Baihanluo, la chiesa costruita con i puri crismi architettonici di un tempio himalayano

Nonostante una piccola parte di cristiani facenti parte di una comunità isolata dei Nestoriani all’interno del regno di Guge tra l’ottavo e il nono secolo, la maggior parte della popolazione dell’odierno Tibet e zone limitrofe restò sostanzialmente indifferente al messaggio della principale religione monoteista d’Occidente almeno fino al 1624, con l’arrivo dal Portogallo dei missionari gesuiti António de Andrade e Manuel Marques. I quali veicolando un utile messaggio nel contesto d’adozione, predicarono una visione del cosmo in cui i poveri e gli svantaggiati non dovevano più rassegnarsi alla propria condizione per via dei peccati commessi nelle vite precedenti, ma potevano piuttosto aspirare ad una vita in linea coi valori di altruismo e carità, facendo affidamento sulla ricompensa del Regno dei Cieli. Fin da subito sorsero profondi attriti, tuttavia, col sistema feudale del lamaismo, che vedeva i terreni agricoli e gli spazi utili al commercio regolamentati in base all’ancestrale fedeltà nei confronti dei diversi templi e le comunità monastiche buddhiste. Il che avrebbe portato a conflitti sociali e devastanti rivolte ai danni dei luoghi i culto costruiti nel susseguirsi delle generazioni. Il cui esito finale, almeno in un caso, avrebbe avuto un risultato diametralmente opposto a quello originariamente desiderato.
Come una delle chiese costruite nella seconda parte di questo periodo conflittuale, la parrocchia di Baihanluo sopra il fiume Nu, in quelli che oggi costituiscono i territori di confine tra la provincia cinese dello Yunnan ed il Tibet propriamente detto, era stata originariamente edificata attorno alla fine del XIX secolo da sacerdoti appartenenti alle missioni estere di Parigi. In un luogo straordinariamente remoto al punto che secondo un detto locale, si credeva fosse consigliabile vendere la propria moglie prima di percorrere quegli alti sentieri, giacché difficilmente si sarebbe potuto ricevere l’opportunità di tornare indietro. Eppure non lontano abbastanza dai centri del potere amministrativo dell’epoca, se è vero che nel 1905 l’ira di una folla inferocita, raccolta sotto la bandiera del nazionalismo e la diffidenza verso gli europei, diede alle fiamme l’edificio, cacciando via i sacerdoti che vivevano all’interno delle sue mura. Il che non avrebbe costituito, tuttavia, la fine. Se è vero che in base ai dati delle cronache coève uno di questi gesuiti, dal nome di Annet Genestier si recò conseguentemente presso il governatore della regione presso la vicina città di Kunming, chiedendo l’equivalente di 300.000 tael d’argento ed un’armata al fine di scacciare i fuorilegge del villaggio montano e ricostruire la dimora del Signore. Allorché ottenendone soltanto 50.000, riuscì nonostante tutto ad ottenere entrambi gli obiettivi, come si desume dall’attuale presenza della Yēsū Shèngxīn Táng (耶稣圣心堂) o Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, probabilmente tra i più notevoli esempi di architettura sincretistica presenti all’interno delle terre dell’Asia Orientale. Grazie al contributo di esperte maestranze locali, che non avendo mai potuto prendere atto dell’aspetto di una cattedrale o basilica di una grande città, né diedero la propria personale interpretazione. Così eccezionalmente radicata, nello stile artistico ed i canoni esteriori oriundi del proprio specifico contesto di appartenenza…

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L’abbazia più volte riforgiata per lo spirito indomabile dei santi bassopiani d’Inghilterra

