Silenziosa e inesorabile, la canoa waka hourua col doppio scafo solca gli interstizi tra le onde lasciandosi alle spalle il mare dei ricordi e delle conoscenze pertinenti al mondo dai cui tronchi è stata costruita. Con perizia e un senso pratico affinato dai lunghi anni di esperienza, la stessa che da molti giorni guida quei navigatori verso l’obiettivo che sapevano essere al di là del grande spazio vuoto tra i continenti. Un’isola, o gruppo di queste, dove poter essere finalmente liberi, allevando la propria discendenza lontano da conflitti o dispute territoriali antiche quanto la distante sommità delle montagne. Osservano le stelle di notte, il sorgere del sole e il suo tramonto. Percepiscono il flusso dei venti e controllano le condizioni di quel clima non del tutto imprevedibile, per chi ne conosce le cause ed effetti. Ma soprattutto usano l’istinto, eredità dei saggi con il compito di reggere il timone, per le usanze dei Polinesiani di un tempo. La cui conoscenza include un punto fermo che ha importanza sottolineare: non sempre il volo di coloro che si stagliano contro l’azzurro cielo è un segno di prossimità alla terraferma. Allorché simili esseri, presentandosi in formazioni geometricamente regolari, apparivano distinti dal possesso di un lungo becco lievemente curvo. Caratteristica capace di distinguere il pennuto kuaka, il cui tragitto è certo, almeno quanto il moto imprescindibile di costellazioni e maree. Un grido, un gesto una parola. Subito seguito dalla frase speranzosa: “Navigatori, il fato è dalla nostra. Seguite quell’uccello. Siate la sua ombra fino al sito della terra che ci aspetta al termine di questa prova della nostra convinzione. Delle nostre tramandate conoscenze…”
Nessuno sa, in effetti, che cosa stimolò la grande migrazione degli antichi popoli predestinati a colonizzare nel corso di lunghi secoli Tonga, Samoa, le Isole di Cook, le Hawaii, Tahiti e la Nuova Zelanda. Pur sussistendo la distinta possibilità che alcuni, tra di loro, avessero potuto percepire la fattibilità di tale impresa dal ritorno reiterato di un certa stirpe di pennuti. Che scomparivano e tornavano ogni volta, puntualmente, al palesarsi della bella stagione. Trasportando sulle proprie ali il percepibile ricordo di una serie di luoghi straordinariamente lontani… Molti uccelli migrano, d’altronde, ma nessuno riesce a farlo come la pittima minore, alias chiurlo di mare, alias Limosa lapponica, versione lievemente più grande della tipica beccaccia dei boschi dall’Europa fino alla Mongolia ed il Tibet. Il cui specifico percorso evolutivo, di contro, avrebbe dato adito all’impiego degli invertebrati della spiaggia, quali vermi policheti, bivalvi e crostacei, come fonte inesauribile di cibo. Da cui il bisogno di operare senza luoghi ove nascondersi dai predatori, che sussistono in maniera limitata là nell’ecozona paleartica, dove maschi e femmine s’incontrano per costruire il proprio nido. Ma che dire di quel lungo inverno, quando le ore diurne sono troppo poche per riuscire a garantire un’efficace sostentamento delle nuove generazioni. E l’orizzonte del distante Sud appare, gradualmente, sempre più invitante per coloro che possiedono nel proprio codice il profondo senso ed opportunità del viaggio, come stile di vita…
uccelli
L’intreccio ereditario del passero che occulta le sue uova dentro un dedalo costruito su misura
Frutti anomali che crescono in maniera indifferente sopra salici, pioppi ed ontani. Di color grigio-marrone, la scorza solida e compatta, la forma vagamente simile ad un otre. La cui imboccatura superiore, ripiegata verso il basso, sembra sottintendere l’occupazione interna da parte di una qualche mistica o bizzarra creatura. Teoria che si realizza, all’apice della stagione, quando un cinguettio indistinto accompagna la comparsa dove il ramo incontra quell’oggetto di un uccello lungo una decina centimetri, dalla vistosa mascherina nera che circonda gli occhi intenti a valutare la presenza di un pericolo eventuale. Come il verme della mela, può sembrare, finché il partner della piccola creatura non arriva a fargli visita, con un ciuffo di lanugine ben stretto nel suo becco simile alla punta di una matita. Che accuratamente preme, quindi inizia ad intrecciare sull’oggetto pendulo in base a un qualche tipo di progetto iscritto a chiare lettere nella propria immaginazione. Cosa costruita e non dalla genetica del condominio vegetale che la ospita, dunque, tale massa globulare si agita per pochi attimi nel vento. Ed è allora che la femmina decolla, mentre il maschio dalla colorazione lievemente più marcata, scivolandogli al di sotto, scompare nelle tenebre all’interno.
