Scendendo dove scorre il fiume che scolpisce il raro marmo sull’enigma geologico di Taiwan

Percorrendo l’entroterra che divide i lati contrapposti della grande isola di Taiwan, coi suoi 35.000 Km quadrati di estensione, un’alta strada si solleva sopra il manto verde del denso territorio ricoperto di vegetazione lussureggiante. È la Provincial Highway 8, prima di seguire pedissequamente il fiume Liwu nel punto di minore resistenza, che il caso vuole sia un taglio secante l’altopiano fin giù dentro un’apertura stretta e serpeggiante. Qui gli automobilisti si ritrovano circondati da pareti alte ed inclinate, che in determinati tratti oscurano quasi completamente il cielo fatta eccezione per pertugi di qualche dozzina di metri. Immaginate per comprendere una carreggiata costruita lungo l’area percorribile nel centro esatto del Grand Canyon. Con una significativa differenza: piuttosto che la rossa pietra d’arenaria del Colorado, muri striati bianchi e grigi, naturalmente accidentati eppure non dissimili da quelli di un pavimento di pregio. Questo perché la gola fluviale di Taroko è fatta quasi interamente di marmo, caratteristica abbastanza rara da rappresentare uno dei soli tre esempi di tale contingenza paesaggistica al mondo.
Così chiamata in onore del primo popolo che abbia vissuto da queste parti ovvero la discendenza austroneasiana dei Truku, un tempo associati ai loro vicini Seediq, prima di aver lungamente combattuto per il riconoscimento della loro identità collettiva nettamente distinta. Genti la cui persistente stima dei propri antenati, nonché radicata religione animista, ancora sopravvivono nelle disparate leggende e i miti collegati al canyon, che includono la voce risuonante degli Utux, spiriti dei crepacci collegati ai molti nidi di rondine situati sugli elevati muraglioni, ed il concetto che lo scheletro visibile denunci la montagna come vero essere vivente mai sopito, le cui lacrime ricadono come cascate verso simili profondità nascoste. Laddove l’approfondimento di tipo geologico parla piuttosto di una genesi del tutto rintracciabile per questo territorio, basata su una serie di fattori ragionevolmente evidenti. Per prima cosa, la collocazione taiwanese sull’Anello di Fuoco del Pacifico, per essere precisi in corrispondenza del punto d’incontro tra le due placche continentali delle Filippine e dell’Eurasia, dove la spinta di sollevamento della crosta terrestre continua ancora oggi ad aggirarsi su svariati millimetri l’anno. Proprio là, dove uno strato consistente di pietra calcarea, derivante dall’accumulo un tempo sommerso di creature non più viventi aveva portato alla mineralizzazione dei loro gusci e scheletri residuali. Allorché trovandosi equamente esposta all’erosione del vento e della pioggia, nonché il flusso di un fiume potente ed instancabile come il Liwu, ciò che viene normalmente ricoperto dall’accumulo di molti secoli di sedimenti restò invece messo a nudo, prospettando l’attuale situazione effettivamente visibile soltanto in altri due luoghi di cui abbiamo notizia: il canyon marmoreo di Bhedaghat in India e quello di Trigrad, in Bulgaria. Sebbene sia opinabile che le particolari caratteristiche scenografiche dell’esempio in Estremo Oriente contribuiscano, probabilmente, a farne il più spettacolare al mondo…

