La gioia per l’avvicinarsi della primavera è un vortice cangiante di colori rosa, verdi ed arancioni. Forme che volteggiano sull’erba dello stadio, disegnando arcane contingenze, dove braccia imitano il moto ripetuto delle ali di farfalle o uccelli: è il simbolo vivente di un terreno naturale che riesce a evolversi, cambia il proprio aspetto e infine si trasforma. Diventando il grande pozzo delle aspettative da cui vasto gruppo di persone attinge per corroborare le proprie speranze, in cerca di un domani migliore. Assurto a spinta motivazionale identitaria soprattutto a partire dagli anni ’50 dello scorso secolo, la danza Bagurumba dei Boro è un particolare approccio artistico e interpretativo la cui origine si perde nel succedersi dei lunghi secoli trascorsi. Nell’estremo nord-est dell’India, in quell’Assam situato ai piedi delle alte montagne tibetane, dove fitti boschi collinari furono da lungo tempo intercalati da villaggi placidi dove la vita procedeva in base ai ritmi prospettati dalle persone. Trovando l’occasione di essere espletata soprattutto durante l’occorrenza imprescindibile del Bwisagu celebrato a metà aprile, ma anche per il Magw Domasi d’inizio gennaio, corrispondente alla festività del resto dell’India dell’Uttarāyana dedicata la culto di tutte le divinità. Ed è proprio al palesarsi di tale opportunità che nell’arena sportiva di Guwahati, presso l’area metropolitana di Sarusajai, all’inizio di questo 2026 la gente è accorsa per un’occasione più unica che rara: l’esecuzione collettiva alla presenza di alti dignitari e lo stesso Primo Ministro Modi di una grande danza Bagurumba, capace di coinvolgere la partecipazione diretta di oltre 10.000 giovani donne, non soltanto discendenti dell’etnia locale ma anche provenienti dai vicini stati del Nepal, Bengala Occidentale e Nagaland. Un’impresa titanica a suo modo, preparata mediante la partecipazione di 25 istruttori esperti incaricati di trasmettere le proprie conoscenze a 400 altre persone, a loro volta usate come tramite verso l’impressionante moltitudine dei partecipanti. Per una scena risultante in grado di creare l’illusione che il cielo il mare stessi fossero animati dalle loro controparti umane, discendenza pratica e palese di un punto di contatto ininterrotto tra società e natura. Ciò come importante effetto collaterale, posto al culmine di un lungo percorso d’integrazione che ha visto la popolazione locale frammentata ormai da decadi in un gruppo di organizzazioni militanti e separatiste. Cui il governo, supportando questa iniziativa, tenta di anteporre il grande spirito di unione in grado di portare nuovamente innanzi ciò che è stato fin da sempre il metodo per convogliare assieme il singolare intento associativo di coloro che discendono da un asse culturale indiviso. Almeno in linea di principio, indivisi innanzi alle tribolazioni di un’area geografica dalla storia tutt’altro che lineare…
Lungamente associata, sebbene in modo trasversale tutt’altro che obbligatorio, al culto religioso della dea Mainao, figlia di Bathoubwrai il Creatore dell’universo, la danza Bagurumba il cui nome significa letteralmente “danza degli uccelli” rappresenta anche un metodo espressivo informale attraverso cui le giovani possono incontrarsi e gioire collettivamente dell’arrivo della stagione migliore. Ciò detto, in base a un codice preciso che prevede un determinato accompagnamento musicale, essa è anche una tradizione stimata, il cui sovvertimento potrebbe costituire una minaccia per lo stesso spirito identitario di Assam. Così al suono di strumenti quali il Sifung, un lungo flauto di bambù, il Serja, una sorta di violino primitivo a tre corde, la Gongwna, idiofono da bocca simile allo scacciapensieri, e vari apparati a percussione tra cui cimbali, blocchi di bambù e attrezzi di legno, le partecipanti avanzano comunemente al centro di una piazza in file ordinate, per poi disporsi nella forma di un cerchio, parallelepipedo o altra disposizione del tutto simmetrica e centrale nello spazio a disposizione. Allorché iniziando a muoversi all’unisono, alzano le braccia e volteggiano, accentuando i movimenti grazie all’uso della sciarpa jwmgra e/o lo scialle aronai, spesso delle creazioni tessili realizzate mediante l’esperta manualità di artigiani locali. Così come l’abito dai colori vivaci dokhna, strettamente avvolto attorno al corpo, i cui ricami sono diventati, nel corso degli anni, uno dei simboli dominanti della stessa cultura dei Boro. Il canone esecutivo, che non prevede alcuna narrazione di un mito o evento specifico, incorpora un mero testo cantato in modo ripetuto che evoca ed annuncia la danza stessa: “Bagurumba, oh dolce Bagurumba. / Danzi come il vento, danzi come l’aria, / muovi il corpo con grazia, con dolcezza, / muoviti lentamente, con armonia.” Parole risalenti, in base a una leggenda possibilmente creata nei tempi moderni, alla giovane Damchikpa innamorata di un certo Braima, dal nome vagamente assonante a quello del divino Bathoubwrai, benché non sembrino sussistere fonti su Internet in merito alla storia esatta della loro vicenda amorosa.
Meno fondamentale, benché tenuta in alta considerazione, l’allineamento dei valori simbolici della Bagurumba con quelli professati dalla religione del Bathuismo praticato dai Boro, in cui la simmetria geometrica simboleggiata dall’albero sacro di siju (Euphorbia milii var. splendens) con le sue cinque diramazioni (bando) rispecchia gli altrettanti momenti essenziali nella vita delle persone: la nascita, la pace, il matrimonio, il dolore e infine la morte. Capitoli attraverso cui il ciclo dei mesi e lo scorrimento ininterrotto dei processi latenti riesce ad accompagnarci liberandoci dalla prigione dell’ego, così come un momento di profonda aggregazione può agevolare il transito al di là delle preoccupazioni e rigide catene delle incombenze terrene.
Preziosa, in tal senso, l’iniziativa assamita e non soltanto da un punto di vista propagandistico mirato a dimostrare un’unità multi-etnica che a più livelli e assai probabilmente, rappresenta ad oggi più un’ideale programmatico che un effettivo fatto compiuto. Giacché permette al popolo di far conoscere all’intero mondo fertile un qualcosa di cui vanno giustamente fieri, ed usano da tempo immemore col fine di riconfermare a loro stessi l’esistenza imprescindibile di determinate strutture di ragionamento. Tra cui l’amore nei confronti della grazia e l’eleganza innate, così perfettamente rappresentate dalla farfalla eponima, quanto da coloro che tanto si applicano nell’evocarne le inconfondibili movenze. Oltre i confini permeabili dello spazio e del tempo, creando fili sottilissimi d’interconnessione con lo strato divino della conoscenza. Per quanto sia possibile riuscire a farlo, grazie al potenziale in apparenza illimitato dell’arte performativa, dal pregno significato filosofico inerente.


