Piccolo Windsor tra gli stagni artificiali: il castello di Hluboká, corona di torri che si specchia nella sua memoria

La maggior parte dei luoghi fortificati e piazze d’armi nasce con un obiettivo strategico, che viene perso lungo il tragitto dei secoli trasformando le antiche architetture in un tipo di simbolo identitario, il volto emblematico di una nazione. Ciò tende ad avvenire, tuttavia, verso il termine del Medioevo, con l’introduzione di munizioni più potenti ed esplosivi migliori. Un esempio significativo del contrario può essere immediatamente rintracciato nello zámek (château) di Hluboká lungo il fiume Vltava, una delle residenze nobiliari più famose della Repubblica Ceca, situata lungo uno degli assi di collegamento principali per raggiungere da meridione la grande città di Praga. Oggi a un paio d’ore di treno, il che rende questo sito al tempo stesso fuori dagli itinerari più diretti ad altamente desiderabile da punto di vista turistico, per il modo in cui riesce a riassumere tra le sue bianche mura oltre 800 anni di correnti architettoniche, soluzioni strutturali e gusto estetico del quadrilatero boemo. Da un palcoscenico sopraelevato, grazie alla collocazione su di un promontorio roccioso ad 83 metri sopra il corso delle acque, da cui la prima iterazione risalente al XIII secolo supervisionava il transito d’imbarcazioni e carovane commerciali, con gran guadagno da parte della discendenza dei suoi committenti, il clan nobile dei Vítkovci. Fortuna e contrattempo nello stesso momento, visto il modo in cui una delle figure di spicco di tale dinastia, Záviš di Falkenštejn, decise nel 1285 di sfidare l’autorità dei Přemyslidi, sposando la regina madre dopo la morte di Re Ottocaro II per governare in vece del giovane Venceslao II. Il che avrebbe in ultima analisi portato al suo arresto ed il trascinamento forzato sotto le mura dei suoi sostenitori, implorandoli di arrendersi per aver salva la vita. Uno stratagemma dei poteri forti che avrebbe funzionato ovunque tranne a Hluboká, innanzi alla fortezza del fratello Vítek, che rifiutò d’arrendersi e per questo venne a sua volta sconfitto, catturato e messo a morte nel 1290. Senza grandi o memorabili battaglie, né assedi degni di nota; questo perché lo zámek in questione, già allora, non vantava grandi mura inconquistabili o opere difensive particolarmente durature. Semplicemente, in quanto simbolo svettante del potere, non ne aveva mai avuto la necessità. Il che non toglie la sua notevole importanza destinata ad essere raggiunta e mantenuta negli anni a seguire, attraverso un susseguirsi di passaggi di mano come pegno ai servitori più stimati della Corona, che a tratti lo abbellirono e mantennero in condizioni relativamente dignitose per i due secoli successivi. Fino al subentro di Vilém II di Pernštejn, che nel 1490 decise di fare quanto molti altri avevano tentato prima della sua epoca, con diversi gradi di successo: integrare l’acqua stessa come simbolo del potere costituito. Trasformando chilometri quadrati d’acquitrino in parte stessa dei distretti, e cornice inconfondibile del suo alto, magistrale palazzo…

