In un angolo perfettamente illuminato del Museo di Storia Naturale a Dresda, tra tavole sinottiche ed illustrazioni dell’Oceano Atlantico, fluttuante sopra un piedistallo apparve all’improvviso una creatura inaspettata. Arcane le sue simmetrie, flessuose proporzioni dei tentacoli, come festoni ornati appesi ad un ombrello sommitale. E accanto ad essa tubuli ramificati di coralli e appariscenti anemoni, come se un pezzo del paesaggio negli abissi idealizzati fosse stato trasportato in qualche modo tra le auguste sale del Palazzo Giapponese, costruito in epoca Barocca per esporre la collezione di porcellane di Augusto il Forte. Eppure neanche un Duca di Sassonia, principe elettore del Sacro Romano Impero, avrebbe mai potuto immaginare due secoli prima che un semplice studioso dei fenomeni e creature di quel mondo, senza immergersi, avrebbe avuto l’opportunità di guardare uno scenario simile direttamente con i propri occhi: la vita pienamente riprodotta, grazie a un materiale esteriormente non dissimile da quello che costituiva la sua passione. Pur costituendo la derivazione di un processo di estrazione totalmente differente. E soprattutto il frutto di manualità incredibilmente affinata dall’esperienza.
Difficile giungere ad immaginare, a dire il vero, che creazioni simili sussistano nel campo museale di mezza Europa e in certi luoghi degli Stati Uniti, per un gran totale di circa 10.000 esemplari comprendenti anche una lunga serie di creazioni di tipo botanico, pur essendo riconducibili a una singola impresa familiare, gestita fattispecie da due soli individui: Leopold Blaschka, padre e Rudolf, suo figlio. Che per vent’anni fecero di tale produzione un tipo di mestiere senza precedenti, giungendo all’efficienza matematica di una media di 1,27 pezzi al giorno, ferma restando un alto grado di variabilità in termini di complessità e dimensioni. Abbastanza da creare un nuovo tipo di processo scientifico ed educativo, mediante cui venivano del tutto oltrepassati i limiti inerenti delle illustrazioni bidimensionali e gli esemplari preservati, rapidamente inclini a perdere colore e forma quando immersi per un tempo sufficientemente lungo all’interno del fluido di conservazione. La conseguenza netta ed inspiegabile del modo in cui specifici momenti della vita tendono a creare vie di connessione alternative, conducendo mani abili verso il coronamento di un massiccio potenziale inesplorato. Immaginate dunque una persona simile, che aveva appena perso moglie e figlio in un’epidemia di colera, ritrovatasi bloccato lungo un viaggio per gli Stati Uniti, a causa dell’assenza di alisei propizi nel fatidico 1853. Allorché Lepold sulla nave, circondato dalle onde dell’Oceano per diverse settimane, si mise a disegnare le creature di un suo libro sugli invertebrati marini. Basta un anno, dunque, per trovarlo nuovamente a Český Dub, nell’odierna Repubblica Ceca, sposato con colei che avrebbe messo al mondo il suo secondo figlio ed apprendista di una vita di lavoro. Intento a ricostruirsi una vita e assieme ad essa, processi utili a far conoscere la propria abilità di vetraio: così ornamenti per costumi teatrali, oggetti da laboratorio, occhi prostetici ed altri oggetti stravaganti non cessavano di fuoriuscire dalla sua officina. Finché trascorsa circa una decina d’anni, per una mostra di creazioni artigianali, non pensò di costruire assieme alle solite piante di vetro qualcosa che aveva lungamente immaginato: esseri subacquei, perfettamente riprodotti fin nel minimo dettaglio funzionale. E fu in quel particolare frangente che egli incontrò l’uomo che gli avrebbe cambiato la vita…
