Nelle sventurate circostanze della disintegrazione in volo di un grande velivolo, il miglior segno immaginabile è generalmente l’apertura del più alto numero possibile di paracadute. Allorché su otto uomini presenti a bordo del bombardiere B-52G in volo sopra la contea di Wayne in North Carolina, soltanto cinque si salvarono, non essendoci purtroppo il tempo di evacuare per coloro che non erano situati in quel momento su di un seggiolino eiettabile. Ma dal punto di vista degli spettatori a terra che scrutarono d’un tratto verso l’alto, al verificarsi dell’esplosione del carburante nell’ala sinistra dell’aereo, sarebbe apparso in quel terribile 24 gennaio del 1961 un sesto telo intento a rallentare il proprio carico prezioso. La cui stessa presenza in mezzo al cielo sgombro, in verità, era il sinonimo di una condanna senza possibilità di appello. Tutti conoscono, in linea di principio, la potenza di una bomba nucleare all’idrogeno, decine o centinaia di volte più potente di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Non molti sapevano a quei tempi, d’altro canto, che letterali dozzine di queste armi volarono costantemente per un’intera decade sopra il territorio degli Stati Uniti ed Europa, nell’attesa di eventuali segni dell’ultimo di tutti i disastri. Confidando di riuscire almeno, qualche attimo prima della fine, a devastare un grande centro urbano dell’odiato ed al tempo stesso temuto blocco Orientale. Né di quante volte, con il prolungarsi della cosiddetta Operazione Chrome Dome, si sia sfiorato il più assoluto disastro, in seguito al verificarsi delle circostanze tali da invocare il protocollo Broken Arrow: la perdita in transito, parziale detonazione e/o conseguente irradiazione dovute all’impropria gestione di un esemplare della più potente arma mai costruita dalla razza umana. Persino in quel contesto, tuttavia, l’episodio di Goldsboro in piena guerra fredda resta un caso unico per le sue conseguenze più che decennali. Che vedono tutt’ora, nonostante i tentativi fatti per risolvere la situazione, una considerevole parte dei 3.400 Kg di una bomba modello Mark 39 sepolti a una profondità irrecuperabile nell’acquitrino ai margini di una zona agricola di quel tratto temperato della costa est del continente. Quasi come una leggenda in merito alla sussistenza di una secolare maledizione. Che attende l’ora di riemergere, avvelenando l’esistenza dei suoi malcapitati vicini…
La storia dell’incidente di Goldsboro, primo di una serie di tre che avrebbero infine condotto alla dismissione del programma Chrome Dome nel 1968, è al tempo stesso una dimostrazione di norme di sicurezza insufficienti ed una valida progettazione dei meccanismi contingenti. Vista l’entità straordinariamente risibile del singolo interruttore che, operando in maniera corretta, impedì un’esplosione che avrebbe devastato con l’onda d’urto un’area dell’ampiezza di 9 miglia, producendo nel contempo una nube radioattiva in grado di raggiungere tra molte altre le città di Washington, Baltimora e Filadelfia.
Era circa mezzanotte tra il 23 e 24 gennaio dunque, quando il bombardiere in questione con due bombe H a bordo si trovò a dover fare rifornimento in volto come da copione, ricevendo la notifica dall’equipaggio dell’aerocisterna della presenza di una perdita di carburante dal serbatoio alare sinistro. Quando il comandante di volo, il maggiore Walter Scott Tulloch, ricevette l’ordine di restare in aria finché la quantità di carburante infiammabile a bordo fosse diminuita sufficientemente da poter tentare un atterraggio di emergenza. Se non che, al rapido peggioramento della situazione ed una volta iniziato un frettoloso ritorno verso la base aeronautica di Seymour Johnson, il pilota perse improvvisamente il controllo del velivolo, che iniziò una vite irrecuperabile, costringendo l’equipaggio al suo abbandono prima che fosse troppo tardi. Operazione prevista dal protocollo, visto l’elevato grado di ridondanza contro la detonazione accidentale delle bombe Mark 39, in cui il carburante fissile non entra in gioco prima di una specifica serie di passaggi intermedi, culminanti con lo scoppio pre-determinato di una serie di piastre al plastico disposte attorno alla testata primaria. Se non che come c’insegna la vicenda del Titanic, molte cose possono andare storte allo stesso tempo. Rendendo l’ipotesi peggiore non soltanto possibile, bensì la conseguenza pratica della preparazione di profili di rischio non del tutto