Echi auriferi di Las Médulas: l’antica tecnica dei Romani per annientare una montagna

Nel corso delle perforazioni di carotaggio effettuate dalle spedizioni dello scorso secolo nel ghiaccio della Groenlandia, a partire dal progetto di Camp Century del 1966, il materiale accuratamente estratto, datato e analizzato dagli scienziati risultò presto mostrare l’insorgenza di un’inaspettata anomalia. Un accumulo di piombo, rame e altri metalli risalente esattamente tra il primo ed il secondo secolo dopo Cristo, a cavallo della trasformazione della principale repubblica italica in quello che sarebbe presto diventato l’Impero Romano. Il segno inconfutabile di un tipo d’inquinamento atmosferico comunemente associato a lunghi periodi di attività industriale, che sarebbe stato assai difficile da contestualizzare senza l’esistenza di un’esauriente testimonianza coéva, qui fornita dallo storico che in quanto militare aveva prestato servizio attivo in Germania. Il luogo dove Plinio il Vecchio, legionario, aveva avuto l’occasione di scrutare con i propri occhi l’effettivo impiego del sistema identificato mediante l’espressione binomiale di ruina montium. Ovvero, in altri termini, la distruzione della montagna.
Ecco allora un utilizzo di quell’elemento basico capace di disciogliere qualsiasi accumulo di materiali, soprattutto quando veicolato con perizia e intento attentamente calibrato, di cui lo stesso Leonardo da Vinci avrebbe detto un giorno: “L’acqua è la forza motrice della natura”. Ma ciò che crea, in determinate situazioni, può anche occuparsi di distruggere. Con un risultato che oggi abbiamo modo di osservare in vari siti dell’Europa antica, dalla Dacia alla Gallia, dalla Britannia all’Italia settentrionale, con particolare riferimento alla provincia di Biella in Piemonte. Eppure nessun luogo in grado di sfoggiare cicatrici altrettanto estensive, e dall’estensione comparabile, rispetto a quelle che ancora oggi caratterizzano il paesaggio collinare della zona di Las Médulas, nella comarca di El Bierzo della provincia spagnola di León. Dove interi colli sembrano le ossa infrante di un ciclope lungamente sepolto, protese verso il cielo in contrastanti angolazioni che un artista abbia deciso di lasciare incomplete. Scenario che sarebbe del tutto conforme alla ricorrente percezione in base a cui riemerge poderoso in ogni attimo l’intento pratico e generativo dei processi naturali. Pur sempre vulnerabile alla diretta conseguenza di una serie di scelte e priorità procedurali, comunemente derivanti dall’umana ed insaziabile cupidigia sul piano materialista.
La ragione chiaramente, come tanto spesso ebbe ragione di manifestarsi, è l’oro. Metallo incorruttibile, scarso ma accessibile, avvezzo ad essere plasmato da abili artigiani. Nonché appagante dal punto di vista estetico e legato sul piano visivo alla divina immagine del Sole diurno. Presente in quantità notevole, come avevano determinato i prospettori al seguito delle legioni dell’Imperatore Augusto e il generale Marco Vipsanio Agrippa recentemente responsabili di aver sconfitto le tribù avverse nelle guerre cantabriche nella maggior penisola dell’Occidente europeo, in quei massici preminenti iscritti nell’orizzonte più che millenario della storia geologica di un continente. Se non che ciò che la natura aveva tanto laboriosamente costruito, poteva in pochi anni essere ridotto a più miti consigli. Grazie all’ambito operoso dello scibile, che oggi siamo inclini a definire “ingegneria”…