La pesantezza del silenzio, il senso della solitudine e l’effetto complessivo di tali spazi architettonici, bianche mura rese ruvide ed assottigliate dal tempo. Una rovina, fondamentalmente, questo è: il ricordo visitabile di quanto aveva caratterizzato il dolce spirito di un tempo, per essere dimenticato dall’avvicendarsi inarrestabile di dipartite e nascite guidate innanzi dal senso della più totale indifferenza. Non c’è vita in questo luogo, se si eccettua quella dei rampicanti e corvi. Niente può rinascere dove la pioggia ha consumato il tetto e gli operosi vermi, ormai, corrodo le fondamenta dall’interno. Eppure può sussistere un momento, in determinate circostanze o attimi di storia, in cui la sopravvivenza resta possibile. La fiamma può essere tenuta viva e dal suo tenue e impercettibile baluginìo, un’alba nuova sorgere potente, per permettere alle antiche usanze di venire trasformate in tradizioni. Visioni imprescindibili di come un luogo possa e debba ancora assolvere alla sua funzione. Nonostante l’essenziale differenza sopraggiunta nel suo modo di riflettere la luce dell’Esistenza.
Così un condottiero della Mercia, da lungo tempo in guerra coi Danesi, stanco di combattere raggiunse la terra di Croyland nell’Anglia Orientale tra il 699 ed il 714. E deposte le sue armi, vestito il saio di eremita, costruì un rifugio per condurre il resto della propria vita in preghiera. Guthlac era il nome, di cui si narra della lunga battaglia che avrebbe condotto, in questa terra paludosa, contro i demoni che in più frangenti vennero a perseguitarlo, nel furioso tentativo di portarlo sotto i flutti ed annegarne i sentiti auspici di redenzione. Trionfale ed indefesso, egli riuscì dunque a coltivare un seguito, che dopo la sua morte avrebbe costruito sopra la sua tomba un sito di venerazione. Anni dopo, quivi sorse l’abbazia destinata a ricevere la guida della regola Benedettina, dedicata alla Santa Vergine, all’apostolo Bartolomeo e lo stesso Guthlac. Sebbene la Divina Provvidenza fosse incline, inaspettatamente, a volgere il suo sguardo protettivo verso distanti lidi e alternative comunità religiose. Se è vero che nel corso dell’ottavo o nono secolo, durante le copiose razzie vichinghe della zona dei Fens, pirati normanni sbarcarono a ridosso dell’alto edificio, saccheggiandolo ed ardendone la costruzione lignea senza il benché minimo riguardo nei confronti del senso del sacro e prendendo per se i tesori degli Anglo-Sassoni del ricco meridione. Dalle ceneri di questa prima iterazione, tuttavia, qualcosa di più solido sarebbe stato ricostruito, per volere dello stesso Re dell’ormai compatta Inghilterra, Edoardo il Vecchio, incline ad inviare il suo fedele servitore Thurcytel, parente dell’arcivescovo di York. Sotto la cui supervisione alte mura di pietra, possenti e almeno in parte ignifughe, avrebbero donato all’edificio parte dell’aspetto che mantiene ancora. Sebbene molto pochi, a guardarlo, penserebbero che quello fosse stato l’ultimo imprevisto nel corso della sua complessa e articolata parte, da interpretare nella lunga storia di questo paese…

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Consacrata finalmente a Bucarest la più grande chiesa nella storia dell’Ortodossia Orientale

Le aspirazioni e desideri di un popolo possono costituire un’energia del cambiamento, soprattutto ai fini di dar forma a cognizioni spirituali oltre le mere aspettative del quotidiano. Singolari testimonianze, magnifiche ed inconfondibili, delle priorità concettuali al centro di un’ideologia, intesa come senso comune della collettività indivisa. Almeno, in teoria. Così non mancarono di certo, fin dalla sua inaugurazione nell’ormai remoto 1997, i critici del giganteggiante Palazzo del Parlamento Rumeno, il mostro alto 84 metri che costituisce probabilmente il più pesante (ed uno dei più vasti) singoli edifici al mondo. La cui ombra squadrata a metà tra il Neoclassico ed il Brutalismo avrebbe già dovuto avere, nella pianificazione architettonica della piazza dell’Arsenale a Bucarest, una controparte di natura maggiormente leggiadra e metaforica. Un luogo di ritrovo finalizzato alla preghiera, immaginato ai tempi della Rivoluzione del 1877 per sostituire l’eccessivamente affollata Cattedrale Metropolitana vicina alla Camera dei Deputati. Centodieci anni sarebbero effettivamente bastati di gran lunga, in linea di principio, ad erigere le mura di una vera e propria cattedrale. Se non che l’assenza di fondi sufficienti nell’erario, uniti alla progressiva insorgenza di conflitti sempre più drammatici nell’Est Europa, costituirono frangenti capaci di spostare in avanti l’effettiva messa in opera di quel progetto, sia durante il regno dei monarchi della dinastia Hohenzollern-Sigmaringen che a seguito dell’istituzione del governo comunista, le cui priorità risiedevano chiaramente in tutt’altra direzione avendo in effetto promosso la demolizione di molti edifici di culto nella stessa capitale. Ci sarebbe voluto dunque fino al 1999, nella sussistenza di un clima politico favorevole e una leadership clericale sufficientemente propositiva, affinché la questione della Catedrala Mântuirii Neamului (C. della Salvezza della Nazione) venisse sollevata nuovamente grazie a un gesto plateale consistente nel posizionamento di una croce nella Piazza dell’Unione, originariamente consacrata dal patriarca Miron (in carica: 1919-39) ed a maggio di quell’anno benedetta per buona misura anche dal Papa cattolico in visita Giovanni Paolo II. Con il trascorrere di un ulteriore periodo di acclimatamento all’idea fino 2005, il sito venne giudicato tuttavia insufficiente, portando lo stesso Municipio cittadino a suggerire la collocazione possibilmente ideale: quel vasto spazio istituzionale sullo zoccolo pietroso sopraelevato, che nella Preistoria aveva costituito l’argine naturale del fiume Dambovita. Una scelta simbolica oltre che funzionale, vista l’esistenza pregressa di ben cinque chiese entro i confini della piazza, sistematicamente demoliti per far posto agli edifici amministrativi del regime. Esattamente là dove la scorsa domenica svariate decine di migliaia di persone, fornite di maxi-schermi per assistere alla cerimonia propriamente detta, hanno preso parte ad uno dei rituali più importanti nel processo d’inaugurazione di una chiesa ortodossa: la consacrazione delle icone successiva a quella delle mura e dell’altare, ultima in ordine di tempo proprio perché apre al pubblico la possibilità di assistere alle funzioni che dovranno tenersi all’interno. Sotto molti punti di vista, un punto di svolta storico nella storia di questo paese…

