L’enigma ottocentesco delle pietre giunte senza una distinta origine del cielo della Sicilia

Molteplici sono le celeri devastazioni in grado di coprire, all’improvviso, i cieli sgombri, trasferendo il ciclo delle ore familiari su di un piano inesplorato, dove l’incolumità individuale è compromessa in molti casi e solo un certo tipo di rifugi, naturali o costruiti, può bastare pienamente a mettersi l’animo in pace e vivere l’atavico terrore come stato transitorio, privo di ripercussioni ahimè fatali. Nel modo tristemente ricordato, agli abitanti di Marsala nel Libero Consorzio di Trapani, con l’episodio di questo inizio ottobre culminante nella formazione di due grandi trombe d’aria scaturite in mare, prima di spostarsi sulla terraferma nella zona confinante col comune di Petrosino, arrecando gravi danni, causando 32 feriti e purtroppo, anche il decesso a distanza di alcuni giorni dell’automobilista settantenne Antonio Fortunato, precipitato in un burrone dell’altezza di 4 metri. Tragedia rara eppure non del tutto inusitata in questo luogo noto ai tempi del Medioevo come Porto Divino (in arabo Marsā Allāh) quindi celebrato per il vino e in tempi più recenti, iscritto nella Storia come sito dello sbarco di Garibaldi coi suoi Mille nel 1860, che riuscirono a farne la propria base operativa nonostante il tardivo intervento delle truppe borboniche accorse sul luogo. Laddove non molti ricordano, esattamente ventisei anni prima di tale data in una cupa notte tra il 15 ed il 16 dicembre, le immediate conseguenze di un’insolita tempesta che ebbe modo di abbattersi sui molti e i tetti del centro abitato, non composta da chicchi di grandine o sferzanti gocce d’acqua, bensì gli oggetti contundenti di derivazione presumibilmente astrale, noti con il termine ai tempi piuttosto generico di aeroliti. Pietre giallognole della grandezza media di nocciole, pesanti fino a 3,5 Kg e con un caso limite di una sfera durissima da 6,8 Kg. Caduta come una potente palla di cannone, assieme ad una quantità imprecisata di altri oggetti, da una nube fosca e nera, mentre morivano copiose quantità di uccelli, i rami si spezzavano e molteplici finestre andavano in frantumi. Verso un’alba incredula di cui avremmo nozioni per lo più aneddotiche, non fosse stato per il caso fortunato delle consorelle del convento di San Pietro, che raccolsero sei o sette di questi oggetti nel chiostro della loro antica badia. Il che avrebbe permesso, pochi giorni dopo il capodanno, di far seguito ai titoli sensazionalistici dei quotidiani con l’invio di alcuni campioni analizzabili presso redazione della rivista scientifica Cerere, nella persona del chimico Gioacchino Romeo. Il quale dopo approfondite indagini, rilevando un peso specifico di 2,08, struttura granulare e fragile, superficie ruvida e tracce di ferro, lo classificò come un tipo di spato magnesiaco, senza esprimersi in relazione alla sua origine reale o presunta. Il che non impedì alle voci di diffondersi, secondo cui uno sciame meteoritico avesse colpito Marsala, tra i più notevoli conosciuti a memoria d’uomo nell’intero territorio europeo, interpretazione ancora oggi ripetuta con saliente enfasi in un certo tipo di storiografia moderna. Almeno fino allo studio pubblicato nel 2021 da A. Franza e G. Pratesi dell’Università di Firenze, in collaborazione con M.Morelli e D. Faggi della Fondazione PARSEC, con il titolo pseudo-letterario di “To be or no to be” mirante a schiarire finalmente la natura effettiva del notevole frangente riportato, inquadrandolo sotto una lente più oggettiva sulla base delle conoscenze di cui possiamo disporre. E creando con saliente anticipo una diretta connessione tra passato, presente e futuro…

