Tra strani tubi extraterrestri, l’irrisolto enigma della Montagna Bianca del Qinghai

Attraverso il vasto mare dei secoli, un fossile costituisce l’indelebile segno lasciato dall’esistenza pregressa di un tipo d’organismo che ha respirato, vissuto e si è riuscito a riprodurre nell’ambiente di un tempo antico, finendo esso stesso, per processi di varia natura, per diventare una parte del suo paesaggio ormai sepolto. Concetto in tale senso non dissimile da quello di un reperto, palese manufatto di pregresse generazioni, capace di aprire una finestra sulla storia più o meno approfondita dei nostri antenati. La distinzione d’altra parte è netta in termini di epoche effettivamente trascorse: giacché i processi necessari a mineralizzare un’entità di tipo biologico, nella maggior parte dei casi, richiedono un tempo che aspira al lungo ciclo degli Eoni. Laddove a seppellire vasi o manufatti di terracotta, per accantonarne dopo l’esistenza, tendono bastare un paio di millenni, o magari una manciata di secoli appena. Il che basterebbe a farci annoverare le formazioni tubolari rinvenute al termine degli anni ’90 nelle tre caverne della montagna piramidale della Baigongshan (letteralmente: Montagna Bianca) come appartenenti al primo gruppo di entità, vista la loro datazione formalmente determinata a 150.000 anni prima della data odierna. Di gran lunga antecedente rispetto a qualsiasi insediamento registrato nell’arido altopiano del Qinghai, che si estende fino alle radici del tetto del mondo, situato entro i confini dell’adiacente nazione tibetana. Una definizione facile da attribuire, finché non si scruta con i propri occhi ed acquisisce l’effettivo aspetto del rilevante contesto geofisico, che vede il massiccio in questione con l’aspetto complessivamente non dissimile da quello di una piramide di tipo antropogenico. E le condutture in questione, che sbucano nel sottosuolo in tre caverne dall’ingresso triangolare e all’altro capo del massiccio, in prossimità di un lago salato ad 80 metri di distanza, del tutto compatibili con un lavoro di natura idraulica portato a compimento dall’uomo. Trattandosi nello specifico, a voler scendere nei particolari, di una pletora di elementi cilindrici vuoti ed oblunghi, dalla composizione prevalentemente metallica, il cui diametro varia da pochi millimetri fino a 40 cm. Il cui utilizzo in tempi ancestrali per il trasferimento dei fluidi appare tutt’altro che impossibile, così come l’alternativa opportunità di far passare segnali o linee elettriche fino alla sommità del massiccio, in questo luogo circondato da terreno pianeggiante ideale per la costruzione di un osservatorio o punto d’osservazione paesaggisticamente privilegiato. In maniera simile a quanto fatto, in effetti, in epoca contemporanea presso la Montagna Viola a 70 Km di distanza, con un radiotelescopio per le onde ultra-veloci di Yematan, prezioso strumento al servizio della comunità accademica cinese. Un tipo di paragone che apre il passo in modo significativo a quella che è da sempre stata, per il caso di Baigong, una delle ipotesi più ripetute e discusse localmente, con un possibile intento di amplificare la portata turistica e culturale del ritrovamento: la difficilmente confutabile possibilità che un qualche tipo di mente intelligente, non necessariamente appartenente ad un’iterazione della nostra stessa specie, possa aver “costruito” la montagna e il suo bizzarro contenuto. Credo sia anche troppo palese, a questo punto, il tipo di creatura di cui stiamo parlando…

