Cento statue in mezzo ai petali della pagoda, che sovrasta come un ananas il vecchio tempio di Changzhou

Cruciale nell’estetica del gusto trasversale dell’Estremo Oriente, è la commistione sincretistica d’influenze provenienti da passato, presente e futuro. Quasi come se il concetto di una linea temporale fosse secondario nei confronti della percezione olistica dell’Universo, percepito tramite il poliedrico strumento della mente umana. Scalinata che conduce gradualmente lungo l’effettiva comprensione dei modelli trasversali, non soltanto quelli artistici ma il fondamento stesso di una pratica filosofia di vita. Ciò che satura e pervade le venerazioni, concepite al fine sostanziale di raggiungere la pace che deriva dalla trascendenza della mente stessa. Per questo un tempio dedicato a Buddha ed i suoi molti aspetti può riuscire a trasformarsi, ancor prima che un luogo di pace dedicato al Tutto, nel culmine del tutto sensoriale di una vera e propria esperienza. Dalla giustapposizione si raggiunge l’empatia. E da questa, se guidati nella giusta direzione, la saggezza? Giudicate un po’ voi. Mettendovi nei panni di un visitatore che, raggiunta la Cina orientale di uno dei principali centri urbani prossimi alla vecchia “capitale del Sud” Nanchino, ovvero la città portuale di Changzhou, potrebbe scorgere al di sopra dello skyline fatto d’imponenti grattacieli cubici e altri arredi parametrici dei tempi odierni, qualcosa sulla via di Yancheng che può essere paragonato molto facilmente a un ananas di 91,9 metri, o pigna che indica convintamente tra le regioni dell’azzurro cielo soprastante. In cui ogni spazio per i semi è adibita a residenza di una singola statua dorata; l’espressione pacifica e distante, gambe conserte e mani giunte, l’acconciatura che ricorda vagamente il profilo di una montagna. Resta indubbio in tali circostanze come la condivisione di nozioni possa essere la chiave della comprensione del contesto. Per cui un sinologo che abbia esperienza delle propensioni iconografiche locali, non tarderà di certo ad identificare tale oggetto con il fiore che dal fango nasce al fine di raggiungere la perfezione delle forme, il loto (gen. Nelumbo). E colei che tanto fieramente si palesa in plurima sequenza lungo il suo cilindrico schema reticolato, niente meno che la dea Guanyin/Avalokiteśvara, salvatrice dalla sofferenza, accompagnatrice di coloro che la venerano verso l’ulteriore stato della consapevolezza che conduce alla suprema pace interiore. L’entità che abbraccia questo mondo e riesce a farlo grazie ad una compassione senza limiti, così efficientemente declinata in una moltitudine di braccia, volti e manifestazioni. Una valida fonte d’ispirazione, nella persistente verità dei fatti, per ornare gli ampi spazi sacri ad ella dedicata con la moltitudine di statue in grado di rappresentarla. Laddove l’aspetto esterno non è altro che un anticipo, delle impressionanti meraviglie custodite entro le mura del rivisitato Bǎo Lín Sì (宝林寺) o Tempio della Foresta del Tesoro a Changzhou…

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Legittimo un tributo, se scarseggia il sostituto. Amara è la salvezza del peponide bitorzoluto

