La qualità inerente di qualsiasi essere dotato di molti occhi, che sia esso tangibile piuttosto che appartenente al regno del sovrannaturale, è quella di comprendere o scrutare a fondo l’universo, l’esistenza, il corso degli eventi passati o futuri. Forse proprio per questo occupa una posizione preminente, nella rappresentazione iconografica del Mar Mediterraneo tipica del mondo antico, un tipo di pesce numericamente non rarissimo, seppur così lontano dalle sue specie cognate, da sembrare appartenere ad un diverso ecosistema planetario. È interessante mettersi, a tal proposito, nei panni degli archeologi dell’Institut National du Patrimoine di Tunisi che verso la metà degli anni ’90 trovarono nel corso degli scavi di Ammaedara, ancestrale sito collocato in corrispondenza dell’odierna città di Haidra, una via d’accesso praticabile nello spazio appartenuto a un vasto edificio del IV secolo d.C. la cui funzione specifica resta tutt’ora incerta. Scorgendo pressoché immediatamente, a guisa di pavimento dell’ampiezza di 27 metri quadri, un variopinto mosaico dall’impostazione geografica, recante raffigurazioni chiaramente etichettate di svariate isole tra le coste africane e la Sicilia, assieme a precise raffigurazioni di delfini, anguille, triglie e crostacei vari. Ma soprattutto la figura ricorrente di un’insolita creatura stilizzata, la “testa” tonda ricoperta da cinque palesi bulbi oculari, la coda serpeggiante in una sorta di ritmico moto ondulatorio. Così bizzarra, in quel contesto, da rendere giustificato il dubbio temporaneo che potesse trattarsi di un alieno, piuttosto che versione ittica di Argo Panopte, gigante mitologico dotato di un surplus di occhi da ogni angolazione della propria originale forma antropomorfa. D’altro canto non tutti gli storici sono dei pescatori, sebbene ciascun pescatore possa ben comprendere, dal punto di vista intuitivo, le preistoriche pulsioni del foraggiamento messo in opera dalle comunità costiere della Terra. Un ambiente quest’ultimo, qui è utile specificarlo, assai lontano dall’opera d’arte in questione ed il suo insediamento circostante, avente il ruolo d’importante centro di scambio commerciale già cento anni prima della nascita di Cristo, essendo situato 200 Km a sud-ovest delle coste africane, e 900 metri sopra il livello di quel Mare. Non è dunque chiaro quanto tempo possa esserci voluto perché un membro della squadra, dei loro attendenti o degli addetti alla rimozione e trasporto del prezioso reperto, puntasse il dito all’indirizzo dell’atipica figura, esclamando con probabile entusiasmo: “Perfetta rappresentazione di una torpedine. L’artista doveva conoscerle davvero molto bene.” Chissà che ne avesse sperimentato su di se l’effetto! Per un passo falso mosso tra le sabbie dei bassi fondali. O come cura temporanea e totalmente intenzionale, più o meno efficiente dal punto di vista pratico, della condizione di disagio che oggi conosciamo con il termine ad ombrello di Emicrania…
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Qui convergono i giganti: Dzanga Bai, la radura creata dalla grande sete dei pachidermi
Forze ponderose sono quelle in grado di plasmare la foresta, conseguenza imperturbabile dell’energia possente che permette alla vegetazione di prosperare. Così come le piante riescono a rigenerarsi, d’altro canto, gli spostamenti collettivi e ripetuti della fauna possono creare corridoi, zone calpestate o alberi spogli di frutti. Verso una tendenza che percorre le generazioni, fino a un cambiamento sostanziale nell’aspetto del paesaggio stesso. Prendiamo spunto, a tal proposito, dalle cosiddette bai o tipiche radure acquitrinose presso gli argini dei fiumi e dei torrenti, i quali nel proprio percorso dentro il principale parco naturale della Repubblica Centrafricana, diventano un fondamentale punto di riferimento per la megafauna di quel continente. In quanto siti riservati agli esseri in cerca di sicurezza assieme la più necessaria di ogni risorsa: l’acqua. Oltre a un tipo di sostanze più particolari, la cui ricerca in questo ambiente può riuscire in molti casi difficoltosa. È proprio in uno di questi luogo dunque, a molte ore di marcia dal più vicino insediamento umano, attraverso il denso manto rasoterra di Marantaceae e Zingiberaceae, all’ombra dell’alta e ombrosa canopia formata da distese dell’albero leguminoso Gilbertiodendron dewevrei, che una sorta di miracolo sembra verificarsi ogni giorno. Il subitaneo quanto imprescindibile susseguirsi, da mattina fino a sera, di una marcia abnorme di creature, inclini normalmente a gruppi numericamente contenuti. Forgiata da coloro che in maniera inconsapevole hanno creato la leggenda della Dzanga Bai, altrimenti detta “villaggio” o radura degli elefanti.