Affacciata sul canale di Sicilia sulla punta estrema occidentale del triangolo formato dalla grande isola, tanto da essere chiamata tradizionalmente la Città dei due Mari così come il sopracitato Garibaldi era l’Eroe dei Due Mondi, Marsala ha lungamente potuto beneficiare di una posizione portuale strategica nell’ampia laguna nota come lo Stagnone, che risultava essere al tempo stesso una vulnerabilità all’inclemente furia della natura. Nel modo osservabile dai molti pregressi resoconti di tempeste, bufere e fenomeni considerevolmente più rari, quali supercelle o colonne roteanti d’aria, note per antonomasia con il termine omnicomprensivo di tornado. Dalle trombe marine che erano solite abbattersi periodicamente sulle coste occidentali siciliane dai tempi avìti fino al caso estremo della presunta catastrofe verificatasi nel 1851, con raffiche di vento tanto devastanti da venire menzionata come causa di ben 500 decessi per il naufragio di diverse imbarcazioni nel corso di una singola giornata. Dato ritenuto ad oggi un’esagerazione sensazionalistica, oltre a risultare geograficamente inesatta, visto il modo in cui delibere del tempo parlano di aiuti conferiti al vicino comune di Castellammare del Golfo. Molto più chiaro d’altra parte il quadro dell’epoca contemporanea, con frequenti resoconti di piogge intense accompagnate da raffiche di vento, con conseguente reiterata esondazione del vicino fiume Sossio e varie criticità urbane di diversa natura.
Un potente appiglio logico, a posteriori, come supporto della teoria dominante offerta nello studio di Franza ed al, secondo cui i pericolosi aeroliti della notte del 1834 avrebbero nei fatti avuto origine di un tipo totalmente differente a quello prospettato dalla stampa del tempo, costituendo in verità un ammasso di pietre, ghiaia e detriti sollevato dalla semplice forza del vento, per poi ricadere con gli effetti di cui abbiamo estensivamente parlato poco sopra. Un disastro, dunque, di tipo meteorologico, possibilmente accompagnato da una forte grandinata tale da incrementare l’effetto auditivo della loro ricaduta, in seguito alla quale gli abitanti basiti sarebbero emersi alla luce del sole mattutino, scambiando sassi già presenti in terra come segno collaterale del passaggio di un corpo astrale ancora totalmente ignoto alla scienza. Tesi avvalorata in modo significativo dal secondo parere coévo offerto dal collega del chimico Romeo, Giuseppe Alvaro Paternò, che sbilanciandosi ulteriormente aveva identificato il frammento delle suore, consegnatogli dal sovrintendente della valle di Trapani, come un calcare di tipo terziario di derivazione assolutamente terrestre. In qualche modo modellato “ad arte” dalla forza degli elementi o perché no, egli dava ad intendere, la mano dell’uomo stesso.

Il che ci lascia innanzi ad una verità importante. Che la doppia tromba d’aria dell’ottobre del 2026 abbia un ulteriore capitolo nella storia pregressa di quest’area geografica cui fare riferimento. Sollevando in modo ulteriore l’effettiva ipotesi che interventi strutturali preventivi di consolidamento istituzionale ed educazione all’emergenza svolta sul territorio possano risultare utili ad allontanare l’eventualità di vittime o ferimenti futuri.
Nella maniera eroicamente scongiurata ad inizio di questo mese dall’insegnante Ilenia Amato dell’istituto De Gasperi (così riporta Rai News) dimostratasi capace di proteggere i giovani alunni col suo stesso corpo, mentre li faceva radunare nell’unico punto sicuro dell’aula saturata dai vetri rotti e detriti sollevati dal vento. Convergenza di fattori, della proverbiale persona giusta al posto giusto, su cui non dovremmo fare affidamento come imprescindibile prerogativa del sovente negletto Meridione. Anche senza considerare il micidiale peso specifico di un aerolite in volo.

Per approfondire: link allo studio scientifico To be or not to be, that is the question: The Marsala meteorite (Italy, 1834) and the role of the doubtful meteorites in the history of meteoritics

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