Naturalmente Hluboká, edificio Gotico e dedicato a una funzione ben definita (sebbene non così efficiente nel perseguirla) non aveva all’epoca ancora l’aspetto attuale. Ma il paesaggio iniziò allora ad essere plasmato in base ai crismi che presenta tutt’ora. Allorché Vilém II, intraprendendo la bonifica degli immediati dintorni, diede inizio alla sua opera con l’edificazione del bacino artificiale Bezdrev, tramite l’implementazione di una diga di circa 400 metri di lunghezza. Tale da renderlo la più vasta opera in tal senso di tutta la Boemia meridionale, inserita in un sistema di terrazzamenti successivi simili ad una cascata idraulica, lungo il territorio digradante di quello che costituiva, precedentemente un’area priva di alberi e terreno coltivabile da parte della popolazione. Finendo per offrire, conseguentemente, spazio utile a un’industria totalmente nuova: l’itticoltura delle carpe, tanto riuscita da vedere l’implementazione a largo spettro di una standardizzazione dei pesi e misure. Il primo punto di svolta architettonico per il castello propriamente detto sarebbe giunto d’altra parte solo in epoca ulteriore, con l’acquisto da parte di Joachim di Hradec nel 1561 dell’intera tenuta per la cifra di 115.000 kopa, e l’intenzione da parte di quest’ultimo di coinvolgere architetti italiani del calibro di Antonio e Vincenzo Vogarelli, al fine di trasformarlo in una residenza in pieno stile Rinascimentale, completa di sfarzosi saloni con opere lignee ed un’approfondita decorazione della corte interna. Iniziando un percorso interrotto con il verificarsi della Guerra dei Trent’anni nel XVII secolo, quando il castello venne dato in gestione per i debiti contratti dai suoi proprietari, di nuovo senza nessun tipo di battaglia, al generale spagnolo Don Baltasar Marradas. Che non riuscì di suo conto a difenderlo efficientemente dai due saccheggi successivi, da truppe mercenarie che si erano scisse dalle principali potenze in gioco nel conflitto tra gli stati protestanti e cattolici dell’ex Sacro Romano Impero. Verso la seconda rinascita nel 1661, ad opera dell’estimatore del Barocco Johann Adolf I von Schwarzenberg, capace d’iniziare un’amministrazione familiare che sarebbe durata per i tre secoli a venire. Dapprima ampliando e impreziosendo la struttura, tramite l’allestimento di molti ambienti di pregio tra cui sale da pranzo, appartamenti privati e spazi di rappresentanza. Preparando il campo all’opera ulteriore del suo erede dell’Ottocento Jan Adolf II von Schwarzenberg, che dopo una visita di stato all’Inghilterra per l’incoronazione della Regina Vittoria fatta con sua moglie Eleonora, Principessa del Liechtenstein, decise di rinnovare totalmente l’esterno dello zámek, donandogli l’aspetto che possiede tutt’ora: quello di una ricostruzione in scala più ridotta dello stile Neo-Gotico del castello britannico di Windsor, versione boema.

Ecco dunque le 11 torri dalla pianta per lo più quadrata, con quella più alta in grado di raggiungere i 52 metri e non più circolare come nello stile storico dello Hluboká, nonché i grandi giardini formali dal gusto britannico e la serra vetrata (orangerie) per la coltivazione di primizie nei gelidi mesi invernali. Il cantiere, supervisionato inizialmente dall’architetto viennese Franz Beer, durò oltre un ventennio e vide il subentro del collega Damasius Deworetzky per portare a termine il rifinimento degli spazi interni. Restituendo una versione totalmente nuova del castello, che inizialmente non piacque ai locali. Più di un cronista coévo, incluso il critico d’arte Eduard Herold, diedero in tal senso un giudizio negativo dell’opera, considerata inappropriata al paesaggio di riferimento e totalmente fuori luogo dal suo contesto. Il che non avrebbe impedito, nel secolo ulteriore, a iscrivere questa visione quasi fiabesca nell’immaginario collettivo, facendone un punto di passaggio turistico pressoché obbligato dell’area meridionale dell’attuale Repubblica Ceca.
A partire dalla trasformazione in bene di stato nel 1947, successivamente alla fuga della famiglia degli Schwarzenberg durante l’occupazione nazista della seconda guerra mondiale. Ed a poco sembrerebbero essere serviti i reiterati tentativi, dall’inizio degli anni Duemila, da parte degli eredi di ottenere nuovamente il possesso di una meta che vanta ormai 293.000 visitatori l’anno. Probabilmente ormai troppo utile dal punto di vista economico, ancor prima della memoria collettiva, per poter pensare di tornare gli antichi possessori. Ed anche questo, più di molti altri aspetti, è un segno del passaggio dei secoli. Assieme al mutamento delle priorità vigenti, nella conservazione dei beni tangibili dei lunghissimi trascorsi europei.

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