Tra tutte le creature sovradimensionate andate incontro all’estinzione al termine del più recente periodo comunemente identificato come un’era glaciale del pianeta terra, oltre la metà appartenevano alla famiglia dei macropodidi, oggi soprattutto rappresentata da canguri, wallaby, pademelon e quokka. Animali di un continente australiano che pur mantenendo il proprio clima arido e determinate caratteristiche ecologiche, non si sarebbe più trovato a raggiungere le stesse basse temperature e venti incessanti, che battevano 40 milioni di anni a questa parte gli ampi territori di una terra emersa notevolmente più estesa. Ciò a causa della sussistenza di ampi corridoi migratori attraverso lo stretto di Bass, che separa oggi nettamente il continente principale dalla Nuova Zelanda, con un’ampia piattaforma occupata da un arcipelago con laghi interni d’acqua dolce, dove gli antenati degli odierni saltatori erano soliti rifugiarsi nei periodi maggiormente secchi ed ingenerosi. Creature migratorie dunque, per cui le ingenti dimensioni rappresentavano un sistema per proteggersi non solo dal freddo estremo, ma anche schiere dagli agguerriti predatori coévi quali il leone marsupiale (Thylacoleo carnifex) gli agili coccodrilli di terra (Quinkana) e le lucertole goanna giganti (Varanus priscus). Mediante una approccio che potremmo definire per lo più intimidatorio, viste le comprensibili limitazioni alla mobilità di casi estremi quali il genere Procoptodon, i cui esemplari di cui abbiamo ritrovato i resti potevano agevolmente raggiungere i 2 metri di altezza e 240 Kg di peso. Abbastanza da lasciar lungamente sospettare gli scienziati che essi fossero, diversamente dal caso dei loro cugini e discendenti, del tutto incapaci di saltare limitandosi a deambulare con velocità sostenuta, come uno struzzo o i tauntaun del pianeta Hoth nel secondo film della serie di Guerre Stellari. Visione finalmente smentita in questo inizio del 2026, grazie ad uno studio pubblicato da scienziati della Manchester University (Jones, Nudds et al.) capace d’identificare talune caratteristiche nelle ossa in questione, indicanti la presenza di tendini rinforzati e muscoli possenti tali da offrire quanto meno la predisposizione biomeccanica, se non necessariamente quella comportamentale, a compiere ben più che qualche occasionale balzo. Aprendo la disquisizione in merito a una caratteristica fondamentale di queste creature così come già era avvenuto negli anni passati, sul tema di quale utilizzo potessero fare per bilanciarsi della loro coda comparativamente corta, idealmente necessaria a bilanciarsi durante l’assunzione della posizione curva di animali che brucavano direttamente l’erba sul terreno. Così da avvalorare ulteriormente l’ipotesi che fossero dei mangiatori di foglie sopraelevate, specialmente di alberi di acacia ed eucalipti come rilevato dalle marcature della dentatura sottoposta ad analisi, che potevano facilmente raggiungere grazie all’altezza e la postura molto più eretta dell’odierno canguro rosso (O. rufus) tanto da vantare il possesso di un sistema di ossa pelviche notevolmente simile a quello degli umani. Completando il quadro di creature che probabilmente offrivano una vista familiare, con i loro musi accorciati idonei all’ambiente desertico e gli occhi posizionati nella parte frontale, mentre si spostavano in modo quasi scimmiesco da una macchia d’arbusti all’altra. Il che non sembrerebbe aver contribuito a suscitare, in alcun modo, la clemenza dei primi gruppi di caccia organizzati posti in essere dai nostri antichi predecessori…
