Svegliarsi all’improvviso durante una trasferta per ragioni di ricerca ad Ahmedabad, nel giorno successivo alla riunione del gruppo di studio quando, essendoti lasciato indietro il tipo di formalità impettita che coinvolge un confronto tra università e culture altrettanto distanti, hai scelto di trascorrere un paio di giorni da turista, nell’attesa di poter disporre delle risorse accademiche specializzate in base all’agenda prefissata. Una piccola soddisfazione, quella d’iniziare il giorno sul confine periferico dell’area semi-urbana, usando lo scooter elettrico a noleggio per raggiungere il confine dei campi di canna da zucchero. Là dove le strade iniziano a farsi più strette, e più di sentiero s’incammina senza remore né traccia d’asfalto in mezzo all’erba ed i cespugli di un ambiente sorprendentemente inselvatichito. Ecco allora il verso dell’upupa, che tramite un fruscio s’innalza in mezzo agli alberi, per meglio scrutare l’eminente sagoma del grosso e preoccupante intruso. Affinché accostato il motociclo, per il vezzo di un’istinto inconoscibile, decidi d’inoltrarti su confini di quel mondo avìto. Ed è quello l’attimo preciso, dopo un paio di passi appena, in cui ne senti il suono inconfondibile: chirp, chirp, pweeek, chirp, chirp! Un sobbalzo nella prospettiva del rumore. Sincretistico a suo modo, il balzellante ardore. Piccola forma tratteggiata col pennello che s’impone, svolazzando, all’ombra di un anonimo alberello. Di Neem, Azadirachta indica coi propri timidi accenni di fiori bianchi cui costituisce il vezzo contrastante di un artista esperto nel comporre suoni, musica e colori; quelli, per l’appunto di un oggetto totalmente fuori dal contesto. Giacché rosso a macchie nere questi appare, marcatamente oblungo e tondeggiante, sebbene il frutto della fragola non appartenga, di suo conto, al mondo ecologico dello stato indiano del Gujarat; fatte alcune valide eccezioni. Di trapianti con finalità commerciali (non è questo il nostro caso) e apprezzabili metafore viventi. Buongiorno, allora, mio piccolo bengalino moscato, alias Amandava amandava, che tanto sembrerebbe assomigliare al tipico uccellino nella gabbia dei collezionisti, non foss’altro che il colore della sua livrea primaverile. Non più fulva, né monocromatica, bensì l’entusiasmante e alquanto vivida approssimazione, che all’interno di una coppa aspetterebbe solamente un morbido sostrato di panna montata. Uccello o frutto, poco importa. Per il pratico entusiasmo di poterlo contestualizzare, finalmente, nel suo endemico luogo di appartenenza. Ed il contesto del piccolo stormo, ovvero il gruppo di esemplari marroncini intenti adesso ad insidiare il palcoscenico del suo cantore. Alcuni di essi, meri imitatori che tutt’ora attendono la sacrosanta colorazione. Ed altre le partner possibili, sempre mimetizzate nel consorzio, occulte femmine votate all’efficienza di sfuggire in modo pratico allo sguardo dei propri molti nemici. Ma nessun rapace, alcun serpente sembra in grado di alterare l’attimo che si palesa innanzi al mio respiro sottovoce. Mentre il maestro variopinto si pietrifica, in attesa di poter comprendere la forma del suo imprevisto gigante…
Questione complicata rappresenta, fin dal testo pubblicato nel 1758 da Linneo “The Amaduvads Cock and Hen”, con precise illustrazioni di Eleazar Albin, la classificazione tassonomica dei piccoli passeriformi indiani, raggruppati nel discorso folkloristico all’interno della categoria dei diamantini alias Estrildidae, per impiegare il termine latino. Troppo spesso fatti sovrapporre al cospetto del senso comune, fin dall’Era delle Esplorazioni in cui i primi esportatori ne mettevano in copiose quantità nelle proprie voliere trasportate via nave, potendo contare sulla sopravvivenza almeno di quel numero d’esemplari, che risultasse di gran lunga sufficiente a guadagnare cifre più che significative in Europa. Allorché tra tali uccelli ragionevolmente resistenti, un tipico rappresentante risultava essere