Tutti gli animali, nel corso della propria esistenza, compiono i precisi passi di un qualche tipo di danza. Questo è quello che s’intende quando viene menzionata l’effettiva “strategia evolutiva” dei loro metodi finalizzati alla sopravvivenza, che può consistere in precise serie di movenze attentamente calibrate nel momento della caccia, per garantirsi la riproduzione o mettere al sicuro le sorti della prossima generazione. Quest’ultima, in effetti, la categoria entro cui figurano i Remizidi, famiglia di passeriformi con esempi negli ecosistemi dei tre continenti del Vecchio Mondo. Ciò sebbene qui da noi, per antonomasia sia comune riferirsi ad essi per il tramite del cosiddetto pendolino eurasiatico (Remiz pendulinus) il cui nome descrittivo fa riferimento, per l’appunto, alla forma notevole di quel notevole e del tutto impenetrabile rifugio per la nidiata. Una costruzione tanto solida, in effetti, che nel XVI e XVII secolo esistono attestazioni in paesi dell’Est Europa di madri umane che recuperato il volatile costrutto ne avevano lievemente adattato la forma, così da utilizzarlo a guisa di pantofole per i propri bambini. Circostanza, quella della predazione e cattura da parte di noialtri, difficilmente scongiurabile da chi costruisce in bella vista i propri sistematici capolavori. Nella ragionevole certezza, parimenti, di poter soprassedere alla furtività, riuscendo a fare affidamento ad un diverso tipo di contromisure situazionali…
Tra foreste samoane, in cerca del richiamo disarmonico del piccolo dodo che sopravvive
Probabilmente l’animale più frequentemente avvistato dagli abitanti degli ambienti urbani, tollerato in larga parte a causa dell’assenza d’implicazioni problematiche, diversamente dai furtivi roditori, portatori di malattie trasmesse all’uomo. Cionondimeno detto nei contesti colloquiali, “il topo con le ali” è l’abitante dei più alti cornicioni, visitatore di giardini e piazze frequentate dai turisti. Il tipico piccione non può in alcun modo definirsi una creatura oggetto di alcun tipo di tutela. Ed è in tal senso sorprendente immaginare che un appartenente alla sua stessa schiatta, per quanto esotico e distante, possa fare formalmente parte degli elenchi di creature maggiormente a rischio di estinzione sul pianeta Terra. Là, dove il sempiterno incedere della proliferante diversificazione biologica non è meramente un albero, ma un fitto reticolo fatto d’interconnessioni reciproche che disegnano e ridefiniscono costantemente il concetto stesso di evoluzione. Ecco dunque tra arcipelaghi del Pacifico Meridionale, taluni uccelli che appartengono effettivamente alla famiglia dei columbidi, pur essendo connotati da caratteristiche di adattamento estremo a luoghi un tempo ameni, privi prima dell’inizio dell’Antropocene del concetto stesso di predazione. Esseri come il Goura victoria, piccione coronato dalle ornate penne sopra il capo, o quello delle Nicobar, mantello smeraldino al sèguito che incorpora e riflette i raggi del distante astro solare. Entrambi imparentati, dal punto di vista genetico, con due delle creature alate più compiante dell’epoca moderna: il dodo delle Mauritius ed il solitario di Rodriguez, abitante delle isole Mascarene. Nel novero dei discendenti d’altra parte, più o meno esteriormente simili loro estinti predecessori, soltanto una specie superstite può dirsi la più simile dal punto di vista comportamentale e la nicchia ecologica di appartenenza agli originali, essendo endemica di quello stato tra le acque oceaniche famoso per aver tenuto vivide le proprie antiche tradizioni tribali, tra cui solenni cerimonie e distintivi tatuaggi dal significato culturale importante. Samoa dove, tra foreste sacre agli antenati, si aggirano in silenzio i rimanenti 50-249 esemplari (stimati) del Didunculus strigirostris o