Sfere sullo spillo dell’inerte cavalletta che sognava di essere un ramo

L’alato tamnofilide, anche detto uccello mangiaformiche, sostava sopra l’albero con un pensiero in bilico nel suo cervello piccolo benché affilato: “Se quel bastone riesce a muoversi, se quel bastone riesce a muoversi…” Naturalmente nato e perfettamente equipaggiato per vivere sotto l’umido manto della foresta pluviale, il piumato predatore aveva conosciuto raramente un simile senso di tentennamento. Il becco semi-aperto e gli occhi fissi sul bersaglio che, in effetti, non avrebbe mai potuto essere meno invitante di così. Da un giorno senza una colonia da perseguitare, scacciato dal suo territorio dall’arrivo di una piccola famiglia di rampichini dal becco a sciabola, il pennuto si trovava ormai vicino ai limiti delle proprie risorse d’energia latente. Così sostando appollaiato, sembrava dare l’impressione di essere attualmente intento a meditare. “Se quel bastone…STOP!” Cessando il mantra, le ali sollevate, il peso innanzi pronto per balzare all’altro capo dello spazio nei grovigli della sua canopia, aveva scorto un passo irregolare nella vibrazione di quel singolo frammento vegetale. Con trillo lieve ed un frullio veloce, l’insettivoro percorse il vuoto per posarsi sopra ciò che aveva scelto di assaggiare prima della fine. Sebbene sul frangente dell’enfatico atterraggio, d’improvviso, il tratto era sparito ed al suo posto c’era il tronco ruvido di un albero del tutto indifferente. Soltanto ai margini di un tale sguardo, legnoso e rigido nel corpo esteso al massimo della lunghezza, con testa aguzza e aerodinamica, il furtivo premio si trovava intento a disegnare un arco in mezzo ai refoli del vento mattutino. Senza un suono, era saltato. Senza esitazioni, aveva percepito l’ora del pericolo, mettendo in chiaro la prerogativa della propria lunga discendenza generazionale.
Essendo abituati a considerare nel limitato novero entomologico di competenza universale, l’ideale collocazione del fasmide altresì chiamato “insetto stecco” sul piano istintivo e quello pratico individua questo gruppo di creature nel segmento di coloro che camminano piuttosto che volare abitualmente con le ali che l’evoluzione gli ha donato. Laddove nel caso della qui presente super-famiglia Proscopioidea, la giustapposizione appare confluire presso il vertice di condizioni contrapposte; ecco dunque una creatura che non vanta la preziosa conoscenza né il profilo alare descritto nel catalogo dei codici di Vinci. Eppur quando percepisce l’opportunità di perseguire la salvezza, scatta innanzi come se non ci fosse un domani. Dopo tutto resta un membro degli ortotteri, ovvero appartenente all’ordine della sublime cavalletta saltatrice, avente tale movimento come implicita caratteristica del suo stile di vita. Anche se basta un solo sguardo per comprendere fino a che punto sia distinto, nelle forme, capacità e fenotipi, tale genere neotropicale forgiato nel fuoco intenso della selezione naturale in un ambiente estremamente competitivo. Fino alla creazione del più subdolo dei mimetismi criptici omomorfi; diventare parte del sostrato vegetale che ogni angolo pervade e sovrascrive. Allorché neanche il più veloce degli uccelli possa conoscere soddisfazione, nell’inseguimento di quello che non riesce a vedere…

