Shigeru Ban e l’equilibrio galleggiante del museo che lascia il segno senza imporsi sul paesaggio costiero

Qualcosa di notevole, qualcosa di sfuggente, qualcosa che compare ai margini emergendo a pieno titolo nella coscienza. Così un visitatore che percorra verso sud la costa del Mare Interno di Seto, partendo dalla popolosa città che lo sovrasta, incontrerà alla sua sinistra il drammatico paesaggio dell’isola di Miyajima, fronteggiata dall’iconico portale portale torii “a quattro pilastri” (yotsu-ashi) del santuario di Itsukushima, dedicato alle tre figlie di Susano-o, dio delle tempeste. Eppure chiunque si aspettasse proseguendo lungo quella strada un rigido percorso verso le tradizioni di quel popolo, verso i kami e gli altri spiriti di un mondo antico, potrebbe scorgere piuttosto una curiosa sagoma oltre i bassi edifici dell’antistante cittadina di Ōtake. Spigolosa ed indistinta per il modo in cui collega il moto delle onde alla visione non del tutto misurabile dei cieli sgombri. Non fermatevi, dunque, alla prima impressione per quanto concerne il museo Simose. Questo edificio riflettente lungo 190 metri non è che una singola parte di una delle ultime creazioni, e nell’opinione di alcuni tra i maggior capolavori, del globalmente celebre Shigeru Ban, architetto che ha saputo fare dell’effimero non solo affettazione della sua poetica, bensì strumento valido a sostituire i fondamenti stessi dell’architettura contemporanea e post-moderna. Per la scelta dei materiali, come nelle sue chiese e padiglioni di carta; per lo scopo umanitario, vedi i rifugi costruiti a vantaggio dei profughi colpiti da disastri naturali o il dramma della guerra; e infine, tramite la posizione costantemente modificabile d’intere parti delle sue composizioni strutturali. C’è qualcosa di profondamente significativo dunque, negli otto padiglioni gialli, verdi, viola, azzurri ed arancioni che si stagliano all’interno di una pozza innanzi al corpus diafano del parallelepipedo che abbiamo menzionato, creazioni sulla linea di confine tra utilitaristici container e leggiadri soprammobili dei giganti. Un messaggio che palesemente emerge nel momento in cui, prima dell’apertura di una mostra o esposizione di qualsiasi tipo, gli addetti del complesso immergono se stessi dentro una simile ricostruzione filosofica del Mare Interno. E spingendo in modo attentamente calibrato, rielaborano la posizione e la distanza relative, costruendo un altro tipo di fondamentale narrazione. Così è l’architettura di costui, d’altronde, che perfettamente coniuga i distretti un tempo contrapposti della conoscenza, perseguendo il tipo di collegamenti funzionali alla creazione di uno stato mentale proiettato all’introspezione elettiva. E quale miglior modo possiamo immaginare, di preparare lo spettatore all’esperienza di una delle più estensive, variegate e interessanti collezioni d’arte private della prefettura di Hiroshima?

Tale multiforme confluenza d’ispirazioni e deviazioni dalle aspettative, vincitrice tra gli altri riconoscimenti del prestigioso Prix Versailles come istituzione dell’anno contro mastodonti come il Grande Museo Egizio del Cairo e l’A4 di arte contemporanea a Chengdu in Cina, costituisce dunque la risposta del maestro tokyoita a un’esigenza profondamente inserita sul territorio: quella di mettere in mostra, finalmente all’interno di un unico contesto, l’intera collezione dell’imprenditrice Yumiko Shimose, capo d’industria della Marui Sangyo che per lunghi anni ha continuato la tradizione di famiglia, mettendo insieme un gran totale di oltre 500 oggetti d’arte di estrema rilevanza, tra cui dipinti di Matisse, Chagall, Pissarro e Henri Rousseau; bambole tradizionali hina per la festa giapponese delle bambine; diverse opere di pittura giapponese contemporanea. E soprattutto, la sua grande passione, ceramiche francesi dell’epoca dell’Art Nouveau, con numerosi pezzi usciti dai laboratori dei fratelli Daum e il grande nome originario di Nancy, Émile Gallé. Essendo proprio la sua poetica espressiva a fondamento dei colori scelti per i padiglioni semoventi, così come l’armonioso giardino informale che circonda l’edificio centrale persegue l’obiettivo di riprendere i perfezionati pattern floreali che ricorrono nei vasi ed altri recipienti dell’artista di fine Ottocento. In un’esperienza sensoriale che lungi dall’essere limitata all’esposizione dei singoli pezzi ha inizio dal momento stesso in cui ci si avvicina al complesso, lungo i viali connotati da una serie di segnali minimalisti ispirati al mondo degli insetti e attraversando l’area di quello che l’autore stesso ha definito per intenti un vero e proprio museo visitabile dell’architettura. Esplicitato mediante l’inclusione, nei terreni dello Simose, di una serie di dieci residenze autonome affittate a prezzi variabili tra i 500 e 1500 euro a notte, ciascuna dedicata all’espressione di un singolo tema visuale. Dalla “Casa senza mura” con tetto a sbalzo fino alla “Casa di carta” dotata di pilastri di cartone rispondenti alle specifiche istituite dagli enti edili giapponesi proprio per accomodare le costruzioni di Shigeru Ban, accanto ad altre dimore elegantemente costruite tramite l’impiego del materiale prefabbricato austriaco della compagnia Kielsteg. Una preferenza per il legno che di nuovo emerge oltre la soglia dell’edificio principale in cemento precompresso con la sua facciata di specchi, centro amministrativo che contiene anche la biglietteria, negozio e ristorante, la cui volta interna laminata è sostenuta da una coppia di pilastri simili ad alberi coi propri rami a raggera, rispondenti ai crismi raffinati dell’antica carpenteria giapponese.

Molti gli scorci visibili del mare, delle isole e il paesaggio circostante, raggiungibili con gli occhi da coloro che camminano non solo lungo i pratici sentieri del giardino, ma fin sopra il tetto del maestoso parallelepipedo, ed attorno al bacino con i padiglioni galleggianti ispirati al trasporto navale. Laddove in via comparativa, difficilmente si può immaginare la circostanza di spettatori ammaliati dalla forma verso l’orizzonte di un qualcosa che nel suo complesso tende a scomparire, manifestazione dell’effimero nella misura in cui esso può riuscire a far da contrappunto alla pura eternità immutabile del gesto d’artista. Diametralmente contrapposta alla logica del punto di riferimento, tanto fondamentale nel culto internazionale della schiera elitaria delle cosiddette archistar. Tra le quali Shigeru Ban rappresenta uno dei nomi più spesso citati, proprio perché necessari a mantenere l’equilibrio tra solidità e apparenza. Il nesso ultimo dell’architettura essendo diventato, in quanto forma d’arte, quello di un messaggio trascendente. Che oltrepassa i limiti della materia stessa. Rendendo per quanto possibile tangibile l’obliquo regno delle idee.

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