A suo tempo reso popolare, sul principio del millennio, dal titolo di una delle migliori nonché maggiormente eclettiche serie animate sui samurai del celebrato autore Shinichirō Watanabe, il termine in dialetto okinawese chanpurū (チャンプルー) che vuol dire “mescolare”, viene udito spesso dagli stranieri in un contesto ben preciso, quello dei ristoranti che operano presso i luoghi turistici sulla temperata isola nel Pacifico all’estremità dell’arcipelago giapponese. Riferito a quello che potrebbe risultare, nel vasto ricettario di un simile luogo amato dai gourmand, il piatto che più di ogni altro rappresenta la costellazione d’ingredienti tipici di tale terra emersa, costituito da una mescolanza ad arte di tofu combinato con pesce o carne, uovo e almeno un tipo di verdura che soverchia l’eventuale scelta di qualsiasi altra: gōyā ゴーヤ ovvero ciò che il resto del Giappone chiama in modo semplice nigauri (苦瓜) il “melone amaro”. Che non è nei fatti propriamente un semplice melone, bensì… Immaginiamo dunque come nella ricorrenza del calendario dedicata a questo frutto, corrispondente al primo giorno della seconda settimana di maggio, perché ゴ vuol dire cinque, mentre ヤ si riferisce al numero otto, per l’allineamento delle stelle il verde oggetto emerga all’improvviso e come per magia dal piatto. Non più tagliato in plurime sezioni toroidali, bensì verticalmente eretto in senso perpendicolare, la forma oblunga e la sua buccia surreale che potrebbe ricordare la pelle verrucosa di un batrace in silenziosa attesa. Quanti fuggirebbero, a quel punto, di fronte ad un tale visione! Che anche per gli avvezzi, appare degno di essere paragonato a un qualche tipo di creatura tentacolare ed aliena. Ancorché nulla in questo tipo di pietanza debba necessariamente contenere implicazioni…Ostili, fatta forse l’eccezione per lo scoglio qualche volta insuperabile del gusto acquisito. In un mondo culinario, quello dell’Estremo Oriente, dove il quinto dei sapori, e tanto spesso il meno amato, viene attivamente perseguito tramite l’impiego d’ingredienti dalle origini del tutto naturali. Tra cui la zucca misteriosa della Momordica charantia rappresenta, in mezzo a molte alternative il più potente e imprescindibile e temuto dai non iniziati. Un amaro che non resta sullo sfondo, ma piuttosto sorge all’improvviso e ripetutamente aumenta, ad ogni morso, permanendo anche al completamento del boccone.
Come un concentrato traboccante di radicchio, moltiplicato mille volte. Lasciandoci il dovere di sottolineare come la vera gōyā, quando viene consumata senza tecniche per mitigarla, se non si è cresciuti abituandosi per gradi ad una simile potenza, è una pietanza consigliata solo ai coraggiosi della tavola imbandita. E non soltanto quella…

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L’intreccio ereditario del passero che occulta le sue uova dentro un dedalo costruito su misura

Frutti anomali che crescono in maniera indifferente sopra salici, pioppi ed ontani. Di color grigio-marrone, la scorza solida e compatta, la forma vagamente simile ad un otre. La cui imboccatura superiore, ripiegata verso il basso, sembra sottintendere l’occupazione interna da parte di una qualche mistica o bizzarra creatura. Teoria che si realizza, all’apice della stagione, quando un cinguettio indistinto accompagna la comparsa dove il ramo incontra quell’oggetto di un uccello lungo una decina centimetri, dalla vistosa mascherina nera che circonda gli occhi intenti a valutare la presenza di un pericolo eventuale. Come il verme della mela, può sembrare, finché il partner della piccola creatura non arriva a fargli visita, con un ciuffo di lanugine ben stretto nel suo becco simile alla punta di una matita. Che accuratamente preme, quindi inizia ad intrecciare sull’oggetto pendulo in base a un qualche tipo di progetto iscritto a chiare lettere nella propria immaginazione. Cosa costruita e non dalla genetica del condominio vegetale che la ospita, dunque, tale massa globulare si agita per pochi attimi nel vento. Ed è allora che la femmina decolla, mentre il maschio dalla colorazione lievemente più marcata, scivolandogli al di sotto, scompare nelle tenebre all’interno.
Tutti gli animali, nel corso della propria esistenza, compiono i precisi passi di un qualche tipo di danza. Questo è quello che s’intende quando viene menzionata l’effettiva “strategia evolutiva” dei loro metodi finalizzati alla sopravvivenza, che può consistere in precise serie di movenze attentamente calibrate nel momento della caccia, per garantirsi la riproduzione o mettere al sicuro le sorti della prossima generazione. Quest’ultima, in effetti, la categoria entro cui figurano i Remizidi, famiglia di passeriformi con esempi negli ecosistemi dei tre continenti del Vecchio Mondo. Ciò sebbene qui da noi, per antonomasia sia comune riferirsi ad essi per il tramite del cosiddetto pendolino eurasiatico (Remiz pendulinus) il cui nome descrittivo fa riferimento, per l’appunto, alla forma notevole di quel notevole e del tutto impenetrabile rifugio per la nidiata. Una costruzione tanto solida, in effetti, che nel XVI e XVII secolo esistono attestazioni in paesi dell’Est Europa di madri umane che recuperato il volatile costrutto ne avevano lievemente adattato la forma, così da utilizzarlo a guisa di pantofole per i propri bambini. Circostanza, quella della predazione e cattura da parte di noialtri, difficilmente scongiurabile da chi costruisce in bella vista i propri sistematici capolavori. Nella ragionevole certezza, parimenti, di poter soprassedere alla furtività, riuscendo a fare affidamento ad un diverso tipo di contromisure situazionali…

