Se c’è un’epoca iniziale in cui le connessioni trasversali tra i diversi paesi europei ebbero modo di trovare un solido fondamento, tramite interscambi culturali, alleanze familiari e trasferimenti di competenze appartenenti a regioni distanti, questa può essere di certo collocata attorno all’apice dell’Ancien Régime, quando le grandi dinastie monarchiche, spesso connesse o imparentate tra di loro, invitavano le rispettive proli a unirsi in matrimonio, ponendo in essere i funzionali presupposti sovranazionali del cosiddetto Diritto Divino. Così il monarca Carlo III di Borbone, già re di Napoli e della Sicilia, in qualità di quarto figlio di Filippo V di Spagna fu chiamato nel 1759 a trasferirsi nell’iberico luogo di provenienza al decesso senza eredi dello zio Ferdinando VI. Ereditando pressoché all’istante le stratificate problematiche di un paese con diversi conflitti militari in corso, una situazione di politica interna complessa ed almeno un significativo progetto personale: la rifinitura del grande palazzo d’estate di Aranjuez poco fuori Madrid, lungo le rive del fiume Tago, rimasto seriamente danneggiato da un grave incendio 10 anni prima. Costruito in epoca asburgica da Filippo II, su modello e con la partecipazione degli stessi architetti del monastero dell’Escorial, e negli ultimi tempi laboriosamente riallestito nei propri interni, applicando il gusto estetico del roboante Barocco di quegli anni, guidato dalla larga fama dell’imprescindibile reggia di Versailles. Sovrano esperto in più di un senso, sapiente ed illuminato, Carlo III seppe dimostrare fin da subito come il governo del suo regno fosse destinato a svolgersi tramite la moderna disciplina della fisiocrazia, un principio contrapposto al mercantilismo che vedeva il sovrano come demiurgo legalmente incontrastato del meccanismo nazionale, imperniato su agricoltura, industria e scambio di beni. E l’efficienza del regno in qualità di conseguenza dello stato di salute del suo “corpo” metaforico, così come teorizzato già oltre un secolo prima dal filosofo britannico T. Hobbes. Ma poiché il funzionamento di ciascun organo a ben poco serve, senza una mente fervida e capace di sognare il prestigio dei grandi, ad egli viene attribuito il compito collaterale di trasformare il tardo stile Rococò spagnolo in qualcosa di profondamente ed innegabilmente Diverso. La letterale costruzione di una sfera immaginifica dove gli ambasciatori, i funzionari ed i rappresentanti dei nobili potessero trovarsi affetti da stupore e ammirazione, così come appariva giusto nel giungere al cospetto del proprio sovrano.
Fortunatamente, il quarantenne cresciuto in Italia disponeva di un potente strumento a tal fine: le maestranze dell’officina che lui stesso aveva fatto costruire, in quel di Napoli, con il nome celebrato di Real Fábrica de Porcelana del Buen Retiro. 53 operai specializzati e tre navi cariche delle attrezzature necessarie a creare, plasmare e porre in opera quel materiale pregiato e fragilissimo, simbolo di un grado di prestigio accessibile soltanto alle classi di livello più alto. Guidati dalla figura quasi leggendaria di Giuseppe Gricci, già dimostratosi capace di applicare il proprio armamentario pochi anni prima nella costruzione di un perfetto luogo dei sogni, noto come il salottino di porcellana di Maria Amalia di Sassonia a Capodimonte. Allorché sembrò del tutto naturale che a vantaggio del suo stesso monarca, già committente di molteplici lavori, costruisse un qualcosa di ancor più assurdo e formidabile sotto qualsiasi aspetto…