piccione dal becco dentato, il cui nome latino significa letteralmente “piccolo dodo” così come suggerito dal naturalista Sir Richard Owen, dopo la prima classificazione operata da William Jardine sulla base di un esemplare riportato negli Stati Uniti dal loro collega a bordo di una spedizione del 1839, Mr. Titian Peale. Aprendo la preliminare strada di approfondimento, per uno degli esseri più singolari e distintivi del suo ambiente, facilmente desumibile come destinato a risentire in modo significativo dell’innarestabile processo di trasformazione, ormai avviatosi oltre le tranquille sponde di quei legittimi luoghi d’appartenenza…
Oh, vampirico fringuello che torturi tuo fratello. Volpe astuta tra il pollame; il sangue scorre, quando hai fame
Se si osservano i trascorsi della biologia terrestre, chiaro può essere lo schema in base a cui la quantità di zampe si sviluppa in proporzione inversa all’aggressività di una creatura nel contesto del proprio ecosistema di riferimento. Guarda indietro, a quel Giurassico prima del sorgere dei continenti odierni, per comprendere la tesi del piumato tirannosauro, niente più che una gallina dalle proporzioni palaziali, che cammina dondolandosi ed abbassa per ghermire la sua testa ornata da una pletora di denti, arsenale di pugnali che feriscono i più grandi e resistenti tra gli erbivori vissuti sulla Terra. “Gli uccelli sono dinosauri” è d’altra parte uno di quegli assiomi, formalmente e scientificamente improprio, che cionondimeno può servire a porre basi di una comprensione per lo più parziale ma corretta di quei trascorsi. Laddove ciò che è molto piccolo, come sua valida prerogativa, vanta l’essenziale propensione che naturalmente elude i suoi predecessori più imponenti: l’adattabilità a variabili fattori dell’ambiente. Come l’arida e remota serie d’isole di un luogo desolato, cionondimeno tra i più variegati e biodiversi di questo mondo. Galapagos del viaggio di scoperta, della nave HMS Beagle e il suo passeggero più famoso, Darwin in persona che senza una preparazione specifica nel campo dell’ornitologia, annotò estensivamente il comportamento e la forma del becco delle nove varietà di piccoli fringuelli che si avvicendavano tra questi territori aviti. Lì trovando chiari segni di quella pressione generazionale sui fenotipi, che in un tempo successivo avrebbe costituito un valido supporto alla teoria dell’evoluzione: dal Geospiza Magnirostris, mangiatore dalla grande bocca di semi grandi e spessi. Al G. scadens il cui preciso rostro può infiltrarsi tra le spinte vegetali dell’Opuntia. Per del G. conirostris, la cui forza muscolare appare fatta per sbucciare la coriacea frutta che riesce a reperire sulle spiagge di quel sito dalla fioritura limitata. Concludendo la parziale rassegna con la citazione del G. difficilis con il becco piccolo e aguzzo, chiaro segno di abitudini entomofaghe con perfezionamento della tecnica di cattura degli insetti duranti il volo. Giacché nel 1835 non gli fu possibile arrivare a immaginare, sulla base delle nozioni disponibili per costruire il suo discorso, al baratro vertiginoso della verità. Che vede una particolare varietà di questi uccelli, collettivamente inseriti nella famiglia dei Traupidi, supplire alle carenze alimentari tramite una tecnica ben collaudata ed altrettanto crudele: il salasso sistematico delle più grandi, candide e mansuete sule del Pacifico, particolarmente quella di Nazca (S. granti) e la sua cugina dai piedi azzurri (S. nebouxii) ogni qual volta queste scelgano di sostare o costruire il proprio nido presso le due isole abitate dal torturatore tra i passeriformi, segnate sulle mappe come “Wolf” e “Darwin”. Ripetutamente ed insistentemente ferite, come fossero distributori del sanguigno e incomparabile tesoro della nutrizione tra le condannate penne…