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La virtuosa del cemento che riesce a trasportare in una stanza la Grande Muraglia Cinese

Il concetto percepito in modo trasversale dal senso comune, che vede la preponderante maggioranza della popolazione mondiale concentrata in un’area che racchiude Cina, India e le regioni monsoniche dell’Asia Meridionale, può tendere ad avere un chiaro effetto nella diffusione dei contenuti lungo i fiumi digitalizzati dell’informazione internettiana. Là dove i numeri contano e non solo da un punto di vista metaforico, quanto nel funzionamento di algoritmi matematici capaci di decidere cosa debba essere visto, e da chi. Ecco la maniera in cui determinati gesti creativi, compiuti da rappresentanti della nuova generazione degli artisti procedurali, tendono a fuoriuscire dal recinto limitato dei confini nazionali, trascendendo il semplice contesto che ne aveva consentito i natali. Così tecniche fortemente collegate ad un particolare aspetto dell’estetica territoriale, giunte sugli schermi più distanti, assumono significati totalmente nuovi e avveniristici, persino rivoluzionari. Questo il sentimento e tale il tono dei commenti relativi all’opera dell’autrice di murales Xiao Qi, nome che potrebbe costituire uno pseudonimo, originaria della città cinese di Chongqing, famosa per i propri alti grattacieli e il dislivello che la porta a svilupparsi su molteplici livelli sovrapposti. Meraviglia dell’architettura ed urbanistica contemporanea, nonché possibilmente il punto di partenza per una passione in grado di riempire, in senso pratico, gli spazi vuoti. Avete presente? Le ampie pareti bianche, scarne e impersonali, nelle grandi residenze o negli atri delle sedi aziendali, dove la mancanza di calore può suscitare un momentaneo senso di smarrimento nel cuore inquieto dei visitatori. Ed è proprio qui che operano i produttori di 浮雕壁画 (fúdiāo bìhuà) ovvero “murales a rilievo” concetto solo in apparenza vago, in grado di assumere alla confluenza dei fiumi Azzurro e Jialing un significato estremamente particolare. Oltre ad un costo, s’intende, in grado di raggiungere l’equivalente di migliaia di euro per i pezzi di maggiori dimensioni e pregio. Facendone di tale attività un campo di specializzazione proficuo, come desumibile dal canale ufficiale su DouYin (TikTok) dell’artista dove i primi tre video campeggiano con i thumbnail che offrono specifiche di contatto, per prenotare opere o lezioni della titolare. Esperta ed attrezzata praticante, non per niente incensata da letterali milioni di follower, di quella che può essere soltanto descritta come la perfetta unione tra cemento, pittura e scultura di finestre virtuali sulle meraviglie paesaggistiche ed architettoniche del suo vasto paese…

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