La stanza più notevole dell’Aranjuez si trova dunque situata in corrispondenza dell’angolo nord-est del palazzo, in quello che Filippo V aveva allestito come boudoir per la sua consorte e regina Isabella Farnese, con decorazioni degli artisti Galluzzi e Bonavía. Di cui quasi nulla, fatta eccezione per il pavimento finemente ornato, resta ad oggi visibile, data la totale ristrutturazione sostenuta dall’ineccepibile ambizione del suo discendente. Ciò che Carlo III e Gricci immaginarono in corrispondenza di un tale ambiente riservato della reggia, fu la manifestazione di un’opera d’arte totale, l’assoluto luogo dei sogni capace di aprire la mente verso paesaggi e mondi precedentemente inimmaginabili. Con particolare riferimento, in base alla moda vigente in quegli anni, alle apprezzate chinoiserie dei molti luoghi del potere europei, sul modello del mondo fantastico creato in origine da Luigi XV di Francia. Quali migliori soggetti, in effetti, per l’impiego delle pregevoli tecnologie importate dall’Asia Orientale, che il perfetto e idealizzato esotismo di quel mondo distante, tradotto tramite l’applicazione d’infinite metafore coadiuvate da una generosa dose di fantasia? Così all’interno della stanza iconica, con le pareti adornate di pannelli in materiale ceramico inchiodati direttamente su un’intelaiatura di legno invisibile, s’inseguono visioni non necessariamente compatibili di scene immaginate della vita distante: musici policromi e danzatori in pose dinamiche, domatori di vari animali e portatori di stendardi o rami d’albero, che si compenetrano con misticheggianti decorazioni arboree sul principio del rocaille, le geometrie imprevedibili tipiche del Barocco e del Rococò settecenteschi. Infinitamente replicate, così come l’occasionale putto che anticipa il Neoclassicismo, da un assemblaggio notevole di specchi incorporati nelle contrapposte pareti. A dominare la caotica e iper-satura composizione l’imponente lampadario, anch’esso in porcellana e con la forma di una palma, albero distante per definizione, da cui si sporge in atteggiamento piratesco la figura di un asiatico assieme a quella intenta ad imitarla di una scimmia che compie lo stesso gesto. Allusione forse volontaria nei confronti dell’imitazione di una cultura poco conosciuta all’epoca, la quale avrebbe di certo fatto fatica a riconoscersi nella visione offerta in questo trionfo dell’arte immaginifica del remoto Occidente.
Considerata a pieno titolo uno dei maggiori trionfi del filone dei porzellankabinette, le stanze deputate all’esposizione dapprima di preziosi pezzi costruiti in questo materiale, quindi esse stesse rivestite dal finissimo impasto caolino e feldspato poi dipinto da esperti decoratori, l’ambiente impareggiabile di Carlo III diventò poco dopo il suo completamento nel 1765 il suo studio prediletto, nonché luogo di ricevimento di possibili alleati e nemici, così da dimostrare l’ineccepibile competenza tecnologica del potente ed influente paese di cui aveva assunto la guida. Interessante il modo in cui, nel secolo successivo, l’ultima grande committente dell’Aranjuez, Isabella II avesse fatto trasportare nella fresca e ombrosa meraviglia architettonica il suo pianoforte Collard & Collard. Proprio mentre accanto ad essa, scegliendo di aggiungere un suo contributo, faceva costruire tra il 1847 ed il 1851 l’altrettanto celebre Stanza Araba, costruita con precisi riferimenti all’epoca dei Mudéjar e la magnifica reggia dell’Alhambra di Granada. Creazione affetta dal Romanticismo vigente, potendo beneficiare di fedeltà notevole nella vistosa cupola muqarnas e il velador di bronzo, raffigurante l’abbandono del palazzo cinque secoli prima da parte del suo ultimo sultano Abu ‘Abd Allāh Muhammad, detto Boabdil. Interpretazione nostalgica e malinconica di un’epoca ormai trascorsa, totalmente contrapposta alla caotica munificenza dell’Asia fantastica di Carlo III. Trasformando la visita della reggia sul Tago in un’esplorazione quasi psicanalitica dei diversi stati della monarchia, attraverso l’evoluzione delle vicendevoli interpretazioni culturali. E l’avvicinarsi, sempre più inevitabile, del sollevamento di molti di quei popoli, con conseguente annientamento dell’antico ordine delle idee ineguali.


