Qui convergono i giganti: Dzanga Bai, la radura creata dalla grande sete dei pachidermi

Forze ponderose sono quelle in grado di plasmare la foresta, conseguenza imperturbabile dell’energia possente che permette alla vegetazione di prosperare. Così come le piante riescono a rigenerarsi, d’altro canto, gli spostamenti collettivi e ripetuti della fauna possono creare corridoi, zone calpestate o alberi spogli di frutti. Verso una tendenza che percorre le generazioni, fino a un cambiamento sostanziale nell’aspetto del paesaggio stesso. Prendiamo spunto, a tal proposito, dalle cosiddette bai o tipiche radure acquitrinose presso gli argini dei fiumi e dei torrenti, i quali nel proprio percorso dentro il principale parco naturale della Repubblica Centrafricana, diventano un fondamentale punto di riferimento per la megafauna di quel continente. In quanto siti riservati agli esseri in cerca di sicurezza assieme la più necessaria di ogni risorsa: l’acqua. Oltre a un tipo di sostanze più particolari, la cui ricerca in questo ambiente può riuscire in molti casi difficoltosa. È proprio in uno di questi luogo dunque, a molte ore di marcia dal più vicino insediamento umano, attraverso il denso manto rasoterra di Marantaceae e Zingiberaceae, all’ombra dell’alta e ombrosa canopia formata da distese dell’albero leguminoso Gilbertiodendron dewevrei, che una sorta di miracolo sembra verificarsi ogni giorno. Il subitaneo quanto imprescindibile susseguirsi, da mattina fino a sera, di una marcia abnorme di creature, inclini normalmente a gruppi numericamente contenuti. Forgiata da coloro che in maniera inconsapevole hanno creato la leggenda della Dzanga Bai, altrimenti detta “villaggio” o radura degli elefanti.
Duecento metri di lunghezza e 500 di larghezza, per un totale di circa 10 ettari, percorsa da quel piccolo torrente che ivi perde i propri argini, disperdendosi all’interno di un sostrato paludoso calpestato giornalmente da circa 150-200 esemplari di Loxodonta cyclotis o elefanti di foresta, nonché bongo, bufali, sitatunga, cinghiali e frequentato assiduamente dagli stormi di pappagalli. E tutto questo per l’utilità inerente di un tesoro geologico sommerso, costituito da una preistorica intrusione ignea di dolerite, roccia che rilascia gradualmente sodio, calcio ed altri elementi. Quel tipo di sostanze, in altri termini, necessarie nel mantenimento di una dieta adeguata, che tuttavia risultano notoriamente rare nel tipo di foresta densa cui appartiene il diversificato popolo di tali specie animali. E delle quali simili parenti stretti del più grande mammifero di terra, noti per le loro zanne verticali che talvolta giungono fino al terreno, necessitano in quantità molto elevata, tanto da renderli del tutto dipendenti dalla propria capacità di ritornare, molte volte in una singola stagione, in luoghi come questo.
Il che ci porta al caso dell’anomalia più interessante: poiché se gli elefanti amano a tal punto tale radura, sarebbe naturale immaginare che questa esistesse già da lungo tempo prima della loro venuta. Ancorché l’effettivo corso degli eventi, nei fatti dimostrati, risulti essere decisamente più complesso. Affermazione dedicata, quest’ultima, a chiunque pensi che soltanto l’uomo possa essere l’agente principale di un processo di disboscamento… Dimenticando l’esistenza di coloro che, per propria implicita natura, dispongono di una massa individuale paragonabile a quella di un bulldozer stesso…

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Solenne caramella semovente, dai gesti delle chele che raccolgono il tesoro del suo stesso ambiente