Duecento metri di lunghezza e 500 di larghezza, per un totale di circa 10 ettari, percorsa da quel piccolo torrente che ivi perde i propri argini, disperdendosi all’interno di un sostrato paludoso calpestato giornalmente da circa 150-200 esemplari di Loxodonta cyclotis o elefanti di foresta, nonché bongo, bufali, sitatunga, cinghiali e frequentato assiduamente dagli stormi di pappagalli. E tutto questo per l’utilità inerente di un tesoro geologico sommerso, costituito da una preistorica intrusione ignea di dolerite, roccia che rilascia gradualmente sodio, calcio ed altri elementi. Quel tipo di sostanze, in altri termini, necessarie nel mantenimento di una dieta adeguata, che tuttavia risultano notoriamente rare nel tipo di foresta densa cui appartiene il diversificato popolo di tali specie animali. E delle quali simili parenti stretti del più grande mammifero di terra, noti per le loro zanne verticali che talvolta giungono fino al terreno, necessitano in quantità molto elevata, tanto da renderli del tutto dipendenti dalla propria capacità di ritornare, molte volte in una singola stagione, in luoghi come questo.
Il che ci porta al caso dell’anomalia più interessante: poiché se gli elefanti amano a tal punto tale radura, sarebbe naturale immaginare che questa esistesse già da lungo tempo prima della loro venuta. Ancorché l’effettivo corso degli eventi, nei fatti dimostrati, risulti essere decisamente più complesso. Affermazione dedicata, quest’ultima, a chiunque pensi che soltanto l’uomo possa essere l’agente principale di un processo di disboscamento… Dimenticando l’esistenza di coloro che, per propria implicita natura, dispongono di una massa individuale paragonabile a quella di un bulldozer stesso…
Solenne caramella semovente, dai gesti delle chele che raccolgono il tesoro del suo stesso ambiente
Lontano dal nucleo pulsante della barriera corallina dell’Indo-Pacifico, dove le propaggini di quella città sommersa iniziano ad estendersi in maniera orizzontale, lasciando indietro le alte torri e gli edifici perpendicolari ricoperti dalle incrostazioni sovrapposte, i labridi e i serranidi si spingono talvolta, con le pinne agili che voltano la linea laterale all’indirizzo di possibili, distanti e impercettibili movimenti. È questo il luogo, d’altra parte, dove le forme di vita diventano più rarefatte ed un diverso tipo di creature vaga nel sostrato, in molti modi meno esperte nell’individuare la presenza del pericolo, o almeno questo è ciò che immaginano i pesci portatori della loro implicita quanto inesorabile condanna. Allorché Gomphosus various, riconoscibile per il muso lungo e sottile, che usa come una pinzetta per ghermire granchi e echinodermi, percepisce un movimento tra un groviglio di Dendronephthya, octocoralli dalle ramificazioni interconnesse in un caotico ammasso andante dal rosso al verde, dal rosa al viola. Come alberi o come le siepi, fuoriuscite in qualche modo dalle fiabe delle circostanze, simili distretti offrono talvolta l’occasione, coadiuvata da un particolare metodo d’osservazione, di afferrare l’occasionale boccone imprevisto che migliora l’effettiva qualità della giornata. Temporaneamente assorto, il pesce scruta in mezzo alle propaggini di quel bizzarro mondo. Laddove a sua insaputa la creatura potenziale ha già capito l’esistenza del pericolo e sostando, nelle proprie peregrinazioni di foraggiamento, si è auto-imposta la mansione cardine del proprio vivere incostante: “Diventa il paesaggio, diventa il paesaggio.” Piccolo, coi suoi 2 cm appena di larghezza, il timido crostaceo è ora immobile nella corrente. Il proprio dorso aculeato, irregolarmente ricoperto da plurime chiazze e accenni di detriti, è ora una parte inscindibile della propria esperta personalità vivente. Egli non può muoversi perché non ha gli strumenti per fuggire. Ma possiede il singolo segreto, frutto dell’evoluzione di molti millenni, per passare totalmente inosservato. Preda e predatore sono adesso a neanche mezzo metro di distanza. Il secondo alza e abbassa in modo ritmico la testa, tentando di sfruttare la prospettiva. Eppur nulla emerge con contorni definiti, niente attiva i suoi neuroni per confluire nell’esecuzione del guizzo finale. Nessun assedio, d’altra parte, può durare in eterno: concentrato all’improvviso sul pericolo di stare lì, in attesa, il labride si volta e vaga in cerca di un bersaglio alternativo. Chiaramente, dev’essersi trattato di un errore. Gli errori càpitano, persino sotto il mare. Benché sia meno probabile, nel caso del granchio decoratore Hoplophrys oatesii anche detto candy crab, la cui massa corporea è costituita, nella maggior parte dei moment,i da una parte significativa di quello che con massima concentrazione cerca in ogni modo di diventare…Una caramella?