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Parabola della fede: la traiettoria disegnata dal turibolo sovradimensionato della cattedrale di Compostela

Con un ritmo rapido ma sostenuto l’apertura delle porte conduceva in Paradiso i presenti. Non l’effettivo Regno dei Cieli, s’intende, luogo posto all’altro lato del sottile velo che divide l’esperienza quotidiana dalla trascendenza spirituale al termine dell’Esistenza. Bensì uno stato di venerazione intrinseco, l’accettazione di un compito supremo ed il conseguente sviluppo di un secondo stato della consapevolezza umana. Questo l’obiettivo desiderato, fin dall’alba dei tempi, nella costruzione o allestimento di un luogo dedicato alla pratica di un culto, sia esso di un tipo dedicato all’Unico o i suoi plurimi, tanto spesso contrapposti predecessori dell’Era Pagana. Lo stesso perseguito con rinomato e celebrato successo presso il luogo di sepoltura di San Giacomo Apostolo, il cui corpo fu portato in Galizia ad alcuni discepoli su una barca di pietra successivamente al martirio nel I secolo a Gerusalemme. Lì, dove tanto a lungo aveva predicato il Cristianesimo e nel nono secolo, per una verità miracolosamente rivelata, il sovrano Alfonso II diede ordine che fosse costruita una gloriosa cattedrale. Allestita ancora in seguito ai saccheggi subìti, a guisa di una delle più vaste case del Signore che il mondo avesse mai visto, per volere del suo successore del dodicesimo secolo, Alfonso IX di León. Ma così come l’arco, la colonna e la cupola venivano mutati per costoro dall’architettura del Mondo Antico, elementi più strettamente interconnessi alla ritualità condotta in altri spazi continuavano a venire implementati nella principale religione monoteista dell’Europa Medievale, incluso il ruolo fondamentale del cosiddetto θύμιᾰμα (thýmia̱ma) l’offerta odorosa o profumo sacro tanto spesso rappresentato, fin dall’inizio dei commerci con il Mondo Arabo millenni prima della nascita di Cristo, dalla resina di particolari alberi, preventivamente essiccata e trasformata in grani, polveri o pezzi pronti da bruciare assieme alla carbonella. Un’etimologia fruttuosa che potremmo ricondurre in modo pressoché diretto al thuribŭlum introdotto con alta probabilità dai sacerdoti dediti al rito Romano, un particolare tipo di pentola dallo sviluppo verticale, collegata a delle catenelle onde facilitarne l’oscillazione manualmente indotta e conseguente diffusione dei vapori odorosi. Qualcosa di effettivamente funzionale all’obiettivo di partenza ma non sempre egualmente risolutivo, nella maniera chiaramente annotata nel Codex Calixtinus del 1173 d.C, vasto repertorio di ben 5 libri sulle pratiche dogmatiche connesse al culto compostelano. Dove si trova il primo riferimento alla metodologia attentamente perfezionata del Botafumeiro, che potremmo definire estremamente conduttiva alla creazione di un ambiente conduttivo alla fondamentale percezione del Sacro. Lo spettacolare e reiterato passaggio nell’altissima navata di un oggetto volante metallico del peso di 80 Kg, alla velocità massima di 60 Km orari…

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