Dal fango, una foresta: la salvezza delle Filippine emersa tra l’ingegneria ed ecologia costiera

Vivere in prossima di un delta fluviale, nello spazio in bilico tra la laguna, corsi d’acqua secondari e piane fangose è una situazione che comporta alcuni utili vantaggi sul piano economico e della filiera alimentare. Così che tra pesca, allevamenti d’ostriche e raccolta di crostacei, nessuno potrebbe dubitare del benessere della comunità di Pamarawan, sobborgo peninsulare a settentrione di Manila nell’isola filippina di Luzon. Una solidità sul piano esistenziale che d’altronde non trova riscontro nella prosperità continuativa di coloro che vi abitano, principalmente in forza di un problema ricorrente tipico di molti ambiti costieri del Sud-Est Asiatico: le ricorrenti inondazioni delle zone urbane a media ed alta densità, dovute a convergenza di fattori tra cui il mutamento climatico, il sovrasfruttamento delle foreste, lo sviluppo eccessivo e l’abusivismo. Eppure chiunque avesse l’opportunità di conversare raccogliendo dati sulla storia recente di questo luogo, molto presto tenderebbe a realizzare un recente cambiamento da questo punto di vista. Giacché notoriamente è ormai trascorsa più di mezza decade, dall’ultima inondazione grave in grado di sommergere le strade e le piazzole della cittadina di circa 5.000 abitanti. Per una ragione che può essere direttamente rintracciata da un rapido sguardo verso meridione. All’indirizzo di una serie di costrutti chiaramente antropogenici, nato dall’unione tra l’ingegno occidentale e il collaudato pragmatismo di questo contesto storico e geografico. Dove ogni materia è una risorsa e la disposizione di specifiche concause, singolarmente prive d’importanza, riesce tanto spesso ad alterare il corso della storia stessa.
Si tratta di un’iniziativa elaborata dalla compagnia olandese di consulenza ingegneristica Haskoning, in un’insolita collaborazione con le autorità locali della zona di Malolos, iniziata ufficialmente nel 2018 come parte del Manila Bay Sustainable Development Masterplan. Per una strategia di controllo delle acque della baia che la stampa internazionale si è affrettata a definire “naturale” non tanto per il suo aspetto attuale, quanto l’ultima auspicata fase, che dovrebbe giungere a risultati misurabili entro due anni dalla fine del corrente anno 2026. In quanto l’impresa rappresenta, come largamente spiegato dai materiali di supporto, l’evoluzione progressiva tramite una serie di fasi, a partire dalla disposizione ordinata di una barriera formata da un reticolo di pali di bambù. Non un muro impenetrabile di ruvido e costoso cemento, è proprio qui è la chiave, destinato a rompere le onde mentre gradualmente queste ultime cominciano ad eroderlo di pari passo. Dimostrando il modo in cui è talvolta produttivo rallentare piuttosto che spingere indietro, soprattutto quando ciò è la prima parte di un piano attentamente elaborato che funziona per gradi ulteriori…

Tale reticolo non ha d’altronde il solo scopo di smorzare l’energia cinetica, agendo nel contempo al fine di permettere l’accumulo di sedimenti, un maroso dopo l’altro, inducendo come conseguenza il progressivo innalzamento del fondale marino. Tutto questo come via d’accesso a una seconda linea difensiva, costituita da copiosi sacchi di ostriche, prodotto collaterale della produzione dei pescatori locali, che sostanzialmente assorbe a guisa di frangiflutti facilmente collocabile gli attacchi geometricamente più rischiosi delle acque durante il periodo dello habagat, pericoloso vento stagionale in forza tra giugno ed ottobre che porta aria calda, contribuendo a significativi rovesci e conseguente straripamento dei fiumi costieri. Un secondo contributo, nel contempo, alla creazione di un substrato riparato funzionale all’insediamento biologico di vari tipi d’organismi, tra cui gamberi, granchi ed ostriche filtranti. Passaggio niente meno che fondamentale verso la terza fase del progetto, finalizzato alla piantagione di quegli alberi che anticamente costellavano le coste di questa regione, mangrovie come Api-api (Avicennia marina) Pagatpat (Sonneratia alba) o Bakhaw (Rhizophora apiculata) capaci di formare una barriera non più di un tipo passivo, bensì in grado di resistere mediante un tipo di rigenerazione costante, unico effettivo metodo di contrastare l’energia incessante della natura. Conclude il quadro logistico il piazzamento di specifici costrutti noti come green embankments (arginature ecologiche) costituite da semplici grovigli vegetali ed ammassi di torba. Le quali impediscono il flusso dell’acqua in particolari punti d’ingresso del territorio urbano, proteggendo direttamente i suoi abitanti. Molte le testimonianze pubblicate, nel frattempo, tra cui quella del segretario del villaggio Roldan Dayao e il consigliere locale Ferdinand Cruz, che espongono gli ottimi risultati ottenuti fino ad ora. Con una riduzione significativa dei danni già dopo soli due anni dalla collocazione delle prime strutture, mentre in modo particolare nel corso del 2026 neppure i più notevoli rovesci sembrano esser stati in grado di spingere il confine delle acque fino alle case ed i negozi del centro abitato. Tutto ciò sfruttando complessivamente mano d’opera locale, fino alla percentuale dell’80-90%, con aumento dell’occupazione primariamente a vantaggio delle famiglie dei pescatori stessi, in un contesto sottoposto a stretta supervisione nazionale e conseguente allontanamento del rischio sempre presente di corruzione amministrativa.

Importante anche il mantenimento di condizioni ecologiche ragionevolmente favorevoli alla continuità delle specie ittiche ed altre creature marine, la cui sopravvivenza è non soltanto garantita ma persino migliorata sotto certi aspetti nelle aree protette. In maniera totalmente inversa alla tendenza tipica di questo tipo di miglioramenti delle infrastrutture, il cui peso sull’ecosistema è spesso relegato all’ultimo capitolo di un piano di fattibilità dal peso e la consistenza approssimative di un blocco di cemento armato. Priorità diverse che sostanzialmente trovano espressione imprescindibile nella metodologia specifica, così attentamente pianificata sulle caratteristiche del territorio ed i reali bisogni dei suoi abitanti. Sia quelli immediati, che in una logica sull’orizzonte temporale medio-lungo. Ed è proprio in tal senso che studi effettuati con il patrocinio del DENR (Dipartimento delle Risorse Naturali ed Ambientali) mettono in guardia sull’impiego della soluzione Pamarawan come un approccio scalabile e adattabile a questo tipo di problematiche assai comuni. Laddove ogni ambito costiero è connotato dalla propria serie di caratteristiche non sempre identiche, né perfettamente conformi alle aspettative di chi deve farne una vivibile dimora e scrigno del benessere della propria famiglia. Il che posiziona il metodo Haskoning come importante strumento all’interno di un arsenale dall’alto grado di complessità inerente, piuttosto che magica soluzione adatta ad ogni tipo di circostanza. Lasciando indubbio il fatto che nel caso in cui funzioni, resta una perfetta soluzione in essere. Poiché coniuga in modo raro l’utile col sostenibile, il risolutivo con il basso impatto sull’ecologia vigente. Riportando le logiche dell’ingegneria per obiettivi a un tipo di processi che ormai da lungo tempo abbiamo teso ad accantonare. In quanto particelle inconsapevoli del flusso che consideriamo ostile ai nostri desideri, ancor prima che mera conseguenza dell’inarrestabile avanzata dei processi terreni.

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