La nobile arte che imprime schemi d’eleganza nella tosatura del dromedario
Costruirono il concetto stesso dei commerci all’apice del Mondo Antico. Quando le opportunità rappresentate dagli insediamenti umani del Maghreb, conosciuti dall’Egitto prima e poi i loro vicini Romani e Cartaginesi, si scontravano regolarmente con il valico impossibile del più vasto e inospitale dei deserti, il Sahara. Letale per la stirpe equina, se possibile, ancor più di quella umana. Il che lasciava il compito di trasportare merci e bagagli a due sole possibili creature: il mulo e quello che nella lingua franca di quei secoli veniva detto dromas, un grecismo che significa “corridore”. In riferimento alla propria capacità di sopravvivere e spostarsi alacremente sulle sabbie, grazie alle riserve di grasso contenute nella gobba e quelle idriche riciclate nello stomaco sfruttando il suo perfezionato metodo di filtrazione renale. In quei tempi, tuttavia, chiunque conoscesse il popolo dei Libici o Amazigh non li associava ad una pratica particolare di abbellimento o decorazione di questi animali, visti unicamente come navi di quel mondo, funzionali al coronamento di palesi e ben collaudati obiettivi. Con l’inizio del periodo islamico a partire dal VII secolo, ed il diffondersi di questa religione attraverso il corso dell’Alto Medioevo, le cose iniziarono gradualmente a cambiare: il gobbuto era un dono divino, creato sulla Terra per fornire aiuto e ricchezze ai devoti. Quale miglior modo, dunque, di rendere omaggio ad Allah, che veicolare lo splendore implicito del cosmo imprimendovi la risultanza di svariate ore di lavoro, così da renderlo magnifico allo sguardo, oltre che utile all’ingrandimento del portamonete dei mercanti? Dove o quando ebbe inizio questa particolare pratica, non è ad oggi noto. Sebbene vanti una speciale associazione con la ricorrenza annuale della Eid al-Adha o festa del sacrificio, quando in grandi fiere le famiglie facoltose sono solite acquistare l’animale più attraente ed in salute, per offrirlo sull’altare così come Abramo era disposto a fare col suo unico figlio, Isacco. Sebbene sia opinabile che ad oggi, il più alto livello apprezzabile di tosatura artistica del dromedario sia attestata soprattutto nel subcontinente, tra il Pakistan e l’India, avendo trovato in quest’ultima il nuovo contesto calendariale della Kartika Purnima, occasione dedicata al bagno purificatore effettuato dal creatore Brahma nel lago di Pushkar, nell’odierno distretto del Rajasthan. Dove il palesarsi di quadrupedi finemente ornati è un’occorrenza in molti modi attesa, vista la quantità di operatori esperti nella messa in pratica di questa antica e complicata materia. Tanto che il loro lavoro, portato a compimento con perizia ineccepibile e capacità probabilmente oggetto di specifiche stirpi di appredimento, rappresenta un’ulteriore attrazione del contesto per gli amanti del mammifero artiodattilo dei climi aridi, assieme alle sue corse, combattimenti e concorsi di bellezza per ciascuna delle razze riconosciute. Mentre nel mondo contemporaneo di Internet, la barberia dei dromedari rappresenta un altro misterioso lavorìo dei popoli, capace di dar adito a visioni supportate da preziose convergenze esteriori…



