Cruciale resta il fatto che ogni manifestazione tecnologica del nostro ingegno abbia il fondamento nel trasferimento tra gli stati della materia. Il triangolo che pone ai vertici le condizioni interconnesse di solido, liquido e gassoso, sottoposte a intenzionali traslazioni tramite l’impiego delle nostre metodologie imperfette, eppure capaci di eccitare i movimenti degli elettroni. Da cui la percezione, lungamente ricercata dalle grandi menti dell’ingegneria applicata, che se un giorno avessimo un sistema per indurre questo tipo di fenomeni in maniera totalmente controllata, senza sprechi e senza genesi collaterali di elementi nocivi, una delle scarsità primarie di quest’epoca contemporanea andrebbe presto accantonata. Tale il fine all’orizzonte, per dirne uno, del campo lungamente perseguito dalla fusione termonucleare perseguita tramite il reattore toroidale, anche detto tokamak, massima espressione di un percorso perseguito da ormai più di mezzo secolo, mediante interminabili progetti internazionali. E se invece fossimo ad un punto della nostra storia in cui l’evoluzione scientifica in tal senso potesse venire accantonata? Di fronte ad una fonte d’energia che presto impareremo ad acquisire, incandescente nella sua potenza, virtualmente inesauribile per predisposizione intrinseca. Proprio perché frutto del calore primordiale ed decadimento radioattivo di elementi astrali, che da sempre hanno costituito il cuore del nostro pianeta. Stiamo parlando, dunque, di una fonte di elettricità geotermica. Ma di tutt’altro tipo rispetto a quella perfezionata a partire dai primi esperimenti compiuti proprio qui in Italia, nel 1905 a Larderello, la cui applicabilità proficua risulta possibile soltanto in pochissimi siti in tutto il mondo e per un arco di tempo in genere piuttosto limitato. Sulla base di una serie di principi semplici quanto perfettamente scalabili: scavare più a fondo, più velocemente, utilizzare materiali refrattari migliori. Oltre la soglia, per essere specifici, delle 12 miglia dalla superficie ove trascorriamo le nostre liete giornate. Dove il calore delle rocce oscilla normalmente tra i 300 e 400 gradi, mentre l’acqua raggiunge una pressione di 22 MPa ed oltre, pari a 14 volte quella di una conduttura urbana di grande portata. Un letterale Inferno, in altri termini, ma anche il Paradiso da un singolo punto di vista. Quello capace d’indurre uno stato supercritico chiamato superhot, entro cui cesano le divisioni tra i diversi stati sopramenzionati, trasformando l’acqua pura in fluido conduttore dallo straordinario grado di efficienza. Tanto da poter incamerare quantità copiose di quel formidabile respiro calorifero, mantenendole al proprio interno lungo l’intero, lungo viaggio di ritorno al punto di partenza. Luogo perfettamente strategico, onde posizionare le turbine di rito…
Questo innovativo approccio, al momento veicolato in larga parte da comunicazioni aziendali e boilerplates di sedicenti innovatori, rappresenterebbe dunque un sistema totalmente chiuso, in cui l’acqua viene costantemente riutilizzata con zero perdite o quasi, eliminando già una delle primarie limitazioni allo sfruttamento dell’energia geotermica convenzionale. Il che non significa che costituisca allo stato dei fatti un mero sogno della pipa, in bilico perenne tra potrei e farei senza un logico sentiero verso l’effettivo allestimento di una centrale nei prossimi anni. Essendo l’origine del concetto stesso di superhot direttamente derivante dalla casualità del Progetto Islandese di Scavo Profondo (IDDP) che dopo quasi 10 anni di lavoro ha finito per trapanare, in modo del tutto inaspettato nel 2014, una camera magmatica situata a soli 2 Km di profondità. Creando un pozzo utilizzato, grazie a un’intuizione della dirigenza, per l’immissione di acqua presto incline a riscaldarsi fino alla temperatura di 900 gradi. Così rendendo manifesto, nei fatti, il primo esempio di sistema geotermico migliorato (EGS) potenzialmente in grado di generare fino a 36 MW di potenza. Ovverosia dal punto di vista meramente numerico, la singola trapanazione con finalità energetiche più potente al mondo. Se non che dato l’impiego di materiali di tipo convenzionale e l’assenza