adeguati. Così mentre l’aereo andava letteralmente in pezzi, le due bombe vennero vicendevolmente proiettate verso un incerto destino. Con la prima, situata nella parte posteriore della stiva, proiettata in modo tale dalla propria rastrelliera da far si che una specifica corda di rilascio venisse tirata verso l’esterno, esattamente come avviene poco prima del rilascio intenzionale sopra un obiettivo designato. Il che diede inizio alla serie di verifiche interne su traiettoria ed altitudine, integrate nel cervello della bomba la fine di permettergli di aprire nel momento adatto il paracadute per la discesa controllata. Passaggio a seguito del quale, l’arma era sotto ogni punto di vista rilevante del tutto pronta ad esplodere, facendo ciò per cui era stata costruita. Tranne che per una singola, opportuna contingenza: l’integrazione di un solenoide a bassa tensione, come ultimo interruttore di sicurezza, che doveva essere azionato intenzionalmente dall’equipaggio. Nella storia pregressa della gestione aerea delle bombe nucleari, tale pulsante era stato premuto in altre circostanze per errore. Per fortuna, nulla di simile avvenne durante l’incidente di Goldsboro, come avrebbero scoperto gli addetti che trovarono l’indicatore attivato soltanto successivamente all’impatto, senza la tensione necessaria a finalizzare il conseguente boato. Il che lascia il destino della seconda bomba come il maggiormente incerto e problematico. Quando l’oggetto esiziale, senza aver sperimentato la preparazione accidentale e conseguente apertura del telo frenante, impattò a piena velocità contro il suolo fangoso ai margini di un campo tipico della North Carolina rurale. Conficcandosi potentemente nel terreno, fino alla profondità di circa 17-21 metri.
La risonanza mediatica dell’incidente fu, alquanto comprensibilmente, notevole fin dal giorno successivo. Quando i tecnici della squadra di Explosive ordnance disposal (EOD) della base Seymour Johnson si precipitarono sul luogo, trovando il primo ordigno fortunatamente inesploso, saldamente appeso ai rami di un alto albero ai margini della radura. E per quanto concerne il secondo… Soltanto alcuni frammenti. Fu allora che scavando febbrilmente nel suolo fangoso, dopo aver recuperato la testata e il materiale potenzialmente instabile usato per la detonazione iniziale, quello che sembrava impossibile diventò rapidamente una semplice realtà dei fatti: la testata dello stadio secondario della bomba non era in alcun modo recuperabile, almeno senza l’utilizzo di mezzo pesanti che avrebbero potuto peggiorare la situazione. Il che portò all’unica decisione rimasta di lasciarla, semplicemente, là sotto. Dove si trova ancora oggi, all’interno di un appezzamento di terreno acquistato con diritti di servitù perpetua, in qualità di accorgimento legale giudicato indispensabile dal Governo Federale statunitense.
Rischi di detonazione accidentale: ormai pari allo zero assoluto. Il che non toglie come una simile quantità di uranio arricchito, senza un appropriato fusto di contenimento, costituisca un rischio innegabile di contaminazione, soprattutto vista la vicinanza della falda acquifera sottostante. Ma talvolta tutto quello che si può fare è accettare le circostanze problematiche e decidere, nonostante tutto, di andare avanti. Ci sarebbero in effetti voluti altri due casi imprevisti di disastri aerei coinvolgenti bombardieri, dalle conseguenze indubbiamente più gravi, per porre una tardiva battuta d’arresto all’Operazione Chrome Dome: quello con irradiazione presso Palomaras in Spagna del 1966 e l’ultimo in ordine di tempo, nel 1968, che arrivò vicino a devastare con quattro bombe Mark 28 una zona fortunatamente remota della Groenlandia. Il che avrebbe portato i vertici delle Forze Armate ed il Congresso ad elogiare contestualmente “l’alto grado di efficienza” raggiunto dai missili intercontinentali, dando finalmente l’ordine di far cessare il costante sorvolo di velivoli con armi nucleari nell’intero territorio sottoposto, volente o nolente, all’egida della nazione più potente della Terra.
Lasciando la perduta bomba di Greensboro a solenne e sotterraneo monito per le generazioni future, di quanto sia poco opportuno anteporre il bisogno di reciprocità alla sicurezza necessaria del quotidiano. Ammesso e non concesso, visto il recente ritorno di particolari stili dialettici e metodologie espansionistiche delle grandi potenze, che la razza umana abbia effettivamente un domani.