Era un genere di erbivori ampio e diversificato, che manteneva l’esclusiva delle grandi pianure centrali rispetto ai membri contemporanei del genere Protemnodon anche detto dei “wallaby giganti” inclini dal canto loro a trarre beneficio da situazioni territoriali più sconnesse o caratterizzate da affioramenti rocciosi infrequenti. Così che molteplici risultavano essere le varietà esistenti della famiglia creata nel 1926 al fine di classificarli collettivamente come Sthenurinae (L.Glauert) declinate in dimensioni molto variabili dal già citato Protemnodon goliah al P. gilli non più grande di un odierno wallaby, adattato a sopravvivere nascondendosi all’interno del sottobosco di dense macchie forestali. Tutti accomunati ad ogni modo dall’insolita caratteristica anatomica di piedi dotati di un singolo dito sovradimensionato ed artigliato, dal duro zoccolo posteriore, che gli studiosi ritengono venisse appoggiato soltanto nella parte davanti per la maggior parte del tempo, denunciando una postura ben diverso da quella plantigrade dei macropodidi attualmente esistenti. Interessante anche notare il modo in cui la lunghezza del muso risultasse essere inversamente proporzionale alla grandezza di ciascuna specie (Richardson, Morales-Garcia et al. 2024) con una tendenza del tutto all’opposto rispetto a quella osservabile oggi in simile categorie di animali. Questo, si ritiene, a causa della lunghezza maggiore dei loro arti anteriori dotati di artigli prensili e opponibili, per afferrare la vegetazione e trasportarla facilmente fino all’apertura delle loro bocche perennemente affamate. È importante considerare, a tal proposito, come le piante dell’Australia pleistocenica fossero in larga parte situate nella categoria C4 delle graminacee e arbusti dei climi aridi, dotate di caratteristiche implicite tutt’altro che nutrienti, il che portava i canguri giganti ad uno stile di vita concentrato in modo pressoché costante alla fagocitazione continuativa nel tempo, possibilmente affine all’odierna strategia dei ruminanti. Ponendo le basi di quello che potrebbe aver rappresentato un fattore contributivo alla loro successiva estinzione, rintracciabile nell’insorgenza crescente di incendi nel contesto del grande continente meridionale al termine del picco della glaciazione, tali da distruggere il particolare equilibrio vegetale necessario alla loro continuativa e agevole sopravvivenza. Ciò coadiuvato, in base alla teoria del “blitzkrieg” che li avrebbe visti scomparire in pochi secoli, alla loro vulnerabilità nei confronti della caccia da parte degli antenati degli odierni aborigeni, molti millenni prima che fosse possibile elaborare un qualche tipo di teoria in merito alla sostenibilità dello sfruttamento ambientale. Ancorché un singolo rappresentante dello stesso genere, , quanto meno, sarebbe stato in grado di mantenersi in vita fino all’epoca corrente, sebbene risulti difficile rintracciare in lui l’eredità dei suoi ipertrofici antenati di un tempo dimenticato.
Salutate, dunque, il mernine (Lagostrophus fasciatus) o canguro striato, in effetti inserito in genere nella categoria dei wallaby, non tanto per un discorso genetico quanto il peso raramente superiore ad 1,7 Kg. Letteralmente l’ultimo degli Sthenurinae, sebbene le sue condizioni di conservazione poco facciano per garantire la sopravvivenza ulteriore della sua famiglia un tempo egemone di queste lande selvagge. Essendo ormai ridotto a circa 12.000 esemplari concentrati totalmente sulle isole di Bernier, Dorre e Faure, dove i ben più piccoli, ma non meno pericolosi predatori portati fin qui dai primi navigatori europei non sono ancora riusciti a sovvertire l’ecologia endemica. Istituendo quell’incontrastato regno del terrore, con ai vertici cani, gatti e ratti che potremmo definire ad oggi la ragione per la limitata biodiversità dei piccoli mammiferi nella regione paleartica, in modo particolare rispetto a lande tropicali o arcipelaghi distanti.
Il che ci lascia, allo stato dei fatti attuali, con molti misteri da risolvere e limitati resti fossili per riuscire a farlo. Ancorché l’introduzione dei metodi di approfondimento scientifici moderni, tra cui lo studio delle proteine antiche, l’osservazione microscopiale degli schemi di usura dentali ed i modelli biomeccanici sempre più accurati abbiano permesso di gettare almeno una parziale luce sulla vita dei giganti di un tempo. Presenze dominanti di un pianeta che ormai non può sussistere, benché possa offrire molti spunti di approfondimento al fine di comprendere la nostra posizione lungo l’asse ininterrotto dell’evoluzione. Nella speranza che determinate contingenze, sotto una supervisione informata dall’odierna civilizzazione, siano meno inclini a presentarsi nella stessa identica, distruttiva maniera.