di strutture costruite ad hoc, già l’anno successivo una delle valvole necessarie al collegamento di un generatore sperimentale avrebbe collassato in modo irrimediabile, conducendo alla sofferta decisione di abbandonare indagini ulteriori. Ma il Diavolo, per così dire, era ormai fuori dalla bottiglia ed il principio operativo pienamente dimostrato, per lo meno a vantaggio di chi avesse orecchie valide a comprendere le implicazioni portentose di un approccio sistematico in tal senso. Fermo restando il fatto che, fuori dal luoghi molto particolari come l’Islanda e le Hawaii (dove un caso simile si era verificato nel 2007) i metodi di scavo dovessero dimostrarsi esponenzialmente più efficienti e funzionali al fine di raggiungere gli strati rilevanti. Ed è qui che entrano in gioco, sul piano internazionale, compagnie come l’oregoniana Quaise Energy, da qualche anno promotrice di un approccio noto come Project Obsidian, finalizzato al raggiungimento degli strati magmatici situati al di sotto del vulcano Newberry. Obiettivo, quest’ultimo, pubblicizzato come applicazione del meccanismo Millimeter Wave Drilling, un tipo di trapanazione innovativa che usa onde elettromagnetiche ad alta frequenza, generate da un dispositivo di superficie chiamato gyrotron, per vaporizzare e fondere la roccia sottostante fino alla profondità teoricamente necessaria in questo sito favorevole di 4,3-4,9 Km. Tutto ciò evitando il contatto e conseguente usura di qualsiasi parte mobile con la nuda pietra, provvedendo nel contempo alla rimozione dei detriti mediante l’uso di un sistema di gas pressurizzato. Con basi solide a sostenimento del suo piano di fattibilità, la compagnia è quindi riuscita ad ottenere nel settembre del 2026 un importante finanziamento di 25 milioni di dollari dal Dipartimento di Energia degli Stati Uniti. Un mero punto di partenza, s’intende, verso l’obiettivo dichiarato di ottenere la prima centrale supercalda funzionante entro l’anno 2030, per una produzione stimata pari a 50 MW continuativi nel tempo.
Il che naturalmente, oltre al vantaggio nell’immediato e la dimostrazione pratica della percorribilità operativa, non risolve il cruccio interconnesso all’ambizione basica di questo tipo di tecnologie. Sostenute sul piano economico, come dicevamo poco sopra, dalla possibilità di raggiungere il magma del mantello pressoché ovunque, affidandosi al suo impiego entro le mura di stabilimenti dall’impronta territoriale straordinariamente contenuta, soprattutto rispetto a quella di altri tipi di rinnovabili come l’eolico e i pannelli solari. Laddove la sfida della profondità da raggiungere in tal senso rappresenta, nei fatti, soltanto una minima parte della storia. In assenza di soluzioni comprovate utili effettivamente a contenere, veicolare e sfruttare per periodi prolungati tali quantità di calore. Senza alcuna possibilità d’intervenire, inoltre, in casi di guasti a profondità così distanti dalla superficie abitata. Sfide che restano di un tipo ingegneristico piuttosto che scientifico. Ed almeno in linea di principio, molto più accessibili rispetto alla costruzione del Santo Graal di un tokamak capace di rendere fruttuosa la fusione nucleare. Lasciando intravedere all’orizzonte un futuro dopo l’investimento iniziale, in cui l’energia supercalda potrebbe, idealmente, prevedere costi non dissimili per megawatt dai carburanti fossili di cui oggi possiamo disporre. Senza tuttavia le problematiche questioni geopolitiche, ed i costi di trasferimento, che tendono comunemente a condizionare l’utilizzo di questi ultimi. E in assenza dei presupposti impliciti di conseguenze indesiderate, tra cui figura principalmente l’inquinamento. Ma con un “piccolo” distinguo, certamente meritevole di studi ulteriori: la sia pur remota possibilità che l’iniezione d’acqua in quantità notevoli e profondità simili possa incrementare il rischio di terremoti. Visione certamente poco incoraggiante, per una tecnologia che dovrebbe trovare posto pressoché ovunque, inclusa la periferia di grandi certi urbani. Il che ci lascia immaginare un’attenzione procedurale al quesito in essere ed alto grado di responsabilità da parte delle compagnie direttamente interessate. In teoria!