Extraterrestre è stata fin da subito l’espressione utilizzata a dire il vero, nell’articolo pubblicato nel 2002 dall’agenzia Xinhua evidentemente incline ad ispirarsi alle pubblicazioni sugli antichi visitatori spaziali da parte dell’autore parascientifico svizzero Erich von Däniken, con riferimento alla scoperta pregressa del 1996 dei tubi in questione effettuata dallo scrittore locale, o archeologo autodidatta Bai Yu. Il quale sottoponendo dei campioni raccolti localmente al Ministero dell’Industria Metallurgica per farli analizzare, aveva ottenuto il risultato interessante di un 92% di composizione a base di ossido di ferro, mentre la restante parte del materiale sembrava essere composto da elementi misteriosi la cui identificazione risultava impossibile allo stato attuale delle cose. Suscitando la percezione di un’effettiva anomalia, successivamente confermata dalla testimonianza di una spedizione di paleontologi provenienti dagli Stati Uniti, che si trovarono a contattare nel 1998 le autorità locali in seguito all’avvistamento di quelle che gli erano sembrate, a tutti gli effetti, delle condutture costruite come parte di un insediamento non più esistente. Soltanto successivamente e con il coinvolgimento di una fonderia locale sotto la supervisione di Liu Shaolin, si sarebbe giunti ad accertare la presenza nelle anomale strutture di un buon 30% tra ossido di silicio e calcio, complicando piuttosto che semplificando l’effettiva natura del problema. Giacché simili elementi, contrariamente al ferro propriamente detto, sono tipici componenti nel fenomeno delle concrezioni, ovvero formazioni dovute alla presenza d’impurità nel sottosuolo che nel caso specifico, finora, non avevano trovato attestazioni evidenti. Spostandosi per questo nello spazio delle ipotesi relativamente razionali, venne dunque ipotizzato in ambienti scientifici che le insolite tubazioni potessero essere l’indiretta risultanza del sollevamento dovuto al magma di risalita, effettivamente attestato nella regione del Qinghai in un periodo coévo ai 150.000 anni trascorsi dall’antichità del sito. Ciò a causa della fessurazione della roccia, con conseguente infiltrazione di copiose quantità di idrogeno solforato, successivamente in grado di dare adito al corpo dall’aspetto rugginoso degli oggetti in questione. Approccio esplicativo valido come qualsiasi altro, in assenza di prove pratiche citabili a effettiva conferma nella disanima formale di uno studio scientificamente coerente. Il che ci porta, di contro, alla versione della storia che sembrerebbe allo stato attuale aver raccolto il maggior numero di consensi tecnici, con riferimento ad un lavoro pubblicato nel 1993 dagli statunitensi Mossa e Schumaker sul Journal of Sedimentary Research, relativo a formazioni fossili ritrovate in Louisiana, connesse a radici di pino del periodo preistorico, successivamente disgregatosi per il passaggio dei millenni, seppur lasciando un chiaro segno della propria pregressa esistenza, tramite fessurazioni verticali nel sottosuolo. Spiegazione applicabile in modo particolare al caso di Baigong considerata l’apprezzabile presenza, in alcuni dei tubi, di anelli affini a quelli dell’accrescimento vegetale dei tronchi, possibilmente allusivi ad un’effettiva origine vegetale delle misteriose strutture. Visioni plausibili, per lo più fondate su speculazioni, come d’altra parte spesso capita in corrispondenza di anomalie antichissime e perciò difficili da collocare in un contesto di riferimento acclarato.

Quale dovrebbe essere, d’altronde, il comportamento idoneo ad una comprensione sistematica di tali circostanze? Accantonare totalmente il metodo ipotetico, affidandoci soltanto sulla base dei dati che possono essere inseriti in una lunga serie di riferimenti pregressi… Piuttosto che lanciarsi in voli pindarici che scrutano all’esterno delle circostanze, verso le iperboree regioni della consapevolezza basata sulla mente? Principio operativo narrativamente olistico, in grado di scrutare e approfondire l’Ignoto. Forse il principale tratto distintivo delle metodologie che possediamo; un quasi esclusivo appannaggio, comparativamente unico, di questo mondo e le creature che lo suddividono in categorie distinte. Da molto prima che il metodo scientifico creasse i presupposti necessari a condividere le vicendevoli scoperte. Oltre i limiti delle nazioni e individualistiche giurisdizioni operative, nell’insistente ricerca della verità finale. Così come è giusto che sia, di fronte all’impossibile e talvolta incomprensibile natura del nostro Universo.

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