Ragionevolmente sconosciuto fino alla metà del secolo scorso, fatta eccezione per il nozionismo topografico degli abitanti oriundi, l’intero territorio dell’attuale Tàilǔgé Gúojiā Gōngyuán (太魯閣國家公園) o “Parco Naturale di Taroko” venne inizialmente identificato dal Governatore Generale Giapponese durante l’occupazione antecedente alla seconda guerra mondiale, quando alcuni ripidi sentieri vennero costruiti per attraversarlo e raggiungere l’entroterra. Tanto che immediatamente dopo la liberazione al termine del conflitto, il ripristinato e distinto governo della Repubblica di Cina (ROC) si affrettò ad abolirlo, come probabile ricordo sgradevole degli anni di tirannia. Entrate parimenti in un conflitto di natura esistenziale con la sua controparte continentale, la nazione di matrice comunista che non avrebbe mai ufficialmente riconosciuto la legittimità della secessione intercorsa, le autorità isolane si resero ben presto conto tuttavia che una nazione incapace di costruire infrastrutture nella sua parte più inaccessibile non sarebbe mai stata presa sul serio sullo scacchiere internazionale, oltre a risentire grandemente di limitazioni alle sue potenzialità di dislocamento logistico e tattico in caso d’invasione proveniente dall’esterno. Il che avrebbe portato nel 1956 all’avvio del progetto per la costruzione della strada, inizialmente denominata Central Cross-Island Highway, con un notevole dispendio di manodopera, materiali ed esplosivi. La storia narra a tal proposito di come tra le molte migliaia di operai coinvolti, oltre 200 avrebbero perso la vita nei quattro anni successivi necessari al completamento, a causa di alluvioni, frane e occasionali terremoti. Questione celebrata in modo particolare da due notevoli punti di riferimento nella valle. Vedi il ponte Cimu (慈母橋) “della Madre” in acciaio dipinto di rosso, con parapetti in marmo estratto localmente e lavorato con cura, situato in corrispondenza di un punto dove si dice che una donna abbia lungamente aspettato il figlio che era andato a lavorare lungo il fiume, il quale non sarebbe tornato mai più. Ed il tempio di Changchun (長春祠) o “Eterna Primavera” per la commemorazione delle anime dei defunti, scenograficamente situato in corrispondenza di una delle molte scroscianti cataratte che si ricongiungono al corso del vorticoso fiume sottostante. Soltanto due dei molti altri punti di riferimento della gola, che iniziano dallo scorcio celebre dell’arco di roccia usato come sfondo per innumerevoli fotografie scattate dai turisti, fino alla “grotta” verticale (in realtà priva di un soffitto) della zona delle rondini, oggi ridotte di numero causa il rumore delle automobili che passano a distanza eccessivamente ridotta. Notevole anche il tunnel scavato nel marmo delle cosiddette Nove Curve (九曲洞 – Jiuqudong) i cui numerosi trafori verso il vuoto dello spazio antistante creano giochi di luce capaci di affascinare e catturare totalmente lo sguardo dei guidatori. Non che gli incidenti siano rari da queste parti, soprattutto in relazione all’alto numero di ciclisti che continuano ad usare l’importante arteria di collegamento come meta elettiva di un’escursione oggettivamente memorabile, relegando in secondo piano eventuali considerazioni in merito alla sicurezza stradale.

Questo benché il rischio principale per chi decida di visitare i molti sentieri percorribili a piedi lungo le pendici e le molte diramazioni della gola resti ad oggi quello di eventuali e non sempre prevedibili frane, visto il significativo dislivello verso il fondo della vallata. Che talvolta possono assumere proporzioni letteralmente disastrose, come avvenuto durante l’ultimo forte terremoto del 2024, responsabile di aver bloccato molti di questi sentieri ed anche parte della strada della carreggiata principale. Con una situazione che nonostante il passaggio intercorso di un paio d’anni ed il lavorìo costante delle autorità, almeno in base a diverse fonti online parrebbe non essere tornata ancora alla normalità. Il che rende in modo chiaramente prospettabile ogni pianificazione turistica per visite più approfondite ad oggi complessa, in attesa di nuove notizie rassicuranti in merito al ripristino completo della viabilità del parco.
Limitandoci ad immaginare il mero transito attraverso il sentiero maestro come parte di un’esperienza indimenticabile per chiunque abbia deciso di lasciare in macchina le instancabili luci ed il caos complesso della capitale Taipei, per raggiungere le coste contrapposte che sovrastano l’immenso Oceano antistante. Eventualità oggettivamente non frequentissima per coloro che provengono da fuori, considerate le palesi problematiche inerenti. Peccato. Vista l’opportunità di scrutare con i propri stessi occhi un’attrazione paesaggistica che sussiste all’interno di un unicum, del tutto privo di termini di paragone. Poiché non è possibile in alcun luogo dall’alta percorribilità turistica, persino oggi, riprodurre a pieno titolo le incommensurabili creazioni della natura.

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