Sfuggente nell’approccio nonostante le apparenze, la cavalletta soprannominata “testa di cavallo” è un raro caso nella tassonomia moderna di categoria dotata di una certa celebrità, pur essendo ragionevolmente scevra di approfondimenti scientifici professionali. Forse per l’inaccessibilità del proprio areale, corrispondente alle regioni densamente ricoperte di vegetazione tra i monti del Brasile, Colombia e Guyana Francese. O magari a causa della sua distribuzione discontinua, tipica di un essere che non vanta nessun tipo di migrazione tra le sue prerogative inerenti. E forse anche per questo, non ha mai costituito un rischio elevato sul piano economico per gli agricoltori di questa particolare zona geografica del mondo moderno e contemporaneo. Il che non toglie una voracità probabilmente significativa, soprattutto per le specie più grandi come la Pseudoproscopia scabra, le cui femmine possono raggiungere i 15 cm, mentre i maschi si aggirano comunemente attorno ai 9. Fitofagi di comprovata abilità, grazie alle mandibole affilate nella parte bassa delle loro teste dalla forma conica invertita, le cui corte antenne si ergono a congiungersi sopra gli occhi a bulbo come prosecuzione del cuneo apicale. Offrendo un rilevante contributo ad un profilo estremamente insolito, difficilmente riconducibile alla forma di un insetto. Per certi versi equino, da cui il soprannome, mentre per altre vie riconducibile alla figurazione immaginifica di specie aliene provenienti dall’universo di Guerre Stellari piuttosto che lo scalo intergalattico dei Men in Black.
Una mancanza di punti di contatto evidenti, fatta eccezione per la convergenza situazionale non generica rispetto ai fasmidi sopracitati, che ha portato lungamente ad una classificazione tassonomica tutt’altro che chiara. Ivi inclusa la sopracitata P. scabra, che fin dalla scoperta ad opera dell’entomologo Johann Christoph Friedrich Klug nel 1820 nel Parà brasiliano fu collocata a pieno titolo nella famiglia già creata delle Proscopiidae. Finché notate le importanti differenze sul piano della morfologia, attraverso svariati studi condotti all’inizio del XX secolo, non si decise d’inserirla all’interno della categoria connotata dal prefisso pseudo- (simile a) che ad oggi tanto affascina e coinvolge i gruppi di disquisizione internettiani. Intenti a teorizzare, senza il supporto di alcun dato acclarato, le possibilità del ciclo vitale e sistema riproduttivo di un così fantasmagorico insetto. La cui deposizione delle 12-30 uova osservate in cattività, ragionando per inferenza, dovrebbe prevedere l’inserimento dell’apposito organo depositante nel suolo morbido della foresta. Prima di tornare, laboriosamente, in cima agli alberi che offrono l’unica protezione dall’occhio perennemente attento dei predatori. Creatura per lo più notturna, solitaria ed incapace di emettere alcun tipo di richiamo, l’effettivo metodo impiegato per gli accoppiamenti resta ad oggi un mistero. Fermo restando l’aspetto indubbiamente rilevante del rapporto maschi-femmine all’interno di un singolo evento di schiusa: generalmente riassumibile nella cifra di 3:1, riflettendo il maggior grado d’investimento ecologico ed il tempo più elevato necessario perché le potenziali madri raggiungano la muta dell’esoscheletro finale.

Maggiormente inclini a balzare via durante i propri stadi antecedenti alla maturità, gli stecchi saltatori tendono dunque all’immobilità o l’oscillazione ritmica man mano che maturano e raggiungono dimensioni di maggior rilievo. Paradossalmente troppo rari, e privi di dati sufficienti all’elaborazione di un piano normativo preciso, la loro presenza nel commercio internazionale è largamente attestata, nonostante le difficoltà inerenti nell’allevamento in cattività di generazioni ulteriori. Anche e soprattutto per la fragilità inerente dei loro arti e il corpo sottile, tanto che gli esperti sconsigliano nella maggior parte dei casi la manipolazione diretta, facendo piuttosto salire l’insetto sopra una foglia o un rametto da spostare o mettere sotto la lente di registrazione del cellulare. Un qualcosa che difficilmente si potrebbe avere l’occasione di fare in natura. Per fortuna di quel popolo segreto. La cui vicenda collettiva sembra quasi alludere, in maniera non direttamente confutabile, all’inclinazione maggiormente artistica dei reparti di progettazione della Natura.

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