Lontano dal nucleo pulsante della barriera corallina dell’Indo-Pacifico, dove le propaggini di quella città sommersa iniziano ad estendersi in maniera orizzontale, lasciando indietro le alte torri e gli edifici perpendicolari ricoperti dalle incrostazioni sovrapposte, i labridi e i serranidi si spingono talvolta, con le pinne agili che voltano la linea laterale all’indirizzo di possibili, distanti e impercettibili movimenti. È questo il luogo, d’altra parte, dove le forme di vita diventano più rarefatte ed un diverso tipo di creature vaga nel sostrato, in molti modi meno esperte nell’individuare la presenza del pericolo, o almeno questo è ciò che immaginano i pesci portatori della loro implicita quanto inesorabile condanna. Allorché Gomphosus various, riconoscibile per il muso lungo e sottile, che usa come una pinzetta per ghermire granchi e echinodermi, percepisce un movimento tra un groviglio di Dendronephthya, octocoralli dalle ramificazioni interconnesse in un caotico ammasso andante dal rosso al verde, dal rosa al viola. Come alberi o come le siepi, fuoriuscite in qualche modo dalle fiabe delle circostanze, simili distretti offrono talvolta l’occasione, coadiuvata da un particolare metodo d’osservazione, di afferrare l’occasionale boccone imprevisto che migliora l’effettiva qualità della giornata. Temporaneamente assorto, il pesce scruta in mezzo alle propaggini di quel bizzarro mondo. Laddove a sua insaputa la creatura potenziale ha già capito l’esistenza del pericolo e sostando, nelle proprie peregrinazioni di foraggiamento, si è auto-imposta la mansione cardine del proprio vivere incostante: “Diventa il paesaggio, diventa il paesaggio.” Piccolo, coi suoi 2 cm appena di larghezza, il timido crostaceo è ora immobile nella corrente. Il proprio dorso aculeato, irregolarmente ricoperto da plurime chiazze e accenni di detriti, è ora una parte inscindibile della propria esperta personalità vivente. Egli non può muoversi perché non ha gli strumenti per fuggire. Ma possiede il singolo segreto, frutto dell’evoluzione di molti millenni, per passare totalmente inosservato. Preda e predatore sono adesso a neanche mezzo metro di distanza. Il secondo alza e abbassa in modo ritmico la testa, tentando di sfruttare la prospettiva. Eppur nulla emerge con contorni definiti, niente attiva i suoi neuroni per confluire nell’esecuzione del guizzo finale. Nessun assedio, d’altra parte, può durare in eterno: concentrato all’improvviso sul pericolo di stare lì, in attesa, il labride si volta e vaga in cerca di un bersaglio alternativo. Chiaramente, dev’essersi trattato di un errore. Gli errori càpitano, persino sotto il mare. Benché sia meno probabile, nel caso del granchio decoratore Hoplophrys oatesii anche detto candy crab, la cui massa corporea è costituita, nella maggior parte dei moment,i da una parte significativa di quello che con massima concentrazione cerca in ogni modo di diventare…Una caramella?

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Lattea è la presenza del batrace che protegge con la testa l’uscio della propria occulta dimora

In mezzo ai rami della ceiba, albero gigante che sovrasta la canopia, il pozzo d’ombra che identifica uno spazio vuoto sembra per un attimo riflettere la luce obliqua dell’astro solare ormai la tramonto. Due punti che scintillano e un muso rotondeggiante, iscrizioni cruciformi nel fluttuante spazio ritagliato in mezzo alla natura. Un foro che si allaga, ma non troppo. Spazio irraggiungibile per molti, ma non questa creatura, con gli sferoidali polpastrelli che consentono di aggrapparsi agevolmente sopra la corteccia ed altre superfici verticali dell’antica, indifferente vegetazione. Così ella pratica la sorveglianza, che in quel ripido frangente gli permette di determinare il profilarsi dell’idoneo segno sul girare quotidiano delle ore. Allorché squilla, in lontananza, il verso preventivo del potoo notturno, dal proprio posatoio in una piccola radura della giungla. Ecco, dunque, il segno: Trachycephalus resinifictrix, la rana del latte o degli occhi dorati di Mission fuoriesce con cautela, il dorso ricoperto dalla sua traslucida sostanza azzurrina. Il muco da cui prende il nome, in grado di assumere la funzione di scudo chimico, contro la fame imprevedibile dei predatori. Molti, ma non tutti scoraggiati dal suo gusto fetido e l’implicita tossicità che ne deriva. Così discendendo fino alle dimore degli insetti, la testa capovolta come un misterioso spettro lungo il tronco, l’anfibio non immagina il pericolo che attende. Un grosso esapode color dei teneri virgulti, vicino ai 6 cm che costituiscono la lunghezza complessiva della placida rappresentante, in questo caso, del malcapitato regno delle prede. Mantide silente, immobile assassina, scatto rigido di lame acuminate, al termine di arti sufficientemente forti da squarciare il margine di un’altra vita. Soltanto per un soffio, il rapido baluginio di un balzo, colei che scende riesce a ripararsi in una comoda rientranza. Laggiù dentro l’intercapedine del legno, la testa solida posta ad aderire come un tappo sull’unico foro d’ingresso. Ed un pensiero, per riempirla, solamente: io non fuggo, non frappongo alcun ostacolo dinnanzi all’avanzata del mio nemico. Questo anuro, in questo giorno, può essere il suo stesso uscio. La sua casa è dove il fato tenta in qualche modo d’insidiarlo. Senza aver messo a confronto i pratici fattori sostanziali dell’evoluzione, preventivamente.
Di animali perfettamente adattati alle dense foreste di Brasile, Colombia, Guyana, Ecuador e Perù ne conosciamo molti. Ben pochi, tuttavia, possono vantare lo stesso successo delle rane arboricole, capaci di sfruttare agevolmente il punto di vantaggio dei più ripidi e svettanti arbusti, così come il nutriente brodo degli spazi umidi nascosti nel dedalo delle loro radici vicendevolmente interconnesse. Invulnerabili alle circostanze tranne quelle, sempre pronte a ritornare, di coloro che vorrebbero collezionarle…