il diamante mandarino (Taeniopygia guttata) con la sua caratteristica livrea zebrata, proveniente nella verità dei fatti da un diverso continente, l’arida terra meridionale d’Oceania. Australia che con l’India poco o nulla aveva da spartire, in quasi ogni contesto, fatta l’eccezione per quello di chi amava piume, becchi ed il fruscio dell’ali nella propria placida dimora. Ma poche alternative, in quel contesto, potevano vantare sull’estrema adattabilità biologica del nostro bengalino moscato, coadiuvato dal successo di una pletora di sottospecie o prossimi parenti, con tonalità tendenti al verde, arancio, e il rosso strabiliante del sopracitato Amandava amandava. Nei fatti, sufficientemente raro e frammentato nel suo habitat all’interno della rilevante terra d’origine, da aver giustificato lungamente la mendace pratica di colorare in modo artificiale quei volatili. Nel tentativo umano di dar forma alle sfumature suggestive del più piccolo e riconoscibile dei frutti aggregati. Somiglianza certamente accidentale, vista la mancanza di opportunità mimetiche, ma non per questo priva d’importanza nell’ecologia dell’animale. Essendo effettivamente il punto cardine della trasformazione stagionale che conduce i maschi in età riproduttiva al proprio stato maggiormente attraente, non soltanto per processi endocrini bensì un effettivo cambiamento della loro dieta. Grazie all’aumento esponenziale della quantità d’insetti consumati, afidi, coleotteri e l’occasionale crostaceo, ricchi di lipidi, astaxantina e cantaxantina. Sostanze che riuscendo a interagire con i carotenidi dietetici gialli presenti nei semi delle graminacee, pietanza irrinunciabile per questi uccelli, agevolano la creazione dell’enzima CYP2J19, dedicato a trasformarli in chetocarotenidi rossi. Ed è proprio la natura assai specifica di quest’ultimo, variabile in base alle diverse specie di bengalini, a determinare quale sia il colore assai variabile assunto dai maschi in amore.
Letterale e pratica trasformazione dunque, cui fa seguito il periodo più movimentato nella vita di queste riconoscibili creature. Durante cui i maschi competono per l’ampiezza del territorio e conseguente apporto protetico, nella speranza di raggiungere la più accesa ed attraente colorazione possibile. Segno distintivo non soltanto per il principio dell’handicap di Zahavi, che vede l’uccello più visibile “giocare” col destino, riuscendo a dimostrare in questo modo la sua forma fisica e capacità di sfuggire ai predatori, nonostante la visibilità incrementata. Ma in maniera molto più specifica, la stessa propensione vittoriosa a conquistare quantità di cibo di maggior pregio. La quale si rispecchia nell’indole delle partner potenziali, che normalmente inclini ad ascoltare il canto dei maschi di colore marroncino, iniziano da subito a evitarli, e persino attaccarli, nel momento in cui compare sulla scena un dei rossi portatori del rosso abito color fragola delle vivaci apparenze. Non per l’effetto di un mero trucco cosmetico. Quanto l’invidiabile referto biochimico esposto come fosse una bandiera di piume e sangue.
Potenzialmente minacciato all’inizio degli scorsi due secoli, l’intero genere degli Amandava si è dunque ritrovato nella posizione atipica di trarre beneficio dal commercio internazionale. In forza della propria significativa capacità di adattamento, soprattutto nelle zone periurbane o rurali, dove ad oggi non è insolito scorgere ampi nidi in mezzo agli alberi, di luoghi temperati come le Hawaii, Puerto Rico, il Portogallo, la Spagna e perché no, l’Italia. La fuga dagli allevamenti è sempre possibile. E sebbene la variante rosso-fragola sia rara fuori dall’India, è capitato qualche volta che venisse avvistata tra le verdeggianti valli della Toscana. Provando che sussiste in questo mondo un tipo di linguaggio metaforico. Di cui il rosso è una grammatica fondamentale. Così come quel dolcissimo sapore di una bacca che, talvolta, può mettersi tranquillamente a cinguettare.


