamenti stessi della cultura del transumanismo, il superamento dei meri limiti biologici per aspirare in qualche modo all’immortalità. Della semplice coscienza se non addirittura, il corpo stesso, così come nella teoria cybernetica e il concetto dell’androide creato da sistemi successivi alla mera evoluzione dei fenotipi biologici inerenti.
E non è forse questa, in ultima analisi, la lezione più importante che possiamo trarre dalla caotica sovrapposizione delle informazioni odierne? Che l’essenza stessa della vita possa essere compresa tramite i suoi effetti, come avviene per le particelle quantistiche. Soltanto grazie a una strumentazione futuribile che accresce la portata delle interconnessioni neuronali. Brevissime scintille, per il resto pregne di significato, nell’oscura indifferenza del grande vuoto che assedia il nostro transitorio istante di pertinenza.