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Dal fossile di un uovo, significativi chiarimenti sul rimedio del dicinidonte all’estinzione della sua Era

Tanto stretto ed omnicomprensivo è il legame tra la civiltà umana ed il suo persistente compagno biologico, l’amico cane, che ogni essere quadrupede di dimensioni ragionevolmente simili finisce per venire rapportato a quest’ultimo, ad un qualche livello filosofico, visuale o persino creativo. Una considerazione che riemerge nella tipica rappresentazione artistica del Triassico, all’origine dell’Era Mesozoica, creata per film animati, videogiochi o documentari in computer graphic, ogni qual volta si desidera far comparire sullo schermo un’approssimazione ragionevole del clade di terapsidi collettivamente noti come dicinodonti, o più nello specifico la varietà maggiormente nota in senso paleontologico, il genere Lystrosaurus, Creatura lunga circa un metro il cui nome discende in senso etimologico dall’espressione in lingua greca “Lucertola Pala” sebbene abbia ben poco a che vedere con il rilevante ramo dell’albero della vita, non qualificandosi neppure come un rettile, bensì nel novero degli antenati del concetto stesso di mammiferi. Così diventato una visione relativamente familiare, grazie all’indole speculativa di quel mondo delle immagini contemporanee, viene raffigurato mentre agisce, deambula e scava le sue buche in modo non dissimile da un canide dei nostri giorni, sebbene ciò abbia un fondamento estremamente labile da un punto di vista propriamente divulgativo. Contrapposta angolazione, d’altra parte, destinata a ritrovare spazio nelle prossime occasioni, vista la scoperta approfondita nel recente studio di di J. Benoit, J. Botha, V. Fernandez dell’Università di Witwatersrand, Sud Africa, relativo ad un fossile dell’animale ritrovato nel 2008 nel bacino del Karoo, Sudafrica. Concrezione pietrosa con l’impronta chiaramente definita, per l’appunto, di un’embrione rannicchiato in posizione fetale di un dicinodonte, probabilmente della specie Lystrosaurus murrayi. Lungamente ipotizzato come proveniente dall’interno di un uovo, sebbene fossero mancati, fino ad oggi, gli strumenti necessari a comprendere che fine avesse fatto il guscio di quest’ultimo, comunemente immortalato in condizioni simili per via della sua composizione cristallina dovuta alla calcite che ne costituisce la materia prima. Mistero ad oggi risolto, tramite l’impiego di tecniche d’ingrandimento fondate sulla tomografia computerizzata ed il sincrotone ad alta risoluzione, capaci di raggiungere il nocciolo della questione senza danneggiare conseguentemente la fragile composizione del prezioso reperto. Così da aprirci finalmente gli occhi non tanto in merito alla natura ovipara dei terapsidi, che comunque sopravvive tra i mammiferi contemporanei nell’ornitorinco e nell’echidna, quanto in merito all’effettivo funzionamento di tale metodologia riproduttiva. Innegabilmente basilare, nella preponderante proliferazione di queste creature in seguito all’evento di estinzione del Permiano, che portò alla scomparsa dell’83% di ogni genere, mentre i dicinodonti aumentavano di numero fino a costituire circa il 95% dell’intero patrimonio fossile all’interno di particolari sostrati terrestri. Una delle anomalie ambientali forse più stupefacenti nella storia evolutiva dell’intera Preistoria…

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