Cresta di fuoco, ala di corvo: pennuto è il diavolo dei pollai di Sarthe

Entrambe regioni connesse allo spazio iperboreo tra il mondo terreno e i confini dell’Universo, Inferno e Paradiso possiedono almeno un aspetto in comune: per poterli raggiungere, occorre librarsi in qualche maniera oltre i limiti imposti della gravità. Altrimenti perché i rispettivi abitanti, tra le proprie caratteristiche, avrebbero proprio quel paio di arti capaci di spalancarsi, incanalando l’aria per generare portanza? Eppur sembri che nonostante le ali che li accomunano, un altro aspetto divida le due antiche stirpi. Quello che si trova situato, idealmente, sulle loro teste. Da una parte l’aureola, dall’altra un sottile e appuntito, ruvido e fiammeggiante, temibile simbolo di potere, le corna. Che fanno di angeli e demoni, due cose distinte. Nella maggior parte dei casi.
Narra Duarte Barbosa, funzionario portoghese a Cannanore e Cochin, nel suo Livro em que dá relação do que viu e ouviu no Oriente del 1516 di una leggenda sul martirio dell’apostolo Tommaso, che si era recato a predicare a Mailapur, in India. E di come un abitante locale, recatosi a cacciare sulle montagne, avesse scorto d’un tratto un grande vortice di piume, possibilmente dovuto ad un gruppo di pavoni intenti a inscenare un qualche tipo di confronto amoroso. Allorché impugnato il suo arco, e lanciata la freccia letale, egli corse fin sulla vetta per scoprire qualcosa d’inaspettato. Era il Santo protettore del dubbio, trafitto per un tragico errore, che stava esalando il suo ultimo respiro. Vicenda apocrifa ed interpretata in molti modi diversi, sebbene alcuni appongano una fondamentale costante. Il modo in cui niente avrebbe impedito alla sua anima di librarsi, viaggiando a Occidente fino a una piccola comunità francese nella valle del fiume Loira. Nella zona del dipartimento di Sarthe, nel Maine, dove una chiesa e l’intero agglomerato circostante sarebbero stati ribattezzati entrambi La Flèche, ovvero la Freccia, per commemorare la tragica morte di costui. Una singolare coincidenza, a ben vedere. Per il modo in cui molti anni dopo, in un momento indefinito tra il XII e XVI secolo, una particolare razza di polli dalle piume nere originari di tale luogo avrebbero visto attribuirsi lo stesso termine dato il fenotipo maggiormente caratterizzante: l’individuale possesso, di maschi e femmine, di una notevole forma geometrica sulla cresta, capace di presentarsi con la “V” che ricorderebbe, per l’appunto, una flèche. O almeno così si usò dire, fino agli albori della modernità. Quando qualcuno finalmente ammise come il prodotto di tali allevamenti ricordasse, più che altro, la tipica iconografia di Lucifero ed i suoi servitori dai piedi di porco. Rappresentando l’unica e manifesta presenza del Pollo Diavolo, sotto un qualsiasi aspetto…

Antefatti sovrannaturali o mistici a parte, nessun tipo di fenomenologia trascendente risulta essere interconnessa alla genesi di questa razza. Risultando nei fatti tracciabile all’epoca tardo medievale, quando i contadini intenti ad insediarsi nella parte nord-occidentale della Francia dovettero trovarsi a fare i conti con un terreno meno fertile di quello delle proprie regioni di provenienza. Il che portò ad un allevamento intensivo di animali utili, ivi incluso il pollame, senza poter disporre delle conoscenze genetiche dei nostri giorni. Il che portò all’insorgenza di taluni tratti inaspettati, sebbene tutt’altro che privi di precedenti. Vedi il caso del crèvecoeur normanno, anch’esso denominato sulla base del proprio luogo di provenienza (Crèvecœur-en-Auge) dotato della stessa cresta cornuta, così come presentava qualcosa di simile, sotto la densa massa di piume in testa, il pollo “sultano” delle regioni turche dell’Impero Ottomano. Una vistosa duplice preminenza, maggiormente sviluppata nei galli rispetto alle loro consorti, la cui funzione pratica risulta essere totalmente assente. Giungendo a costituire, nei due casi europei, più che altro una debolezza. Vedi la maniera in cui l’appendice biforcuta potesse andare incontro a congelamento, nelle fredde notti dell’inverno del settentrione di Francia. Rischio ancor più accentuato nel pollame di La Flèche, visto il possesso dei due orecchioni (oreillons) implumi di un vistoso color bianco, che ulteriormente impreziosiscono il quadro della loro nobile testa. Non è dunque difficile ipotizzare, già in epoca pre-moderna, un allevamento di questi uccelli condotto con latenti finalità ornamentali, sebbene ciò che continuava a renderli maggiormente preziosi era la loro doppia valenza, di produttori di circa 150-200 uova l’anno nonché possessori di un tipo di carne che si riteneva essere di qualità superiore, per qualche ragione difficile da accertare in modo retroattivo. Sebbene l’idea sussista tutt’ora ad un qualche livello teorico, soprattutto per effetto comparativo, viste le implicite carenze dei polli allevati in batteria. Non che capiti frequentemente di consumare un pollo diavolo al giorno d’oggi, per la sostanziale rarità degli esemplari rimasti, un destino toccato a molte altre razze francesi in seguito alla seconda guerra mondiale, quando un’alta percentuale della popolazione scelse di trasferirsi nelle grandi città. Riduzione numerica motivata, nel presente caso, anche da scelte intenzionali operate nel corso delle generazioni intercorse. Giacché i La Flèche risultano caratterizzati, oltre che dalla vulnerabilità al freddo sopra menzionata, da ulteriori aspetti che li rendono poco pratici nel mondo moderno: un temperamento nervoso e la facilità al volo, per cui risulta difficile contenerli. Una crescita relativamente lenta del pulcino, da cui deriva un maggior costo necessario per il raggiungimento dell’età adulta. Ma soprattutto la scarsa fertilità, per via della consanguineità ereditaria causata dal ridotto pool di esemplari disponibili, così come avviene per molte altre razze rare d’innumerevoli stirpi e genìe distinte.

Il fatto che il mondo risulti essere dominato dalla ricerca estetica di particolari valori oggettivi, riconducibili a proporzioni o circostanze degne di nota, può d’altra parte riflettersi nell’allevamento continuativo ed il successo che questi prodotti della selezione umana ottengono ancora oggi all’interno delle fiere di settore. Con uno standard avicolo nato tardivamente in epoca ottocentesca e conseguente esportazione in altri paesi del mondo, come testimoniato anche dall’inclusione nell’American Standard of Perfection del 1874. Iniziatore della tradizione secondo cui questi polli dovessero essere unicamente neri con riflessi verdi, laddove Francia e Germania si era già iniziato a riconoscere e premiare varianti cromatiche tra cui bianca, bluastra e picchiettata. Oltre alla versione bantam su modello indonesiano, con un peso massimo di un Kg e mezzo rispetto ai tre abbondanti dell’originale. Suggellando tra trasformazione finale di una razza creata un tempo per essere utile, e approdata soltanto oggi al suo scopo finale di appagare la fantasia e lo sguardo.
Possibile, allora, che si tratti di una semplice coincidenza? Il fatto che finalmente si possa chiamare il Demonio per nome, ammettendo il suo fascino dalle appuntite corna. E venerare con gli occhi il prodotto di un misterioso nido di coccatrice. La cui covata è Legione. E la colonna sonora, un assolo elettrico di agguerrite chitarre con la testa di serpe.

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