L’effettiva procedura della distruzione aveva inizio col disboscamento sistematico delle zone limitrofe alla montagna o collina in cui era stato individuato il giacimento. Ciò al fine di disporre di copiose quantità di legna, che veniva quindi accumulata in prossimità delle rocce emergenti, tramite l’impiego di forza lavoro schiavizzata localmente, ivi inclusi gli Aturiani ed altri popoli di cultura celtica nel caso di Las Médulas. Procedendo all’accensione sistematica di un grande fuoco, che veniva fatto ardere per molte settimane o mesi, fino all’insorgenza di un reticolo di fratture interconnesse nel massiccio, progressivamente più sottili mano a mano che si procedeva verso l’alto. Tutto questo mentre un altro gruppo di lavoratori, guidato stavolta da tecnici esperti ed i loro fidati sottoposti, si occupava di deviare fiumi e torrenti di alta quota, all’interno di canali lunghi anche dozzine di chilometri, così da convogliare una copiosa quantità d’acqua fino ai capienti bacini scavati nella vetta di ciascun sito selezionato. Raggiunto l’equilibrio propizio, si passava alla fase più pericolosa del lavoro, cui Plinio nel suo Naturalis Historia attribuisce la definizione tecnica di scavo delle arrugiae. Un tipo di gallerie profonde, inclinate in senso obliquo, accuratamente distribuite in modo tale da creare un vuoto in punti strategici del monte contente l’ambìto tesoro. La cui creazione costituiva la fase maggiormente pericolosa e dispendiosa in termini di vite umane, non soltanto per il rischio sempre presente dei crolli, ma anche e soprattutto per l’accumulo di aria carica d’anidride carbonica e sostanze chimiche lesive, in grado di saturare in modo significativo il dedalo sepolto delle gallerie profonde. Finché al raggiungimento dei fori d’uscita nella parte superiore, si raggiungevano le chiuse preventivamente installate, in corrispondenza dell’uscita dei bacini poco fa descritti. Soltanto i capi responsabili dell’opera, che rispondevano direttamente alle più alte autorità della burocrazia statale, potevano a questo punto decretare il raggiungimento della situazione propizia. Allorché a un’ora prefissata, l’intera massa liquida veniva fatta defluire nelle arterie precedentemente costruite. E massicce quantità di pietra, sedimenti e minerali sgorgavano più a valle, mentre interi versanti montani cominciavano a franare, rovinando clamorosamente verso terra.
La materia fluida risultante, non dissimile da quella dello hydraulic mining messo a frutto nella California del XIX secolo, o in senso indiretto al fracking delle imprese minerarie contemporanee, costituiva un agglomerato di materiali leggeri ed altri pesanti, con l’oro tanto agognato rientrante, per ovvie ragioni, nella seconda di tali categorie. Il che poneva le basi per il passaggio successivo, durante cui i detriti venivano instradati in ulteriori canali realizzati ad hoc. Dove si compiva l’ultimo e più ingegnoso dei passaggi operativi della ruina.

Il concetto di base, a questo punto, era quello di creare un letto ruvido, in presenza del quale le particelle colloidali dell’oro di profondità, quasi mai rappresentato da grandi pepite, quanto piuttosto granuli e pagliuzze, potesse restare intrappolato, mentre il resto della terra assai meno desiderabile poteva procedere liberamente verso valle. Un obiettivo perseguito, quest’ultimo, in epoche antecedente e come narrato dallo storico Strabone mediante l’utilizzo di pelle di pecora, la possibile origine del mito del vello d’oro. Mentre in epoca romana lo strumento preferito erano le fronde di un arbusto spinoso chiamato ulex, identificato a posteriori come un rosmarino, ginestra o specie affini. In un groviglio che in seguito al passaggio del terreno liquefatto, veniva estratto, asciugato e carbonizzato mediante l’uso di fuoco vivo, da cui riemergeva intonsa la preziosa polvere splendente alla base di una tale devastazione. È altamente plausibile, del resto, che una parte significativa dell’oro finisse per disciogliersi, andando in questo modo perduta.
Ciononostante, l’impiego collaudato del sistema di ruina montium fu estremamente redditizio in molti luoghi, inclusa Las Médulas da cui si stima che i Romani furono capaci di estrarre un gran totale di 3,5-5 tonnellate del metallo in oltre un secolo e mezzo di attività. Guadagnando risorse economiche destinate a rivelarsi strategicamente preziose per l’organizzazione del crescente Impero. E ponendo le basi di un paesaggio, considerato patrimonio dell’UNESCO a partire dal 1997, completamente diverso da qualsiasi altra meta turistica connessa all’operato dei nostri insigni predecessori. Così lontani dalla vigente perizia tecnologica. Eppure tanto simili, dal punto di vista di prerogative ed ambizioni. Avendo già da tempo implementato un metodo di sfruttamento della natura, in grado d’influenzare l’ecologia e il paesaggio su scala estremamente significativa. Lasciando chiari indizi capaci di anticipare, in diversi modi rilevanti, il nostro stesso domani.

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